giovedì 26 Maggio 2022

L’Ue vuole introdurre una legge contro la “disinformazione straniera”

L’Unione europea sta valutando l’idea di introdurre un meccanismo di sanzioni contro la “propaganda di disinformazione” condotta da “regimi oppressivi attraverso fonti maligne”, con “la Russia in prima linea”. La misura rappresenterebbe dunque una sorta di estensione della decisione presa la scorsa settimana relativa alla messa al bando di alcuni media russi: Sputnik e RT. Così come il conflitto armato, «anche la propaganda di Vladimir Putin è uno strumento di guerra che bombarda le menti di russi, ucraini e cerca di colpire anche le nostre» ha affermato l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, in un intervento avvenuto martedì 8 marzo durante il dibattito in sessione plenaria del Parlamento comunitario sulle interferenze straniere nell’Unione Europea.

Ritornando sulle sanzioni precedenti, Borrell ha tenuto a precisare che «Sputnik e RT fossero strumenti nelle mani del Cremlino capaci di condurre guerre di informazione che dunque andavano bloccate, perché sul combustibile dell’informazione si basano le azioni politiche dei cittadini e lo stato della democrazia». Riemerge quindi il tema della prevenzione, legato a un trattamento quasi paternalistico da parte delle istituzioni europee nei confronti dei suoi cittadini, evidentemente ritenuti non abbastanza capaci di giudicare da soli cosa sia vero e cosa no, o di confrontare versioni e fonti differenti.

La strada di un “meccanismo di sanzioni contro la propaganda di disinformazione” sembrerebbe tracciata da alcune decisioni prese in passato dall’Unione, come nel caso della legge approvata il 28 aprile 2021 per “contrastare la diffusione di contenuti digitali di matrice terroristica“. Se i fini potrebbero sembrare nobili, i mezzi preposti alla loro realizzazione nascondono non pochi dubbi: secondo la norma, le piattaforme, una volta ricevuto un avvertimento dalle autorità nazionali rispetto all’esistenza di un contenuto sospetto, devono procedere alla sua eliminazione entro un’ora. Questo termine è molto ristretto e potrebbe dunque facilitare le aziende e piattaforme più grandi e ricche, a discapito di quelle con modeste dimensioni. Inoltre, non va trascurato il pericolo di una censura digitale, così come sostenuto da diversi gruppi schierati a difesa dei diritti civili: a giudicare la validità dei contenuti sono stati designati degli algoritmi che potrebbero infatti non riconoscere quelli ambigui, magari di natura satirica, andando a minare la libertà di espressione e di opinione di milioni di utenti. Allo stesso modo, anche l’eventuale legge relativa a un meccanismo di difesa contro la “disinformazione straniera” potrebbe rappresentare un ostacolo a uno dei principi cardine della globalizzazione: la libera circolazione delle informazioni.

È interessante riflettere sul modo con cui l’Unione europea, ad oggi, è intenzionata a rispondere a un Paese che il 4 marzo scorso ha approvato una legge che, “in caso di diffusione di fake news”, può prevedere addirittura una reclusione di 15 anni per l’imputato. La strada scelta sembrerebbe essere quella del filtraggio, a discapito della fiducia nei confronti dei propri cittadini, del ragionamento logico e della forza dei dati, gli unici in un contesto democratico capaci di smentire notizie false.

[Di Salvatore Toscano]

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