lunedì 23 Maggio 2022

L’Italia si è persa nel grande Risiko della pesca nel Mediterraneo

9 agosto 1960, un peschereccio proveniente dalla cittadina siciliana di Mazara del Vallo viene intercettato da una motovedetta nord-africana. Parte un inseguimento, vengono sparati dei colpi, il battello viene catturato e il suo equipaggio viene segregato in attesa che la politica faccia la sua parte per risolvere la faccenda. L’imbarcazione era la “Salemi” e i militari in questione erano di Monastir, Tunisia. I colpi di fucile reclamarono la vita del comandante Nino Pagano – al secolo Antonino Genovese – e del cognato, l’armatore Luigi Licatini.

Nella storia mazarese cambiano i soggetti protagonisti dei casi di cronaca, ma la sinfonia rimane inalterata, la storia si ripete a spirali strette: primo settembre 2020, i diciotto uomini della “Antartide” e della “Medinea” vengono catturati dalle forze del Generale libico Khalifa Haftar e detenuti senza processo per 108 giorni. I dissapori patiti dai nostri pescherecci fanno parte di una tendenza che percepiamo chiaramente, ma che fa parte di uno schema più vasto che è difficile da percepire, quello della geopolitica della pesca nel Mar Mediterraneo. Si tratta di una contesa a bassa intensità, perlopiù invisibile agli occhi delle masse, ma che si sta progressivamente accendendo, intensificata da fenomeni che ne stanno fomentando concorrenzialità e portata.

La guerra del gambero rosso

Il gambero rosso è tra i frutti più ambiti del Mediterraneo, il cosiddetto “oro rosso di Sicilia” che può essere piazzato sui mercati dai 50 ai 120 euro al chilo. I pescherecci sono disposti a inoltrarsi in mare aperto pur di recuperare il prezioso crostaceo, tuttavia proprio questa propensione a spingersi verso l’esterno incappa frequentemente in dispute burocratiche e amministrative. Nel migliore dei casi questi dissapori vengono sedati tra nazioni appartenenti all’Unione Europea, nel peggiore coinvolgono quei Paesi del Nord Africa il cui panorama amministrativo è autoritario e frastagliato.

Complessivamente, questi contrasti vengono normalmente etichettati con la pittoresca definizione di “guerra del gambero rosso”, formula descrittiva che riassume in maniera accattivante quello che è al contempo un problema diplomatico e socio-economico. In molti casi gli arresti si concludono infatti con una semplice multa, tuttavia altri episodi vengono tramutati in vere e proprie leve strategiche con cui imporre volontà attraverso strategie coercitive. Nel caso della “Salemi” si aprì la strada a un’escalation dai toni belligeranti che è infine culminata nella stesura di accordi di pesca per cui Roma si impegnava a pagare Tunisi, mentre quello della “Antartide” e “Medinea” si è tradotto in una concertazione – tutt’altro che trasparente – tra l’Italia e il Generale Haftar, militare la cui autorità è formalmente disconosciuta dal Bel Paese. I pescatori vengono quindi tradizionalmente usati come pedine di un gioco d’ampio respiro, un gioco per cui l’Italia non sembra essere particolarmente portata.

Una mancanza tutta italiana

A questo punto è necessario spiegare cosa siano le zone economiche esclusive (ZEE), ovvero aree di mare in cui uno Stato costiero vanta lo sfruttamento esclusivo delle risorse naturali, incluse quelle ittiche. Le ZEE possono estendersi ben oltre alle acque territoriali e i Governi possono disegnarle unilateralmente, a patto che le aree rivendicate non “invadano” gli Stati adiacenti e frontisti. Partendo da questo presupposto, è importante dunque evidenziare che non solo l’Italia sia priva di una sua personale zona economica esclusiva, ma che i suoi pescatori siano soliti accedere illegalmente a quella altrui.

Nel caso della Libia, per esempio, sentiamo spesso parlare di “acque contese”, tuttavia lo Stato in questione si è assicurato di prendere il controllo di uno specchio d’acqua i cui confini non superano la linea mediana che divide le sue sponde da quelle sicule, quindi Tripoli è legittimata nelle sue scelte pur non avendo interpellato Roma. In altre parole, le motovedette libiche hanno tutti i motivi di arrestare e multare i pescherecci che si avventurano entro la sua ZEE.

La cosa è ovviamente nota al Governo, il quale preferisce però mantenere in merito una posizione pubblica che è sibillina e ambigua, favorendo un forte fraintendimento nell’identificazione di quale parte sia in torto. I politici provano un certo imbarazzo ad ammettere che la pesca italiana faccia affidamento anche su risorse rubate, con la massima ammissione di colpa che è stata registrata nelle parole del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il quale ha definito la ZEE libica al pari di acque «pericolose e proibite». I pescatori di Mazara del Vallo sono a loro volta consapevoli dell’infrazione, tuttavia non possono fare a meno di rivendicare quel tratto di mare appellandosi a un eventuale “diritto storico” e, ancor più, sono costretti a violare la legge a causa di concrete necessità economiche.

Area portuale di Mazara del Vallo.

La pesca italiana si appoggia a una flotta che nel 2020 contava 11.926 navi, molte delle quali danno da vivere a città costiere che non avrebbero altrimenti risorse per sopravvivere. Per potersi garantire un ritorno pecuniario sufficiente a mantenersi, le ciurme si trovano spesso nella posizione di dover cacciare le proprie prede in aree in cui le acque sono profonde e fredde, aree che frequentemente coincidono con le zone economiche di altri Paesi. Imporre un’adesione puntuale e repentina delle ZEE altrui sarebbe insostenibile, tuttavia, l’Italia potrebbe risolvere ogni contenzioso attraverso la stipulazione di trattati di pesca che cadono sotto la competenza dell’Unione, la quale dovrebbe poi giudicare caso per caso, analizzando le complessità specifiche.

La Libia ha un sistema politico spaccato in cui parte del potere non ha voce istituzionale verso le orecchie UE, l’Algeria ha istituito nel 2019 una ZEE che arriva a lambire le aree di pesca antistanti le coste sarde, la Tunisia ha firmato nel 1971 con Roma un accordo che sarebbe anche l’ora di rimettere in discussione. In tutte queste situazioni, tuttavia, l’Italia si dimostra vulnerabile e remissiva evidenziando una debolezza che è in gran parte giustificata dal fatto che il Bel Paese non si sia ancora attrezzato per dichiarare una propria zona economica esclusiva, al massimo ha «autorizzato» la sua istituzione nell’attesa che un giorno questa possa essere definitivamente proclamata con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro degli Esteri. Una dichiarazione di intenti, insomma, che pare assumere più le sembianze di una leva politica che di un vero e proprio piano d’azione.

«Il diritto internazionale non prevede che la zona economica esclusiva di uno Stato debba essere riconosciuta da qualcun altro per essere valida», ci conferma Fabrizio de Pascale, Segretario nazionale di UILA Pesca. «C’è una grossa ambiguità che nasce da il non voler vedere la realtà e il raccontare un’altra realtà. Di fatto, nel Mar Mediterraneo, non esistono più le acque internazionali. Le uniche acque internazionali sono quelle al largo dei mari italiani […] In sostanza le barche di questi Paesi [quelli nordafricani, ndr] possono venire a pescare a 12 miglia dalle coste italiane perché quello è ancora alto mare, ci può andare a pescare chiunque».

Nel 2018, stando ai dati del libro bianco prodotto da Bluemed, l’Italia estraeva da sola il 15% delle catture totali del Mediterraneo e del Mar Nero, un impegno che, in assenza di una propria ZEE, rischia di ledere le possibilità dei pescatori italiani, i quali non possono accedere alle acque altrui, ma sono liberi di subire l'”invasione” della concorrenza straniera. A questa criticità si somma il fatto che Unione Europea e Organizzazione mondiale del commercio (OMC) stiano lavorando per formalizzare accordi mirati a contenere il problema del depauperamento delle risorse ittiche, impegno che potrebbe tradursi in ulteriori limitazioni per i pescherecci nostrani.

La disperazione sfocia nel Mediterraneo

Quando si analizzano i preoccupanti soprusi subiti dai pescatori italiani per mano delle motovedette straniere, capita di sovente di incappare in personaggi che propongono di attenuare le difficoltà dispiegando sul campo dei mezzi militari. Se si tiene in considerazione quanto detto in relazione alle ZEE, è evidente che una simile posizione incappi in un immediato paradosso: nel caso, la Guardia Costiera dovrebbe allontanarsi dalla propria area di competenza per accompagnare le navi a pescare di frodo.

In passato, capitava che le motovedette di Stato si trovassero in zona per pura “coincidenza”, magari mentre erano impegnate a solcare le rotte di soccorso legate all’accoglienza dei migranti. Da allora, tuttavia, il clima politico europeo è drasticamente cambiato e anche questa opzione pare ormai inverosimile. Dal 2014, anno dell’esperimento Mare Nostrum, le autorità italiane hanno infatti preferito adottare un’impostazione più ligia al rispetto delle aree ufficiali di ricerca e soccorso (SAR), delegando spesso a terzi la salvaguardia di coloro che rischiano la vita in mare. Su carta si tratta di un approccio assolutamente legittimo, tuttavia è difficile credere che non vi sia malizia alcuna nella decisione del Governo italiano di confidare ciecamente nelle competenze assistenziali dei Paesi limitrofi.

Roma fornisce mezzi, addestramento e risorse a un corpo militare libico composto tra le altre da personaggi che sono accusati di essere parte attiva nella tratta umana, il tutto nonostante le stesse Nazioni Unite siano esplicite nell’affermare che i porti libici non siano da considerarsi sicuri o adatti all’accoglienza. La situazione non migliora se si tiene in considerazione la vastissima SAR che cade sotto la responsabilità di Malta. La situazione maltese è in effetti estremamente complessa: l’isola è stata controllata dal Governo britannico fino al 1964, Governo che si era assicurato ai tempi l’assegnazione di un campo di ricerca e soccorso estremamente ampio, uno stratagemma che gli ha concesso per vie traverse una Flight Information Region (FIR) altrettanto importante. Calcando sulla SAR, il Regno Unito si era dunque assicurato che gli aerei di passaggio tra Europa e Africa si affidassero ai suoi servizi di informazioni di volo, ottenendo un vantaggio strategico notevole.

Allo stesso tempo, La Valletta si guarda bene dal soddisfare puntualmente i requisiti di soccorso che le spetterebbero e piuttosto preferisce risolvere la questione siglando accordi proprio con la Libia. In altre parole, con la scusa del SAR le motovedette di Tripoli possono intervenire nella tratta del Mediterraneo che spazia dalla Tunisia alla Turchia, situazione che dovrebbe preoccupare la politica e che certamente spaventa quei pescatori italiani che si trovano assaliti dalle autorità libiche anche grazie a battelli e armamenti che sono messi gentilmente a disposizione da Roma, centro di potere che si dimostra pronto a chiudere un occhio sugli abusi subiti dai suoi cittadini pur di salvaguardare i rapporti economici e diplomatici internazionali.

Pesca come extrema ratio

La spartizione del Mar Mediterraneo è notoriamente influenzata dalla gestione delle risorse naturali, tuttavia le battaglie per le fonti ittiche devono ormai tenere conto di fattori ancora poco sondati. Uno dei motivi per cui i pescatori italiani arrivano a spingersi tanto lontano dalle acque territoriali si riscontra nel fatto che le acque europee si stiano scaldando a una velocità sorprendente, ben più velocemente di quanto non faccia l’ambiente terrestre. Pesci e crostacei che prima abitavano vicini alla costa si sono spostati verso il largo in cerca di temperature a loro più adatte, finendo con il concentrarsi in zone che finiscono irrimediabilmente per essere contese da più parti. 

Il cambiamento climatico sta inoltre impattando notevolmente nell’area circondante il Canale di Suez, passaggio solitamente noto per il suo traffico navale, ma da cui sopraggiungono anche specie marine aliene e invasive che da sempre vivono nel Mar Rosso. Stando ai dati di Legambiente, nel 2017 il Mediterraneo era già dimora permanente di almeno 600 pesci “esteri”, 42 dei quali sono ormai di casa anche in quel del Bel Paese. Questa rivoluzione non solo ha – e avrà – impatti sull’ecosistema marino, ma andrà a influenzare passivamente anche l’economia, almeno tenendo conto del fatto che molte di queste creature risultino tossiche, inadatte alla consumazione e assolutamente invendibili. Meno pesci e più concentrati, dunque, ma anche una maggiore competitività da parte delle nazioni nordafricane e del Vicino Oriente.

I contadini dell’Egitto, dell’Algeria, della Libia e del Levante si trovano a vivere in nazioni colpite da pesanti crisi finanziarie, inoltre i loro campi diventano sempre più difficili da coltivare a causa dell’innalzamento delle temperature. Il risultato è che molti di coloro che non riescono a vantare nuove prospettive lavorative finiscono con il cercare disperatamente di improvvisarsi pescatori, spesso incappando in magri risultati. Si prospettano furenti scontri diplomatici tra Unione Europea e Stati Arabi per determinare le nuove norme di pesca dell’OMC, tuttavia anche le singole nazioni e le aziende private si stanno attrezzando per siglare autonomamente concessioni previa accordi commerciali onerosi che si tengono spesso a porte chiuse. In questa sfida geopolitica, Roma sta compiendo passi timidi che vengono intorpiditi da un dibattito pubblico poco trasparente, tuttavia il tempo per negligenze amministrative e rimpalli di responsabilità sta scadendo e l’Italia necessita sempre più di trovare una voce attraverso cui confrontarsi a livello internazionale, che sia attraverso l’UE o autonomamente, via deroga. 

[di Walter Ferri]

 

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