venerdì 20 Maggio 2022

Analfabetismo funzionale, l’Italia è uno dei peggiori paesi in Europa

In Italia circa il 28% della popolazione tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale. Significa che non sa né leggere né scrivere? No. Vuol dire invece che alcune persone non sono in possesso delle abilità necessarie a comprendere a pieno e usare le informazioni quotidiane, che abbiamo costantemente attorno.

Nel dettaglio, secondo i dati dell’indagine Piaac-Ocse del 2019, riportati da Truenumbers, vi è un 5,5% che comprende solo informazioni elementari, contenute all’interno di testi molto brevi, caratterizzati da un vocabolario base. Un altro 22,2%, invece, si limita alla comprensione di testi misti (sia cartacei che digitali) purché siano corti abbastanza.
È uno dei dati peggiori in Europa, che oltre a danneggiare la persona stessa, influisce sul progresso tecnologico.

Un individuo che fa fatica a comprendere un testo cartaceo scritto, ha ancora più problemi se questo è riportato su una pagina web. Un analfabeta funzionale diventa, così, spettatore passivo, che guarda senza recepire e assorbire nessun tipo di informazione utile.
A livello globale i giovani e gli adulti che possono essere definiti tali sono 773 milioni. Un dato che nei prossimi report sarà sicuramente maggiore, visto che, a causa della pandemia, il 62,3% dei giovani non ha potuto frequentare le lezioni in classe.

Per fare qualche esempio, un analfabeta funzionale ha persino difficoltà a reperire un numero telefonico sulla rubrica del proprio smartphone. Non comprende, cioè, che questo possa trovarsi all’interno di un’apposita sezione. Molto probabilmente l’individuo sarà in grado di leggere le cifre in sequenza, ma non di comprenderne il senso.
È chiaro che per i Paesi (come l’Italia) in cui le percentuali di analfabeti funzionali sono molto alte, la possibilità per il sistema di essere innovativo e competitivo con gli altri si abbassa notevolmente. Le persone prese in analisi dall’indagine Ocse rientrano nella fascia d’età in cui si ipotizza che queste abbiano un lavoro o che stiano cominciando ad inserirsi all’interno della società.

Ci sono delle possibili strategie da attuare per limitarne la diffusione? Sì, principalmente investendo in istruzione e formazione. La qualità e le modalità di insegnamento sono alla base. L’E-learning – termine con cui si intende l’uso delle tecnologie multimediali e di Internet per migliorare la qualità dell’apprendimento – permetterebbe ad esempio di muoversi attraverso delle “simulations”, cioè aiutando persone con difficoltà di lettura e scrittura a proiettarsi direttamente nella realtà.

Ma la scuola da sola non può bastare: anche la famiglia ha un ruolo chiave nella formazione dei bambini e potrebbe fare la differenza spronandoli, ad esempio, alla lettura individuale, o ad alta voce, che attiva maggiormente la mente e la stimola al pensiero.

[di Gloria Ferrari]

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1 commento

  1. Quanta verità in queste poche righe. Quanto tempo ho perso a far capire questi concetti, non solo alla mia compagna che contro al mio consiglio,4 anni fa ha fatto comprare da suo padre, il tablet al bambino. Purtroppo l’abuso che fanno i bambini, di questi dispositivi, complica di molto apprendimento del linguaggio e lede anche la loro capacità di attenzione, ed oggi che 7 anni (8 a Giugno) si nota come si spazientisca in breve tempo, a determinati ritmi del quotidiano. Ma se per il mio bambino la situazione è recuperabile, per molti coetanei, no. Parlo di persone di 40 anni, non 80, che non hanno capito in quale situazione verte il paese ed i loro diritti, cancellati un po’ alla volta, estirpati come erbacce, goccia a goccia e questo senza un minimo di sussulto, senza avvertire un po’ di doverosa incazzatura. Nulla! Per fortuna non tutti, una minima parte se ne è accorta, vigilava, come si dovrebbe sempre fare, ed ha da subito posto un cavallo di frisia, in tempi già sospetti, a tutto quello che stava accadendo. Ai primi, invece, è bastato gli si dicesse, con una strategia adeguata, una programmazione neuro-linguistica precisa e mirata, che erano dei sacrifici dovuti allo stato di emergenza, che saremmo tornati alla normalità, che dovevamo pensare anche agli altri etc etc, per poi trovarsi al punto di partenza, con una sostanziale differenza, ovvero, con una quota parte della società, lesa in maniera pesante e definitiva, psicologicamente. Parlavano di PANDEMENZA, e PSICOVIRUS, ed ammetto che ora, trovo i nomi quanto mai azzeccati

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