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venerdì 30 Luglio 2021

Rapporto Invalsi: gli studenti sono peggiorati durante la pandemia

Le prove INVALSI del 2021 hanno avuto luogo in condizioni molto particolari: è la prima volta che si misurano le competenze degli studenti dopo più di un anno di sospensione delle attività didattiche. INVALSI, ovvero l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, è l’ente che si occupa di misurare quantitativamente la qualità dell’istruzione italiana, e quest’anno mostra risultati poco rassicuranti. La pandemia ha avuto un effetto negativo sull’apprendimento degli studenti italiani.

Le prove sono state svolte da più di 2 milioni di studenti distribuiti su tutto il territorio nazionale e hanno riguardato tre materie: la matematica, l’italiano e l’inglese. Dal rapporto elaborato al termine delle prove si traggono una serie di conclusioni. Prima di tutto il fatto che con la pandemia (e la conseguente sospensione o modifica di molte attività didattiche) le performance scolastiche sono, in media, peggiorate rispetto al 2019. Il peggioramento, poi, riguarda soprattutto la matematica e l’italiano, ma non l’inglese. Le difficoltà, infine, riguardano soprattutto le scuole secondarie, mentre le scuole elementari non hanno registrato risultati peggiori rispetto all’ultima rilevazione.

A livello regionale, la provincia autonoma di Trento (parte del non più esistente Trentino Alto Adige) è l’unica regione che ha riportato risultati migliori nel 2020 rispetto al 2019, e in tutte e tre le materie esaminate. Si conferma un sospetto precedentemente espresso e fondato, ovvero che la pandemia ha inasprito disuguaglianze già esistenti: nel panorama generale di peggioramento, il Sud e le isole sono peggiorate più del Nord, e le scuole professionali più dei licei. Anche i ragazzi stranieri hanno ottenuto risultati peggiori rispetto ai loro compagni italiani, ma la forbice è più ampia in matematica che non in italiano. Si conferma poi la differenza di genere tra i ragazzi, più bravi in matematica, e le ragazze, che ottengono risultati migliori in italiano.

grafico tratto dal rapporto INVALSI

Insomma, le difficoltà legate alla pandemia si sono fatte sentire di più presso gli strati più vulnerabili: il rapporto dà prova di un divario territoriale ancora esistente e di una forte disparità tra i ragazzi di condizioni socio-culturali favorevoli rispetto ai più svantaggiati. Gli alunni delle scuole professionali, ancora di più se meridionali, sono quelli che più hanno sofferto, da un punto di vista didattico, del Covid.

La pandemia, inoltre, ha aumentato la frequenza della cosiddetta “dispersione scolastica”, ovvero il fenomeno di studenti che formalmente terminano gli studi ma senza di fatto avere le competenze necessarie ad un normale inserimento nella società e nel mondo del lavoro. Questo dato, che si attestava al 7% nel 2019, è salito nel 2020 al 9,5%, arrivando fino al 22,4% in Calabria.

[di Anita Ishaq]

 

2 Commenti

  1. Vorrei un attimo dire qualcosa a discolpa dei ragazzi che ora vanno a scuola e le fanno o le faranno. Io ho concluso da poco la scuola e il “pensiero” che facevano passare di queste prove è che fossero solo al fine di verificare le “performance” degli studenti, quindi senza una vera incisione sul voto scolastico. Capite bene che ora come ora, se ciò non va ad incidere sui propri risultati, scompare quella determinazione ed impegno nel farli. Magari le invalsi sono anche dei buon metodi per verificare l’andamento scolastico annuo, ma lo si sta affrontando nella maniera sbagliata

    • Ciao Teo, grazie per il tuo commento. Effettivamente è giusto quello che dici. Forse però facendole pesare di più sulla media si rischia di mettere un carico troppo pesante sulle spalle degli studenti (sarebbe come competere con tutto il paese?). Non so quale sarebbe il modo migliore di affrontarle: in fondo non sono degli esami ma un rituale meramente formale con cui da ormai 14 anni si misurano le competenze scolastiche.

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