mercoledì 16 Giugno 2021

Come e perché gli algoritmi dei social ti chiudono in una bolla

Settimana scorsa il Congresso statunitense si è riunito per discutere di un argomento che tiene in ballo la politica USA ormai da cinque anni: come i social media plasmano il nostro dibattito e le nostre menti. Nel 2016, reduci dallo scandalo Cambridge Analytica, i politici americani si erano riuniti affannosamente attorno a un tavolo per mostrarsi impegnati, per convincere i cittadini che il Governo volesse evitare a ogni costo che le “bugie strategiche” fossero nuovamente fomentate da un uso oculato – e illegale – degli algoritmi internettiani.

Nulla è successo. Il Congresso ha fatto capire con una certa trasparenza di non voler intervenire per castrare «uno dei settori commerciali più innovativi e in rapida crescita dell’Occidente». D’altro canto è proprio questo il punto essenziale: i social network scommettono sul promuovere tossicità proprio perché questo gli concede ricavi finanziari notevoli che superano di molto le eventuali sanzioni con cui vengono raramente colpiti.

Per capire come mai la situazione sia tanto incancrenita bisogna prima di tutto essere consapevoli di due presupposti: gli esseri umani si fidano naturalmente delle intelligenze artificiali e la disinformazione, specie quella di estrema destra, si accattiva il massimo dell’attenzione da parte del pubblico. Operando con il dichiarato intento di aumentare il fatturato delle rispettive aziende, i social media non hanno potuto che cavalcare dinamiche tanto grottescamente promettenti. Anzi, le hanno espressamente enfatizzate, radunando i vari gruppi in “camere eco” attraverso cui idee e ideologie si sono polarizzate fino a garantire la normalizzazione delle fantasie più audaci.

Facebook, per esempio, vuole accuratamente evitare che personaggi di diverse sponde politiche possano confrontarsi, non solo perché un bacino di utenti ben definito è più facile da piazzare agli inserzionisti, ma anche perché un dibattito aperto renderebbe più frequenti e immediate le denunce delle violazioni dei contratti di servizio. Per assicurarsi che ciò non accada, il social ha deciso quindi di “ridurre i contenuti politici” visibili nelle bacheche degli utenti, incanalando così i discorsi tossici in comunità sempre più insondabili, lontane dagli occhi del pubblico e dei critici.

Avendo un bacino di consumatori più ristretto e selezionato, Twitter se la cava leggermente meglio. Leggermente, però, poiché neppure lui riesce a chiamarsi fuori all’economia dell’attenzione che deriva dal fomentare polemiche e controversie. Proprio del portale è il concetto del “cattivo del giorno”, un termine con cui si identificano quegli utenti che finiscono elencati nella lista dei “trend” promossi dal sito, spesso a causa di alcune esternazioni che, motivatamente o non, si guadagnano una posizione privilegiata nei meccanismi della gogna pubblica.

Tutto questo, tuttavia, porta soldi e ogni eventuale incidente viene considerato un danno collaterale più che tollerabile. L’unico modo per imporre alle aziende digitali un drammatico cambio di rotta sarebbe quello di alterare le modalità di monetizzazione dei social media, di assicurarsi che la raccolta dei dati non possa essere più adoperata ai fini commerciali e che le Big Tech debbano direzionarsi verso modelli aziendali alternativi, magari affidandosi su degli abbonamenti. L’idea di dover pagare mensilmente Facebook e omologhi potrebbe sembrare folle, tuttavia la fantasia che simili servizi siano gratuiti è, per l’appunto, una fantasia: le Big Tech guadagnano su altri frangenti e la merce immessa sul mercato è la vita privata degli internauti. Il videostreaming, gli antivirus, i programmi di grafica fanno affidamento da anni su servizi da pagare a intervalli regolari e non hanno problemi a sopravvivere e, addirittura, a prosperare. Se poi i social network dovessero estinguersi perché nessuno sarà disposto a versare un fio alle Big Tech, vorrà dire che le Big Tech non hanno nulla di meritevole da offrire.

[di Walter Ferri]

2 Commenti

  1. Provo ad esporre un ragionamento forse assurdo, forse un po’ Harariano, forse semplicemente ingenuo:

    La mente umana si plasma in base alle esperienze che vive, la realtà che ci circonda ci fornisce le esperienze di cui ci nutriamo. Da quando la pandemia e le norme imposte ci hanno confinato davanti agli schermi, la porzione di realtà che viviamo, direttamente collegati ad internet, è aumentata incredibilmente.
    Letteralmente gli algoritmi che scelgono di cosa informarci, ci formano sempre di più. I futili scopi dietro questi algortmi vanno a definire le fondamenta stessa del nostro contatto con la realtà.
    Ma non esiste verità al di fuori delle verità fisiche e naturali, tutto è opinabile ed è pura invenzione degli uomini. Se la bolla di realtà in cui gli algortmi ci immergono diventa la nostra visione del mondo, l’umanità si ritroverà divisà in strutture mentali tra loro incompatibili. Come le religioni che una volta segnavano il confine tra un mondo e un altro, così gli uomini si sentiranno alieni sulla stessa Terra perchè la vedranno con occhi diversi.
    Chiunque abbia il controllo di questi algoritmi non si rende conto di quanto possa influenzare la storia. Non si tratta solo di panem et circenses, di distrazioni di massa, di disinformazione, di fomentare il consumismo, l’azione politica, la rabbia.
    Come si può quantificare un cambiamento di percezione della realtà paragonabile al passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo, ma attuato in pochi anni anzichè in poche generazioni?
    Stanno giocando con la mentalità collettiva della più grande forza biologica su questo pianeta, stanno definendo i nuovi parametri dell’evoluzione. Stanno rendendo un mondo immenso e meraviglioso piccolo come una biglia, ed una realtà inesistente e gelida, quella di internet, un universo infinito.

    Forse guarderemo Terminator sorridendo, perchè la guerra non la si può fare con la propria mente…

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