martedì 9 Agosto 2022

Kissinger dà una nuova lezione di realismo politico sulla crisi ucraina

Reintegrare la Russia nel sistema europeo, affrontare la questione della fine del conflitto, sconfiggere l’invasione dell’Ucraina e non la Russia come Stato: sono alcuni dei punti fermi che Henry Kissinger ha posto tornando a parlare pubblicamente della Russia e della questione ucraina con la stampa britannica in occasione della presentazione del suo nuovo libro Leadership, impartendo così alcune lezioni di realismo politico. All’antica rivista britannica “The Spectator”, invece, l’ex diplomatico americano ha prospettato tre possibili scenari di risoluzione del conflitto.

L’analisi di Kissinger è particolarmente degna di nota, in quanto è considerato uno dei più grandi statisti viventi, nonché il più longevo (ha da poco compiuto 99 anni): è stato l’architetto della politica estera americana sotto l’amministrazione Nixon e non solo, l’artefice del primo disgelo tra USA e Cina, ma anche l’anima delle strategie golpiste statunitensi in America Latina – specialmente in Cile con la rimozione di Allende e l’insediamento di Pinochet – al fine di costruire e conservare a qualunque costo l’egemonia a stelle e strisce. Se, dunque, sono indubbie le sue doti di stratega e la sua spiccata intelligenza di analista, non mancano di certo al suo attivo spregiudicate azioni politiche da nascondere più che da mettere in mostra. Si può dire, in breve, che il politico tedesco naturalizzato americano è stato una delle colonne portanti della politica di potenza americana dagli anni Settanta in avanti.

Proprio per questo le sue dichiarazioni sulla Russia non possono passare inosservate: il suo realismo politico lo ha portato ad affermare che ora è il momento di capire come porre fine al conflitto, in quanto «non si può semplicemente continuare a combattere senza un obiettivo», un chiaro messaggio ai leader del G7 che sembrano voler prolungare indefinitamente lo scontro in Ucraina. Ma il punto più importante del discorso di Kissinger è che va sconfitta l’invasione dell’Ucraina e «non la Russia come Stato e come entità storica», perché la Russia è parte integrante dell’Europa e, guardando già oltre il conflitto, lo statista si è spinto ad affermare che quando le armi taceranno «la questione del rapporto fra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente». Secondo l’ex diplomatico, l’obiettivo deve essere quello di «tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante». E questo è ciò che ha suscitato più scandalo nel mondo liberal occidentale che sogna, in ultima analisi, la rimozione di Putin dal potere: il politico americano ha fatto intendere, tuttavia, che ciò non accadrà. Parlando del presidente russo coi corrispondenti londinesi, infatti, ha asserito: «l’ho trovato un intelligente analista della situazione internazionale dal punto di vista russo: che rimarrà tale e che dovrà essere considerato quando la guerra finirà».

In sintesi, ciò che Kissinger sembra suggerire è una trattativa col Cremlino che preveda anche la cessione di alcuni territori ucraini: questo è ciò che aveva già asserito al Forum di Davos e su cui in seguito ha dovuto fare retromarcia, travolto dalle pressioni degli ambienti politici e della stampa occidentale, nonché dal risentimento dello stesso Zelensky che, a suo dire, avrebbe frainteso le sue parole. Tuttavia, la sostanza non cambia: la Russia è un’entità storico-politica determinante e inscindibile dall’Europa e, per questo, non si può pensare di recidere ogni legame, una volta cessato il conflitto, come paventato dal leader tedesco Scholz e da altre cancellerie europee. Anche perché il rischio di una simile prospettiva è che la Russia stringa una partnership sempre più stretta con Pechino e lo stratega americano sa bene che l’abbraccio tra Cina e Russia implicherebbe un indebolimento fatale dell’asse occidentale in favore delle grandi potenze emergenti.

Stabilito ciò, Kissinger non ha potuto – beninteso – non schierarsi dalla parte di Kiev pur ammettendo nuovamente che «l’Occidente è stato poco sensibile ad offrire l’ingresso nella Nato all’Ucraina, perché questo significava che tutta l’area tra il muro di Berlino e il confine russo sarebbe stata riempita dalla Nato, inclusi i territori da cui nella storia sono state lanciate aggressioni contro la Russia». Una chiara presa di posizione a favore di uno dei caposaldi di Vladimir Putin che aveva ammonito i leader occidentali di «non superare la linea rossa» molto prima dell’inizio dello scontro in atto. Detto ciò, al giornale britannico “The Spectator”, Kissinger ha illustrato tre possibili esiti della guerra: il primo è quello che vede la Russia vincitrice, con il mantenimento di tutti i territori conquistati fino ad ora; il secondo prevede la riconquista da parte ucraina di tutti i territori annessi alla Russia sin dal 2014, compresa la Crimea; infine, l’ultimo esito è quello prospettato dallo stesso Kissinger già a Davos, ossia il ripristino dell’integrità territoriale ucraina antecedente all’operazione militare del 24 febbraio.

Considerati gli sviluppi militari sul campo, la prima opzione delineata da Kissinger pare – al momento – la più probabile, ma in ogni caso, un elemento emerge chiaramente dal ragionamento dell’ex consigliere di Nixon: con la Russia soprattutto l’Europa dovrà tornare a trattare e a riprendere le relazioni diplomatiche perché da questo dipende il futuro assetto di equilibri internazionali. La posizione della Russia nello scacchiere internazionale è, dunque, determinante: in base a come la Russia vedrà se stessa e si posizionerà dipendono anche le sorti dell’Occidente. Kissinger ha asserito, dunque, che Mosca potrà pensarsi «come un’estensione dell’Europa o come un’estensione dell’Asia ai margini dell’Europa». E questo farà la differenza per il futuro degli assetti globali. Spingere la Russia nelle braccia cinesi, potrebbe rivelarsi un errore fatale.

[di Giorgia Audiello]

 

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1 commento

  1. Grazie G.A. articolo perfetto, fondamentale per orientarsi in questo polverone di disinformazione.
    Accennare al “pedigree” di Kissinger come principale regista dell’imperialismo USA degli anni ’70, ’80 etc.., evidenzia ancora di più quanto la posizione europea di supina e irresponsabile sudditanza agli USA, in questa crisi, faccia male persino agli USA stessi.

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