sabato 27 Novembre 2021

Il Governo italiano continua a non fare chiarezza sui fondi spesi per la Libia

L’Italia spende ogni anno milioni di euro per finanziare le attività della Guardia costiera libica, organismo creato nel 2017 grazie al Memorandum di Intesa Italia-Libia. In tale documento l’Italia si impegna a fornire alla Libia fondi e strumentazioni necessarie per attuare i respingimenti dei migranti sull’asse del Mediterraneo centrale. Ma anche prima del 2017 i finanziamenti erano continui e ingenti. Non si parla di soldi donati al Governo di Tripoli, che non esercita un controllo effettivo sul territorio a causa della frammentazione della situazione politica, sociale e militare dovuta a dieci anni di guerra civile. Gli aiuti italiani sono per lo più tradotti in supporto logistico, donazione di strumentazione di vario tipo (come le motovedette) e formazione continua del personale. Finora il programma IBM (Integrated Border Management, detto anche Supporto alla gestione integrata delle frontiere) ha ricevuto un finanziamento pari a 46 milioni di euro, provenienti dall’Unione europea ed amministrati dal Ministero dell’Interno. Questi tuttavia non ha mai pubblicato rapporti di spesa o resoconti di utilizzo di tali fondi, rifiutandosi di rispondere alle richieste di chiarezza fatte dalla società civile e da diverse associazioni giuridiche.

In base al FOIA infatti, il Freedom of Information Act, introdotto nel nostro ordinamento nel 2015, la pubblica amministrazione ha l’obbligo di concedere informazioni ai cittadini che le richiedano, quando queste non contrastino con la sicurezza nazionale o la privacy. Per quanto riguarda le spese destinate alla Libia, Il Ministero dell’Interno ha sempre violato il principio della trasparenza, non rendendo disponibili le cifre ma limitandosi a pubblicare le informazioni sull’affidamento delle forniture alla Libia sul sito della Polizia di Stato. Vi sono poi inoltre precedenti che alimentano ulteriori sospetti sull’utilizzo di tali fondi, come quanto dichiarato il 9 settembre 2017 al Corriere della Sera dall’intelligence libica. In tale occasione era stato riportato come una milizia locale avrebbe ricevuto “cinque milioni di euro dall’Italia, se non il doppio” per attività di controllo delle partenze dalle coste vicino Tripoli.

Le notizie su quanto accada nei centri di detenzione libici si sprecano. Il fatto che il Governo italiano ancora si rifiuti di riconoscere la realtà dei fatti non è un argomento sul quale ci soffermeremo in questa sede, limitandoci a sottolineare come tali respingimenti violino il diritto fondamentale di asilo dei rifugiati e il principio di non respingimento in mare, sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. La violazione di tali norme prevede responsabilità giuridiche da parte di Italia ed Unione Europea.

L’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha per tali motivi richiesto all’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione) di “attivare i propri poteri di controllo” sull’IBM, e alla Corte dei Conti (l’organismo che vigila sulle finanze dell’Unione europea) di sospendere il programma di finanziamenti e operare una revisione. Tali finanziamenti attingono inoltre al Fondo fiduciario per l’Africa, che dovrebbe supportare programmi di sviluppo per i Paesi africani. Tuttavia, come sembra, tali fondi finirebbero in ben altre mani.

[di Valeria Casolaro]

 

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