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venerdì 17 Settembre 2021

Il Texas ha reso di fatto impossibile l’aborto, anche nei casi di stupro

Un passo indietro nei diritti delle donne è stato appena compiuto negli Stati Uniti, con l’entrata in vigore in Texas di Senate Bill 8, la legge più restrittiva in suolo americano. Questa prevede il divieto dell’interruzione di gravidanza non appena possibile rilevare il battito del cuore del feto. Una decisione estrema, considerando che l’attività cardiaca può essere percepita già alla sesta settimana di gestazione, quando ancora è probabile non sapere di essere incinta. Inoltre, la legge consente ai privati di intraprendere un’azione civile contro chiunque assista o aiuti una donna ad abortire, con la possibilità di richiedere sino a 10mila dollari di danni. Questo vuol dire che si potrà intentare una causa contro medici, infermieri, operatori sanitari, persino contro i genitori che pagano per l’aborto della figlia o, per assurdo, contro il tassista che li accompagna. In tutto ciò, non è prevista l’esclusione dal divieto, dei casi di incesto e violenza sessuale.

Senate Bill 8 – non sospesa dalla Corte Suprema – ha causato non poco malcontento, tanto che è stata presentata una petizione d’emergenza da strutture sanitarie e sostenitori dei diritti dell’aborto, con l’esplicita richiesta di bloccarla. La legge è stata definita incostituzionale, poiché viola la Roe contro Wade, sentenza della Corte Suprema risalente al 1973, che stabilì l’interruzione di gravidanza fino alla 22esima-24esima settimana di gestazione. Anche Joe Biden ha espresso con fermezza la sua contrarietà, promettendo che farà di tutto per proteggere uno dei diritti femminili più importanti che, se ostacolato, compromette significativamente l’accesso all’assistenza sanitaria, in modo particolare alle donne delle classi sociali a basso reddito.

La legge, conosciuta anche come Heartbeat Act, è stata firmata lo scorso maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott e contribuirà a diminuire ulteriormente e drasticamente le cliniche dove è possibile abortire. Alcune di queste, hanno raccontato di essersi viste costrette a cancellare molti appuntamenti di pazienti che avevano richiesto l’interruzione di gravidanza prima dell’entrata in vigore della legge, e che contavano sul blocco – non avvenuto – da parte della Corte Suprema; altre hanno invece affermato di aver avuto più richieste del solito nei giorni precedenti alla sentenza. Persino alcuni medici hanno preso la decisione di non praticare più l’interruzione di gravidanza, al fine di salvaguardarsi da denunce e cause legali lunghe e costose.

[di Eugenia Greco]

7 Commenti

  1. Ciao Marco, niente paura, amo le vespe, ma questa volta non ci siamo. Dalle tue parole traspare una mancanza di empatia per l’essere umano (donna), vittima di violenza, e noto anche un certo astio e noncuranza nel modo in cui hai espresso la tua idea. Mi piacerebbe capire se nel tuo vissuto c’è qualcosa che ti porta ad avere un simile atteggiamento ostile nei confronti della libertà di scelta delle donne. Io personalmente sono abbastanza contraria all’aborto, ma non sono mai stata violentata, quindi non posso sapere come si senta una donna ad apprendere che da un atto di violenza è stato concepito un figlio. Se e quando mi stupreranno, te lo verrò a raccontare.

  2. A parte il fatto che se siamo convinti di quello che scriviamo dovremmo firmarci con nome et cognome e non usare ideogrammi. Sarebbe bello se l’amministratore potesse volesse bloccare commenti anonimi che poi sarebbe solo di facciata e non di sostanza perché chiunque puo usare degli alias. E sopratutto parliamo e scriviamo solo di cose che ci hanno visti realmente coinvolti altrimenti è solo chiacchiericcio che fa da meschino sottofondo alle condizioni materiali di vita di miliardi di altri esseri.

    • Sarei felice di firmarmi con nome e cognome, ma non so se ha chiaro il clima in cui viviamo.
      Vedo peraltro che lei evita di entrare nel merito e invoca subito la censura. Il che non è bellissimo.
      Io credo di aver esposto alcuni argomenti con garbo, senza accusare nessuno.
      Quindi si rilassi. La libertà di espressione è per ora un diritto fondamentale e grazie al cielo questo giornale dà la possibilità di esercitarla.

  3. L’articolo invece vedo che fa riferimento ad una serie di stereotipi che vengono dati per scontati.
    La totale assenza della del diretto interessato, cioè il bambino che sta per nascere, e del suo diritto fondamentale, quello a vivere.
    Il solo diritto preso in considerazione è quello della donna. Un diritto a cosa poi, a non avere il fastidio del pancione per qualche mese?
    La totale assenza del concetto di responsabilità; la gran parte degli aborti non ha nulla che vedere con uno stupro.
    La totale indipendenza dei diritto a vivere del bambino dalle circostanze che possono aver determinato quella vita (lo stupro o altro).
    La possibilità di risolvere facilmente il problema di una gravidanza indesiderata in un modo semplice e umano, affodando il bambino quando nasce a una delle tante famiglie pronte ad accoglierlo.

    So di suscitare un vespaio, ma fa niente. Penso e spero che questo giornale sia aperto anche alla possibilità di scardinare qualche dogma di una ideologia che sta portando ai danni che stiamo vedento.

    • Ciao Marco, ti rispondo in quanto donna. Comprendo in parte il tuo attaccamento alla vita, ma ogni essere umano dev’essere libero di decidere cosa fare con il proprio corpo. Io, personalmente, se non desidero un figlio prendo le giuste precauzioni e se dovesse capitare, lo terrò con molto amore. Tutto però può accadere e quando capita, dev’esserci la libertà di poter scegliere.
      Piuttosto che vietare un qualcosa, è bene educare. Ma di certo non si può obbligare qualcuno a fare qualcosa che non vuole. “Tenere il pancione per qualche mese” non è così semplice come ipotizzi. Ci sono visite mediche, nausee, una serie di conseguenze che vanno al di là dell’aspetto fisico.
      W la libertà, sempre!

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