venerdì 12 Agosto 2022

Memoria e ricordo, la mente e il cuore

Memoria, ricordo. Due parole per certi versi molto simili si riferiscono, nella propria etimologia, a due parti distinte del corpo: la mente e il cuore. E trascinano con sé rappresentazioni e immaginari differenti.

La memoria, fin dall’antica Grecia, può implicare l’atto del menzionare qualcosa oppure quello di rammentarsi. Vale a dire la tavoletta di cera su cui scrivendo si imprimono i dati memoriali per metterli in luce oppure l’idea del magazzino che li racchiude e conserva, che li tiene a mente. In queste due accezioni fu usata nei Dialoghi di Platone. Di norma il ricordarsi, il prelevare nel repertorio mentale, precede il menzionare, il trovare parole, l’esprimere i dati memoriali. Memoria è dunque una prerogativa del cervello, una funzione della mente e insieme una rappresentazione, tant’è vero che ‘memoria’ è un documento giuridico che riassume i dati di un procedimento. La memoria esiste sotto due dimensioni: quella individuale e quella sociale, funge da archivio ma ha sempre bisogno di un soggetto che si costituisca come suo portatore, come testimone. La memoria è poi, complessivamente, un meccanismo culturale. Con una forte valenza politica: damnatio memoriae è la condanna, immediata e nei tempi a venire, di un nome o di un evento,  rimosso dagli annali, dai libri e dalla storia. 

Aleida Assmann, nel suo bel volume, Ricordare (Il Mulino 2002, p. 155), cita Imre Nagy, presidente del Consiglio nel 1956, in Ungheria, quando i sovietici invasero il suo Paese e lo giustiziarono cancellandolo dai libri di storia. Nel 1989 venne commemorata la sua morte dopo avergli dato l’onore di una nuova sepoltura. Osserva giustamente Assmann che i ricordi trascelti e conservati da una memoria politica “non servono a fondare il presente ma il futuro, e cioè quel presente che seguirà al crollo di un sistema di potere”.

Il ricordo, invece, si connette al cuore, antica sede del pensiero, ma anche di affetti e passioni, come la collera; dimora dunque del coraggio e di determinati atteggiamenti come la concordia e la comunanza dei cuori. Ricordare è dunque tornare al cuore, unire sentimento a pensiero, rivivere emozioni. Il ricordo, come quello ungherese sopracitato, è dunque un oggetto, un evento, un fatto o una serie di essi. Si celebra, sì, la Giornata della memoria, come azione comune condivisa; ma di quegli anni orrendi esiste ancora qualcuno che ha ricordi precisi, personali, circostanziati. Ricordi, appunto, non una ‘memoria’ generale.

Così, al ritorno da un viaggio, si può conservare una traccia materiale, un dono che si consegna a qualcuno. Il ricordo è anche un oggetto, un segno che trasferisce valori di affetto, di confidenza, di amicizia. Il francese souvenir indica che l’azione del ricordo-oggetto è quello di sopravvenire, di mantenere qualcosa. “Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea/ tornare ancor per uso a contemplarvi/…Né mi diceva il cor che l’età verde/… fia compagna/ d’ogni mio vago immaginar, di tutti/ i miei teneri sensi, i tristi e cari/ moti del cor, la rimembranza acerba”. Di questi due distinte qualità del ricordo, fattuale ed emotiva, Giacomo Leopardi compie una sintesi estrema ne Le ricordanze, unendo il cosmico, l’astrale al privato, al personale. 

Marcel Proust, distinguendo tra memoria volontaria e memoria involontaria, tra concentrazione e rivelazione, scrive che “tutti quei ricordi aggiunti gli uni agli altri non formavano ormai che una massa, ma non era impossibile distinguere tra loro,…  se non delle fessure, delle crepe vere e proprie, almeno quelle venature, quelle screziature di colorazione che in certe rocce, in certi marmi rivelano delle differenze di origine, d’età, di ‘formazione’” (La strada di Swann).

Non si pensi però che tra la memoria letteraria e quella storico-politica vi siano enormi differenze. La dimensione pubblica e quella personale sono sempre destinate, scambievolmente, a rendere conto una dell’altra. Per il periodo storico attuale, sarà difficile scrivere una storia imparziale, poiché la cronaca è, ed è stata, troppo tormentata. Se la politica non si dà pensiero delle ragioni del cuore, se trascura “la bilancia intima della storia”, come la chiamava Aldo Capitini, se sottovaluta l’emotività positiva dei suoi amministrati, puntando solamente su ansia, sospettosità, denigrazione e rancore, se pensa di detenere e imporre un’assoluta, indiscutibile razionalità, presunta o verosimile, al suo operato, è destinata, lei, alla damnatio memoriae. E a rinfocolare, inevitabilmente, coi pesanti ricordi personali, una memoria di opposizione.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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