domenica 13 Giugno 2021

Apple continua a piegarsi alla censura cinese

Il The New York Times ha rivelato al mondo un importantissimo segreto di pulcinella: Apple si rivela asservita all’Amministrazione cinese pur di poter operare in quell’importantissimo e remunerativo mercato asiatico. L’azienda tecnologica, la quale si descrive come la paladina della privacy attraverso l’applicazione di policy ferree, si dimostra nei fatti quanto mai malleabile, quando si tratta del rispondere alle necessità del Partito Comunista. 

Una cosa nota da tempo, ma che la testata statunitense è riuscita a sondare con dovizia di particolari ricostruendo un panorama grottesco grazie alla testimonianza di 17 dipendenti ed ex-dipendenti della Big Tech, nonché studiando alcune carte che sono recentemente emerse durante una causa intentata da un insider frettolosamente licenziato.

Il punto più importante preso in analisi è certamente quello della gestione dei dati utente, i quali sono di fatto indirettamente nelle mani del Governo probabilmente già a partire dal 2017. Per poter vendere i propri prodotti in Cina, Apple ha infatti dovuto sottomettersi al fatto che i suoi server debbano essere gestiti da un’azienda direttamente legata all’establishment, una condizione dura da mandar giù, ma che viene ulteriormente aggravata dal fatto che la potente nazione asiatica abbia anche forzato l’azienda guidata da Tim Cook a rinunciare alla crittografia dei contenuti. In altre parole, tutti gli utenti Apple cinesi sono potenzialmente al centro della sorveglianza governativa, cosa che, peraltro, va esplicitamente contro alle promesse avanzate dal leader d’azienda.

Il report analizza dunque alcuni elementi che erano tutt’altro che noti, elementi che non mancano di sorprendere per la loro lucida connivenza con la censura cinese. Apple avrebbe costituito uno staff dedicato a prevenire che qualsiasi contenuto non gradito al governo cinese possa finire sull’App Store e, quindi, sugli iPhone del popolo. Un team di avvocati tiene costantemente aggiornata una “pagina wiki” di temi da debellare con urgenza. Non tutti violano la legge locale o le policy aziendali, basta vi sia semplicemente il sentore di un argomento controverso ed ecco che scatta la rimozione. Tra questi non mancano ovviamente le tematiche classiche della censura cinese, dalla resistenza del Tibet agli avvenimenti di piazza Tienanmen. 

Questa particolare lista di argomenti tabù è divenuta evidente grazie a Guo Wengui, controverso personaggio propagatore cronico di disinformazione, il quale avrebbe voluto pubblicare sul mercato cinese un’applicazione che è stata intercettata ancor prima di debuttare. Guo ha dunque ricandidato l’app dopo sei mesi, avendo l’accortezza di non palesare nuovamente la sua presenza. Il risultato? L’app ha superato tranquillamente la cortina di sbarramento dell’azienda ed è finita online.

A distanza di tre settimane, il programma in questione è finito nel mirino del revisore Apple Trystan Kosmynka, il quale ha immediatamente indagato per stabilire di chi fosse la responsabilità di un simile strafalcione diplomatico. La colpa è ricaduta su un certo Trieu Pham, dipendente che ha cercato di difendersi sottolineando come l’app non violasse alcuna policy, sentendosi ribattere che, essendo Guo critico nei confronti della Cina, il software non potesse rimanere in alcun modo attivo. L’app è stata quindi rimossa e Pham è stato licenziato per “scarso rendimento”. Un vero e proprio passo falso per la Big Tech, visto che l’uomo ha immediatamente fatto causa al suo ex datore di lavoro, facendo emergere il retroscena.

L’azienda difende le sue scelte e suggerisce che le informazioni raccolte dalla testata siano obsolete o che comunque Apple si sia limitata a rispettare le leggi locali, obiezione che non manca di evidenziare un atteggiamento perlomeno selettivo nel modo di approcciarsi alla legge. Volendo creare un parallelismo, bisogna infatti riconoscere che l’azienda abbia notoriamente condiviso informazioni sensibili con i Governi occidentali, ma anche che si sia rifiutata molte volte di collaborare, perlomeno quando si trattava di penetrare negli smartphone di attentatori di massa.

[di Walter Ferri]

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