domenica 22 Marzo 2026
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Mosca celebra il Giorno della Vittoria, tra boicottaggio UE e minacce di Zelensky

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Si è svolta questa mattina sulla Piazza Rossa di Mosca l’ormai tradizionale parata militare per commemorare l’80° anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista nella Seconda Guerra mondiale. Si tratta della festa non religiosa più importante in Russia: attesa da settimane, in un contesto in cui la guerra in Ucraina è lontana da un cessate il fuoco, non sono mancate le polemiche e le minacce circa la partecipazione di alcuni capi di Stato europei all’evento, cosa che ha confermato l’ostilità dell’Ue verso Mosca. Il capo della politica estera europea Kaja Kallas ha affermato, infatti, che la partecipazione di Stati membri dell’UE o di paesi candidati all’adesione all’UE alle celebrazioni del Giorno della Vittoria a Mosca «non sarà presa alla leggera», mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky giorni fa aveva detto in un video che i russi avevano ragione ad essere preoccupati per eventuali attacchi durante la parata. La Lituania ha addirittura deciso di chiudere il suo spazio aereo ai voli che avrebbero trasportato i capi di Slovacchia e Serbia a Mosca per assistere alla celebrazione.

Nonostante il sabotaggio dell’Ue, all’evento hanno partecipato oltre venti capi di Stato, tra cui quello cinese Xi Jinping, il presidente serbo Aleksandar Vucic e il primo ministro slovacco Robert Fico, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko, il presidente cubano Miguel Diaz-Canel, il segretario generale del Partito comunista del Vietnam To Lam, il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi, il presidente palestinese Mahmoud Abbas, il presidente venezuelano Nicolas Maduro, il presidente etiope Taye Atske Selassie, il presidente della Guinea-Bissau Umaro Sissoco Embalo e altri dignitari stranieri. Un’ampia partecipazione che ha dato modo alla Russia di dimostrare di essere tutt’altro che isolata. Il presidente russo non ha perso occasione per ribadire come tutta la Russia sostenga l’offensiva in Ucraina e, durante la manifestazione, si è seduto accanto al presidente cinese Xi Jinping, con cui ha tenuto ieri importanti colloqui.

Sulla Piazza Rossa, accanto alle truppe russe, hanno sfilato quelle di altre 13 Paesi, comprendenti i contingenti di Azerbaigian, Vietnam, Bielorussia, Egitto, Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Laos, Mongolia, Myanmar, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. L’unità cinese ha rappresentato il contingente militare straniero più numeroso della parata. Quest’ultima è iniziata con la marcia del gruppo stendardi della Guardia d’Onore del Reggimento Preobraženskij, che portava la bandiera nazionale russa e la leggendaria Bandiera della Vittoria, quella issata sul Reichstag tedesco dai soldati della 150ª Divisione Fucilieri Idritskaja nel maggio 1945. Sugli 11.500 soldati che hanno marciato alla manifestazione, circa 1500 hanno combattuto in Ucraina e per la prima volta il Cremlino ha esibito i droni da combattimento utilizzati dalle sue forze armate nella guerra in Ucraina, in quella che la televisione di Stato ha definito una novità. Presenti anche i leggendari carri armati T-34 della Seconda Guerra Mondiale, uno dei principali simboli della Vittoria, che hanno sfilato tradizionalmente in testa alla colonna meccanizzata.

La vittoria nella Grande Guerra patriottica è una celebrazione dall’alto significato simbolico e, non a caso, è considerata in Russia la festa più importante tra quelle non religiose. Ciò si spiega col fatto che la Nazione eurasiatica ha avuto uno dei più alti numeri di caduti durante la guerra contro il nazifascismo: si stima, infatti, che l’Unione Sovietica perse 27 milioni di persone durante la guerra, tra cui molti milioni in Ucraina. Proprio per questo, il tentativo di boicottare il sacrificio russo da parte dei Paesi occidentali appare non solo ingiusto, ma politicamente fallimentare, in quanto conferma l’utilizzo di doppi standard da parte del cosiddetto “mondo libero”: se, da una parte, quest’ultimo tace sulle proprie malefatte (tra cui la guerra in Libia e l’invasione dell’Iraq con il pretesto menzognero della armi di distruzione di massa presenti negli arsenali di Saddam Hussein) e su quelle dei propri alleati, a partire dall’assedio di Gaza e lo sterminio dei palestinesi da parte del governo Netanyahu, dall’altra, non esita a colpire duramente i propri avversari geopolitici. Un modus operandi che l’Occidente porta avanti almeno fin dal 2015, in seguito all’annessione della Crimea da parte di Mosca. Tutto ciò non fa altro che compattare ancora di più il popolo russo, mentre Putin utilizza le suggestioni della Guerra Patriottica proprio per unire la popolazione nella guerra contro l’Ucraina.

In questo contesto, il presidente russo non ha criticato i Paesi liberal-democratici, ma al contrario ha riconosciuto il ruolo svolto dagli alleati occidentali nella vittoria contro il nazifascismo: «Apprezziamo profondamente il contributo dei soldati degli eserciti alleati, dei membri della resistenza, del coraggioso popolo cinese e di tutti coloro che hanno combattuto per un futuro di pace nella nostra lotta comune», ha affermato. Nel frattempo, la guerra in Ucraina procede e il capo del Cremlino ha implicitamente collocato su un piano di continuità la vittoria contro il nazifascismo e la guerra contro Kiev, affermando che «La Russia è stata e sarà un ostacolo invalicabile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo e combatterà contro le atrocità commesse dai seguaci di queste convinzioni aggressive e distruttive. La verità e la giustizia sono dalla nostra parte».

Il Parlamento europeo ha approvato la riduzione della protezione dei lupi

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Il Parlamento europeo ha approvato la modifica dello status di protezione dei lupi da “strettamente protetti” a “protetti”. Con 371 voti a favore, 162 contrari e 37 astensioni, l’Eurocamera ha sostenuto la modifica della direttiva Habitat proposta della Commissione, che ora attende il via libera del Consiglio per l’approvazione definitiva. Il cambio di status permetterà agli Stati membri di avere «una maggiore flessibilità nella gestione delle popolazioni di lupi al fine di migliorare la coesistenza con gli esseri umani e ridurre al minimo l’impatto della crescente popolazione di lupi in Europa», come si legge sul sito del Parlamento europeo. In poche parole, gli Stati membri potranno procedere con meno restrizioni all’abbattimento dei lupi, con l’unico vincolo di «continuare a garantire uno stato di conservazione soddisfacente» dell’animale – la cui popolazione è oggi stimata in 20mila esemplari in tutta Europa. Una mossa che ha presto suscitato l’indignazione delle associazioni ambientaliste.

Il declassamento dello status di protezione del lupo «potrebbe portare a un aumento degli abbattimenti legali e illegali, con conseguenze devastanti per la popolazione di lupi in Europa», ha dichiarato il Forum Ambientalista Puglia, una delle oltre trecento tra associazioni e organismi tecnico-scientifici contrari alla riduzione della protezione dei lupi. «Inoltre – rincalza l’organizzazione ambientalista – gli studi scientifici hanno dimostrato che la caccia al lupo non risolve il problema delle predazioni sul bestiame e può addirittura peggiorarlo». Proprio i conflitti con le attività umane, in particolare per quanto riguarda il bestiame, sono stati individuati dalla Commissione come la giustificazione principale del declassamento, nonostante le evidenze scientifiche contrastanti. Ad ogni modo, se la modifica dovesse diventare realtà con l’approvazione del Consiglio, I Paesi UE potranno scegliere di mantenere lo status di specie strettamente protetta nella legislazione nazionale, nonché applicare misure più rigorose per la sua tutela.

Persa dunque la partita a Bruxelles, gli sforzi delle associazioni ambientaliste si concentreranno sul campo nazionale. Per quanto riguarda l’Italia, la sfida non si prospetta facile con l’attuale maggioranza al governo. La Lega, come rivendicato dall’europarlamentare Paolo Borchia, è sempre stata in prima linea nella richiesta di una revisione dello status del lupo. Esulta anche Fratelli d’Italia, con la senatrice Annamaria Fallucchi che ha salutato con entusiasmo la modifica.

Oggi è “L’Ultimo giorno di Gaza”: mobilitazioni in tutta Italia contro il genocidio

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Nel momento più buio di Gaza, dopo che Israele ha annunciato ufficialmente i propri piani di occupazione totale del territorio, nel mezzo di un genocidio portato avanti a suon di bombardamenti ininterrotti e privazione di cibo, acqua e qualunque altro mezzo utile per la sopravvivenza della popolazione, la società civile torna in piazza per chiedere la fine del massacro in Palestina. Nella giornata di oggi, normalmente dedicata alle celebrazioni per l’unificazione dell’Europa, è stato organizzato il Gaza Last Day (L’Ultimo Giorno di Gaza), una giornata di mobilitazioni su tutto il territorio nazionale per rompere il silenzio assordante della politica e delle istituzioni nazionali ed europee e chiedere la fine del genocidio.

L’evento è stato organizzato da Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tommaso Montanari, Francesco Pallante ed Evelina Santangelo e ha visto presto l’adesione di numerose realtà a livello nazionale. «Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono»: con queste parole gli organizzatori e le organizzatrici hanno scelto di richiamare l’attenzione attraverso un appello sulle pagine X, Facebook e Instagram dell’evento.

La lettera, sottoscritta da centinaia di persone appartenenti al mondo dello spettacolo e della cultura in Italia, fa un appello a non smettere di parlare mai della situazione drammatica che è costretta a vivere la striscia di Gaza: attraverso l’utilizzo degli hashtag #gazalastday e #ultimogiornodigaza l’obiettivo è quello di fare rumore e smuovere la coscienza attraverso gli strumenti che ci stanno permettendo di vedere, quasi in tempo reale, gli orrori di un genocidio compiuto impunemente con la complicità di quelle istituzioni che dovrebbero ripudiare la guerra, ma che continuano a finanziare le azioni ripugnanti messe in atto dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu.

Numerosi sono i collettivi che hanno espresso il proprio sostegno all’iniziativa, tra questi Arci Nazionale, Collettivo Fabbrica GKN, Purple Square e il CSD Peppino Impastato (nello stesso giorno in cui ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’omicidio dell’attivista e giornalista di Cinisi). Al clamore virtuale si aggiungono le manifestazioni annunciate già in varie città italiane: sit-in, presidi, discussioni, cineforum e molte altre iniziative sono state organizzate da Roma a Bologna, Pesaro, Forlì, L’Aquila, Cesena e varie altre città. La lista è in continuo aggiornamento ed è consultabile sulle pagine social dell’iniziativa. Anche noi de L’Indipendente ci uniamo al coro di protesta, rilanciando un’iniziativa messa in campo da tempo: tutte le informazioni sono disponibili sulla nostra pagina dedicata.

Simultaneamente il 10 maggio anche nella capitale spagnola Madrid avranno luogo delle concentrazioni a sostegno della causa palestinese. Muévete por Palestina – Fin al comercio de armas y a las relaciones con Israel (Muoviti per la Palestina – fine al commercio di armi e alle relazioni con Israele), questo è il nome della manifestazione che si prevede interesserà migliaia di manifestanti provenienti da varie parti dello stato spagnolo, grazie alla messa a disposizione di autobus organizzati dalle varie associazioni e collettivi presenti su tutto il territorio. Davanti alle indagini che hanno svelato le almeno 134 operazioni di compravendita avvenute dal 7 ottobre 2023 tra Governo spagnolo ed aziende belliche israeliane, nonostante la promessa del ministero della difesa spagnolo di aver cessato ogni relazione commerciale con lo stato di Israele, anche la società civile spagnola ha scelto di non rimanere in silenzio.

«Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei – verrà chiesto conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. Umani», scrivono gli organizzatori.

Mentre l’Europa si arrocca con un piano di riarmo finalizzato a proteggersi da presunte, quanto apparentemente incombenti minacce anti atlantiste, sulle coste orientali di quel mare che per secoli è stato scambio culturale e strumento di giogo militare per il nostro continente, la popolazione gazawi è destinata ad un annientamento annunciato. Il 9 maggio può essere il giorno giusto per fare i conti con la nostra coscienza ed esprimere il nostro dissenso.

India-Pakistan: blackout ed esplosioni al confine

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Non si arresta la tensione tra India e Pakistan, culminata martedì scorso nell’attacco di Nuova Delhi sul territorio pakistano. Islamabad ha risposto con colpi di artiglieria, annunciando ritorsioni future più serie. Milioni di persone che vivono lungo il confine tra i due Paesi stanno facendo i conti con blackout ed esplosioni. Islamabad e Nuova Delhi continuano a scambiarsi colpi e accuse reciproche. Il governo indiano avrebbe chiesto a X di bloccare oltre 8mila account di agenzie internazionali di notizie e di “utenti di primo piano”.

Brescia: ritirate le sospensioni per i lavoratori di Amazon che avevano scioperato

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Driver, ditta di trasporto che opera per conto di Amazon, ha ritirato le sospensioni rilasciate ai danni di quattro corrieri del bresciano per avere partecipato a una giornata di mobilitazione. La risposta della ditta arriva dopo l’annuncio di uno sciopero a sorpresa organizzato dal sindacato Filt Cgil di Brescia in solidarietà coi lavoratori, che faceva seguito alla stessa mobilitazione per la quale i corrieri erano stati sospesi. La ditta, di preciso, accusava i lavoratori di avere impedito ai colleghi di lavorare durante il giorno di mobilitazione. Oltre al ritiro delle sospensioni, Driver ...

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L’americano Robert Francis Prevost eletto papa: sarà Leone XIV

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Fumata bianca e campane in festa. La comunità cattolica ha il suo nuovo Pontefice: Robert Francis Prevost, che si iscrive alla lista dei Vescovi di Roma con il nome di Leone XIV. È il primo Papa degli Stati Uniti d’America – un evento storicamente impensabile, vista la volontà del Vaticano di mantenere una certa neutralità e di non essere percepito come influenzato dalla potenza americana. Le prime parole di Papa Leone XIV sono state: «La pace sia con tutti voi». Appresa la notizia dell’avvenuta elezione, un fiume umano si è diretto verso Piazza San Pietro per il primo incontro col successore di Francesco, affacciatosi alla Loggia delle Benedizioni per impartire la prima benedizione “Urbi et Orbi”. I 133 cardinali elettori hanno scelto il 267° Pontefice della storia alla quarta votazione, dopo le fumate nere di ieri e questa mattina.

Robert Francis Prevost è nato nel 1955 a Chicago e oggi, 8 maggio, è diventato il 267° Pontefice della Chiesa Cattolica con il nome di Leone XIV. L’ultimo Papa ad aver scelto questo nome è stato Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci (1810-1903), ricordato per i tentativi di dialogo tra la Chiesa e il mondo contemporaneo e per l’Enciclica Rerum Novarum, considerata uno dei testi fondativi della dottrina sociale della Chiesa. Sacerdote agostiniano, a lungo missionario in Perù, Robert Francis Prevost è stato nominato cardinale da Papa Francesco nel 2023, con cui condivide l’idea di una Chiesa più semplice e vicina alla giustizia sociale. Diversi i rimandi — diretti e indiretti — a Bergoglio nel suo primo discorso da Piazza San Pietro, da cui pare voglia raccogliere l’impegno per la pace, in un periodo storico segnato dal riarmo globale. «La pace sia con tutti voi. […] La pace sia disarmata e disarmante. […] La Chiesa deve costruire ponti e dialoghi», ha detto Papa Leone XIV di fronte a decine di migliaia di fedeli. Dopo il pontificato di Francesco, segnato da diversi tentativi di strappo e di posizioni considerate scomode da una parte dei porporati, il Conclave ha optato per una figura di equilibrio tra l’ala progressista e quella conservatrice, che durante la carriera cardinalizia ha evitato di esporsi su temi caldi, come sul genocidio in corso a Gaza.

Sulla questione dei diritti civili Robert Francis Prevost ha espresso posizioni tradizionaliste, criticando la “normalizzazione dello stile di vita omosessuale” e le “famiglie alternative”. Si è anche opposto all’introduzione dell’educazione di genere nelle scuole in Perù e al coinvolgimento delle donne in ruoli clericali. In due casi di abusi sessuali del clero, avvenuti in Perù e negli Stati Uniti, Prevost è stato accusato di non aver indagato adeguatamente e di aver ostacolato la nascita dei relativi processi. Mentre dal punto di vista dei diritti sociali è interessante notare come Prevost abbia preso il nome di Leone, considerato il fatto che Leone XIII (pontefice dal 1878 al 1903) promulgò la celebre enciclica “Rerum Novarum”, che per la prima volta si occupò dei diritti dei lavoratori fondando la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”.

Papa Leone XIV inizia il suo pontificato in un momento di stravolgimento degli equilibri internazionali, caratterizzato dal riarmo globale. Su di lui “grava” il peso della cittadinanza americana — un’anomalia nella storia del Vaticano — e cresce l’attesa per capire l’approccio con Washington e l’amministrazione Trump, se continuerà lo strappo iniziato da Francesco o lo ricucirà. Proprio dalla Casa Bianca sono arrivati i primi auguri a Prevost: «Congratulazioni al cardinale Robert Francis Prevost. È un onore realizzare che è il primo papa americano», ha affermato il presidente USA Donald Trump, che pochi giorni fa aveva fatto un endorsement pubblico per un altro cardinale americano, Timothy Michael Dolan.

Prevost in passato non ha risparmiato le critiche all’amministrazione Trump, in particolare verso il piano di espulsione dei migranti. Il 3 febbraio scorso ha condiviso un articolo dal titolo: «JD Vance [vicepresidente USA, ndr] sbaglia: Gesù non ci chiede di fare una classifica del nostro amore per gli altri», a cui ha dato continuità nel discorso di questa sera: «Vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, la carità, e vuole essere vicina e accogliere coloro che soffrono».

Sarà interessante capire quali ponti intende costruire Papa Leone XIV, con chi sceglierà di dialogare e se questo atteggiamento sarà un parafulmine per evitare prese di posizione scomode — frequenti durante il pontificato di Francesco — che hanno fatto tremare parte degli ambienti ecclesiastici. Le prime risposte si avranno già con la messa di inizio pontificato, di fatto il momento del discorso “programmatico” del nuovo Papa.

Fumata bianca, si attende il nome del nuovo Papa

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Fumata bianca e campane in festa. I cardinali riuniti nel Conclave hanno raggiunto il quorum fissato a 89 voti ed eletto il 267esimo Papa della Chiesa Cattolica, al quarto scrutinio, dopo le fumate nere di ieri e questa mattina. Piazza San Pietro, che al momento della notizia ospitava migliaia di persone, si sta presto gremendo di fedeli. Cresce l’attesa per conoscere il successore di Bergoglio.

Stati Uniti, decine di studenti della Columbia arrestati per le proteste pro-Palestina

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Almeno una cinquantina di studenti della Columbia University, negli Stati Uniti, sono stati arrestati ieri, dopo che la Columbia University Apartheid Divest, rete di gruppi studenteschi filo-palestinesi, ha infatti occupato la biblioteca dell’istituto per protestare contro i legami dell’università con Israele. La repressione poliziesca segna il continum dell’amministrazione di Trump con quella di Biden, iniziata dopo che, lo scorso anno, gli studenti della Columbia e di numerosi altri college degli USA si erano mobilitati in sostegno al popolo palestinese e contro l’amministrazione israeliana e il governo statunitense, suo primo alleato. Nonostante gli arresti e le denunce, la protesta non è mai veramente cessata.

Ieri, su richiesta dei funzionari della Columbia University, la polizia è arrivata in forze al campus per sgomberare gli studenti che per protesta avevano occupato la Butler Library, la biblioteca universitaria. Secondo alcuni media, sarebbero almeno una cinquantina gli studenti che sono stati arrestati e caricati nei furgoni del dipartimento di polizia di New York, mentre gli agenti setacciavano gli edifici del campus alla ricerca di altri attivisti filo-palestinesi impegnati nella protesta. «Tutti hanno il diritto di protestare pacificamente. Ma la violenza, il vandalismo o la distruzione di proprietà sono completamente inaccettabili», ha detto il governatore di New York, Kathy. La Columbia University Apartheid Divest, una rete di gruppi studenteschi, che ha pubblicato il video della protesta, ha fatto circolare le richieste di lunga data affinché l’Università cessi le sue collaborazioni con produttori di armi e altre società che sostengono l’occupazione militare israeliana dei territori palestinesi e il genocidio di Gaza.

Lunedì, invece, a Washington, sono stati arrestati 34 manifestanti filo-palestinesi per aver occupato un edificio dell’Università, chiedendo al campus di tagliare i legami con Boeing per i suoi contratti con l’esercito israeliano. In quel caso, i manifestanti sono stati accusati di violazione di domicilio, distruzione di proprietà e condotta disordinata. I campus statunitensi sono dunque tornati ad essere in forte subbuglio, anche se le proteste non si erano mai veramente arrestate durante questo anno, sebbene abbiano attraversato diversi picchi d’intensità. Dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, la protesta studentesca sembra però essere tornata ai livelli dello scorso anno, quando alla Casa Bianca c’era Joe Biden.

Questo potrebbe essere dovuto non solo al sostegno che Trump ha dimostrato ad Israele, in perfetta prosecuzione con quanto fatto dalla precedente amministrazione democratica, ma anche perché il Presidente statunitense ha ultimamente attuato politiche repressive del dissenso degli studenti, così come dei professori, filo-palestinesi. Tra queste decisioni, per ultima, era arrivata la sospensione dei fondi alla Columbia University come forma di pressione e ricatto, giustificata con l’accusa rivolta all’Università di non aver contrastato adeguatamente episodi di antisemitismo all’interno del campus. E la Columbia non è la sola Università che si è vista sospendere le sovvenzioni. Nell’aprile scorso, infatti, persino la prestigiosa Harvard si era vista tagliare i fondi per il medesimo motivo.

Evidentemente a Trump non è bastato che lo scorso settembre, con l’inizio del nuovo anno accademico, le università americane abbiano aggiornato i propri codici di condotta con lo scopo di depotenziare e criminalizzare le proteste studentesche all’interno dei propri campus ed evitare il ripetersi di una stagione di contestazioni a sostegno della causa palestinese simile a quella dell’anno accademico passato. E proprio la Columbia University, al fine di soddisfare le richieste del governo, allora guidato da Biden, aveva equiparato l’antisionismo all’antisemitismo, in un chiaro tentativo di giustificare la repressione del dissenso.

India-Pakistan si scambiano attacchi e accuse

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Continuano gli scontri tra India e Pakistan iniziati dopo l’attentato nella porzione di Kashmir indiano in cui sono stati uccise 26 persone. Il Pakistan ha dichiarato di aver abbattuto 25 droni indiani nel suo spazio aereo, mentre l’India ha affermato di aver «neutralizzato» un tentativo del Pakistan di colpire obiettivi militari con droni e missili. Il generale dell’esercito pakistano, Ahmed Sharif Chaudhry, ha inoltre affermato che l’India avrebbe ucciso un civile in un attacco aereo, ferendone un altro. Gli ultimi scambi arrivano il giorno dopo che l’India ha dichiarato di aver colpito degli obiettivi «terroristici» in Pakistan.

Sugar Tax: il grande inganno della tassa sullo zucchero

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Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, il 1° luglio prossimo dovrebbe entrare in vigore in Italia la «tassa sullo zucchero» (Sugar Tax). Forza Italia e Lega avevano chiesto di rinviarla al 2026, ma la proposta è stata respinta dalla Ragioneria dello Stato. Cos’è esattamente la tassa sullo zucchero? In realtà, il nome scelto per questa norma è ingannevole, in quanto essa si applica solo alle bevande zuccherate e a quelle energetiche, ma non a tutti i cibi e prodotti che contengono zucchero aggiunto, come ad esempio merendine, brioche, caramelle, ecc. Una denominazione precisa sarebbe quindi «tassa sulle bibite zuccherate», non «tassa sullo zucchero». Ma sorvoliamo su questo e concentriamoci sulla sostanza.

Che cos’è la Sugar Tax italiana

La sugar tax (tassa sulle bevande zuccherate) è una misura fiscale introdotta da diversi Paesi europei e nel mondo, con l’obiettivo di ridurre il consumo di zucchero aggiunto nelle bevande e promuovere comportamenti alimentari più sani. In Italia, questa tassa si applica alle bevande zuccherate, incluse quelle energetiche, tè freddi, cedrate, chinotto, bitter, succhi di frutta con zucchero aggiunto e altre bevande dolcificate con edulcoranti artificiali.

La cosiddetta «tassa sullo zucchero» nasce con diversi obiettivi. In primis, quello di tutelare la salute pubblica, riducendo l’incidenza di malattie croniche come obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori, fortemente correlate al consumo eccessivo di zuccheri. A questo si aggiungono obiettivi economici, ovvero generare entrate fiscali da reinvestire in programmi di salute pubblica e di educazione alimentare. Un ulteriore obiettivo è incentivare i produttori a riformulare ricette e ingredienti dei loro prodotti, riducendo il contenuto di zucchero e offrendo ai consumatori alternative più salutari.

Inizialmente, l’aliquota prevista era di 10 centesimi di euro per litro e, per i prodotti in polvere da diluire, di 0,25 euro per kg. Tuttavia, a seguito dei vari emendamenti introdotti dal governo dal 2020 a oggi, l’aliquota è stata dimezzata: per il primo anno sarà pari a 5 centesimi di euro al litro per le bibite zuccherate e 13 centesimi al chilogrammo per i prodotti da diluire (es. tè in polvere in bustina). Dal 2026, salirà rispettivamente a 10 e 25 centesimi.

La legge era stata varata dal Governo Conte II, nell’ambito della manovra finanziaria (Legge di Bilancio) del 2020, quando ministra della Salute era Giulia Grillo. Successivamente, anche a causa della forte opposizione del ministro Antonio Tajani, la sua entrata in vigore è stata rinviata otto volte, fino a quando, nel maggio scorso, è stata fissata al 1° luglio 2025.

Prima di attribuire però dei meriti — del tutto ingiustificati, come vedremo tra poco — al governo Conte, è bene ricordare che nel 2019 la testata Il Fatto Alimentare aveva promosso una raccolta firme a favore di una sugar tax del 20% sulle bibite zuccherate, sostenuta da dieci società scientifiche italiane operanti in ambito nutrizionale e diabetologico, e da 340 nutrizionisti, pediatri e medici. La proposta fu ignorata dal governo. E chi c’era al governo nel 2019? Nel corso di quell’anno si sono succeduti due esecutivi guidati da Giuseppe Conte: il Conte I, fino a settembre, e il Conte II, in carica dal 5 settembre 2019 al 13 febbraio 2021.

Il risultato netto finale: è stata ignorata una proposta seria per contenere i consumi di zucchero, ed è stata invece varata una misura giudicata alquanto irrilevante, che difficilmente potrà avere effetti concreti nella riduzione del consumo di bevande zuccherate e nella tutela della salute pubblica.

Critiche alla Sugar Tax italiana

Per rendersi conto della completa irrilevanza di questo provvedimento normativo in Italia, basta il semplice buon senso e un minimo di spirito critico. Da quando entrerà in vigore la tassa, un litro di Coca-Cola o Fanta costerà, ai prezzi correnti, 1,85 euro anziché 1,80, mentre una bibita alla cola o un’aranciata a marchio del supermercato costerà 0,85 euro invece di 0,80.

Si tratta di aumenti irrilevanti, che potrebbero non portare a una diminuzione dei consumi. La riduzione dei consumi si è verificata nei Paesi dove la tassa è elevata, attorno al 20% del prezzo base, e soprattutto progressiva, cioè cresce con l’aumentare della concentrazione di zucchero in un prodotto (come nel Regno Unito, Ungheria, Messico e Cile). La sugar tax italiana non possiede nessuna di queste due caratteristiche.

Questa misura è dunque destinata al fallimento già in partenza, ma potrà servire per offrire un’immagine di facciata di attenzione alla salute da parte del governo, e per venire incontro alle esigenze dell’industria delle bibite e dello zucchero. Quest’ultima ha più volte protestato e ottenuto tavoli di confronto col governo italiano, prospettando un futuro disastroso per il settore e per l’occupazione, riuscendo a ottenere ripetute dilazioni per una tassa che si ha il coraggio di presentare come un provvedimento a tutela della salute pubblica.

Persino Coldiretti e Confagricoltura si sono detti contrari, sostenendo che la tassa sullo zucchero scoraggerebbe il consumo di prodotti Made in Italy come chinotti e cedrate.

La Sugar Tax degli altri

In Europa, la sugar tax è presente in Norvegia, Finlandia, Francia, Spagna, Polonia e Ungheria. In Cile e Messico, dove la sugar tax è elevata e progressiva, i consumi sono calati del 12%. In Danimarca, invece, la tassa è stata ritirata perché era facile procurarsi bevande non tassate in Germania o Svezia.

Il Belgio (dal 2016) applica un’imposta fissa per litro di bevande, così come l’Ungheria (dal 2011), dove la tassa è estesa anche a numerosi alimenti solidi. La Norvegia ha introdotto un’imposta fissa per litro sulle bevande zuccherate oltre un secolo fa, nel 1922, aumentandola nel 2018.

Laddove l’incremento di prezzo ha raggiunto il 20–30%, si è registrato un vistoso calo dei consumi, soprattutto quando i ricavi statali non sono stati destinati solo a fare cassa, ma reinvestiti in campagne di educazione alimentare e promozione della salute. Senza un contemporaneo investimento in programmi educativi e in robuste campagne di sensibilizzazione ai corretti stili di vita, può verificarsi uno spostamento dei consumi verso altre fonti di zucchero o calorie.

Secondo dati aggiornati al 2023, la sugar tax è presente in 105 Paesi, coprendo il 51% della popolazione mondiale: in particolare, il 67% nei Paesi a basso reddito e il 29% in quelli ad alto reddito.

Quanto è grave il problema dello zucchero?

A conclusione di questo articolo, è importante offrire un quadro, seppur sintetico, del grave problema alla base di queste misure statali contro le bevande contenenti zucchero o dolcificanti artificiali. Secondo gli ultimi dati disponibili del Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione del CREA, in Italia consumiamo in media 83 grammi di zuccheri semplici al giorno pro capite, contro i 25 grammi massimi raccomandati per una dieta da 2.000 calorie.

Percentuale di bambini di 8-9 anni che consuma ogni giorno bevande zuccherate (Fonte: Osservatorio Okkio alla salute ISS)

Ogni anno beviamo 54 litri di bevande gassate e zuccherate a testa, equivalenti a 5 kg di zucchero pro capite. L’ultimo dato elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità indica che il 24,6% dei bambini italiani consuma bibite zuccherate e/o gassate tutti i giorni. Si tratta di dati di estrema gravità, che impongono una riflessione seria e lo studio di misure realmente efficaci volte a cambiare i comportamenti alimentari.