domenica 22 Marzo 2026
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Bangladesh, bandite le attività del partito della deposta premier

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Il governo ad interim del Bangladesh ha vietato tutte le attività della Lega Awami, il partito politico di Sheikh Hasina, l’ex premier deposta l’anno scorso in seguito alle proteste studentesche. La decisione del governo arriva dopo un moto di protesta guidato dal National Citizen Party, partito studentesco nato dalla rivolta dello scorso anno. Il partito di Hasina è stato messo fuori legge sulla base delle leggi antiterrorismo del Paese, per questioni di sicurezza nazionale.

I rifiuti sulle coste europee sono diminuiti di quasi un terzo in cinque anni

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costa greca Mouresi

C'è una buona notizia che arriva dai litorali europei: tra il 2015 e il 2021 la quantità di macrorifiuti marini, oggetti cioè superiori a 2,5 cm, rilevati lungo le coste dell’Unione Europea è calata del 29%. A certificarlo è l’Agenzia europea dell’ambiente, che ha analizzato l’andamento dei rifiuti marini su scala continentale, confrontando il periodo 2015-2016 con il biennio 2020-2021.
La riduzione più marcata si è registrata nel Mar Baltico, dove la presenza di rifiuti sulle coste è scesa del 45%. Anche il Mar Mediterraneo e il Mar Nero mostrano risultati incoraggianti, grazie a politiche pi...

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Iran-USA: continuano i colloqui sul nucleare

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Si è concluso il quarto round dei colloqui tra Iran e Stati Uniti sullo sviluppo nucleare di Teheran. «Colloqui difficili ma utili per capire meglio le rispettive posizioni e per trovare ragionevoli e realistici modi per affrontare le differenze», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Email Baghaei. Sul tavolo c’è la fine delle sanzioni americane, da subordinare a un contenimento del programma nucleare iraniano. I colloqui proseguiranno, fanno sapere fonti vicine a entrambe le delegazioni.

Papa Leone XIV, primo Regina Coeli: “mai più la guerra”

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Centomila fedeli riuniti a Piazza San Pietro per il primo Regina Coeli di Papa Leone XIV.  «Nell’odierno scenario drammatico di una terza guerra mondiale a pezzi, come più volte detto da Papa Francesco, mi rivolgo anche io ai grandi del mondo, ripetendo un appello sempre attuale: mai più la guerra», ha detto il nuovo Pontefice. Invocato il cessate il fuoco a Gaza, il soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e la liberazione di tutti gli ostaggi. Appello per «una pace autentica, giusta e duratura in Ucraina» e per il raggiungimento di un accordo durevole tra India e Pakistan.

 

Dentro la resistenza armata palestinese: le storie dei “cattivi” che i media non raccontano

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Tulkarem, Cisgiordania occupata. Siamo davanti alla sede della Croce Rossa, dove ogni settimana si radunano famigliari dei detenuti palestinesi e solidali che gridano per la liberazione dei propri cari, mostrandone le gigantografie stampate su cartelli che tengono in mano. Sorrido a una donna che ho già visto alle scorse proteste, velo nero, abito tutto nero, sembra vestita a lutto. Anche lei mi riconosce. Espressione triste sul viso, tiene in mano le immagini di un ragazzo giovane, quattro fotografie unite che raffigurano momenti di vita: appoggiato alla portiera della macchina, vestito a festa, con maglietta e cappellino in una giornata normale. Terminata la protesta, la donna, con il marito al suo fianco, si avvicina e ci invita a prendere un caffè a casa sua. L’uomo parla un po’ di inglese, lei no. Lui si chiama Ahmad, alla protesta reggeva una foto dello stesso ragazzo, ma in posa diversa. Amni, la donna, ci apre la porta di casa. Ci togliamo le scarpe ed entriamo.

Tutto il muro del piccolo salotto che ci accoglie è ricoperto di foto di ragazzi, molti con le armi al fianco o in pugno. È impressionante. Sono quasi tutti morti, scoprirò poco dopo. Torna Ahmad, chiudiamo la porta. Solo allora mi accorgo di una gigantografia verticale che mostra un giovane sorridente in maglietta a maniche corte, una mano in tasca e l’altra che stringe un fucile M-16. Ibrahim, il loro figlio, è ovunque nella stanza.

Ci sediamo, Amni rimette la foto che aveva alla protesta nel solo buco vuoto rimasto nel muro colmo di immagini. Si siede con noi, dopo averci offerto i succhi appena comprati, barrette di cioccolato e wafer.

Ibrahim è in carcere da quasi due anni. Non hanno sue notizie, non sanno niente. È condannato a 15 anni di prigione. Aveva 20 anni quando l’hanno arrestato.

Gli israeliani avrebbero provato a ucciderlo. «In realtà lo volevano morto», assicurano. È tutto vero, c’è il video. I militari israeliani si filmano spesso mentre compiono le operazioni, per poi pubblicare i video su Facebook. Ce lo fanno vedere. Il raid è di giorno, forse all’alba. Ma c’è luce. «Ecco è qui», indica Ahmad. Intanto ci spiega, nel video non si vede tutto. La porta l’hanno fatta esplodere, poi sono entrati in casa e hanno aperto il fuoco. Volevano uccidere tutti. Ibrahim è saltato dalla finestra del salotto. Gli altri sono morti. Samir e Hamza erano due dei migliori amici di suo figlio. Ci mostra una foto appesa al muro. Quattro ragazzi ridono abbracciati, nemmeno un pelo di barba sul mento. Sono ragazzini. «Loro due sono stati uccisi quel giorno. Lui» indica un terzo «è diventato martire circa un mese dopo». Ibrahim, è stato fortunato. Il video continua. Si vede un ragazzo, faccia al muro, le mani dietro la testa in segno di resa, maglietta bianca pulita e pantaloni neri. È circondato da militari. La telecamera inquadra altrove, si sentono degli spari, qualcuno grida di dolore. «È lui. Gli hanno sparato alla schiena, alle gambe. Volevano ucciderlo ma non è morto».

Amni davanti al muro dei martiri (foto di Moira Amargi)

Cinque proiettili. Poi si vede un ragazzo portato via in barella, sporco di sangue e conciato male. Subito dopo, ci mostra un’immagine di lui all’ospedale.

La madre sparisce un attimo e torna con dei vestiti tra le mani: una maglietta bianca sporca di sangue e dei pantaloni completamente stracciati. Ci fa vedere i buchi dei proiettili nei pantaloni, il sangue sulla maglietta che nel video era chiaramente bianca, la mezza impronta di una scarpa. «L’hanno anche calpestato dopo» dice.

Non si sa se può camminare, Ibrahim. La mamma l’aveva visto a un’udienza qualche giorno dopo l’arresto e perdeva ancora sangue. Non camminava, lo trascinavano a forza. «Non l’hanno curato. L’hanno mandato in prigione pochi giorni dopo, non l’hanno fatto stare in ospedale. Ora da quello che sappiamo qualche passo lo fa, ma non sappiamo se abbia ripreso davvero a camminare», dice Amni, tradotta da Ahmad. La preoccupazione per le condizioni del figlio è palpabile: le galere israeliane, soprattutto dal 7 di ottobre in poi, sono diventate uno strumento scientifico di tortura per le migliaia di persone detenute. Lo ha dettagliato ampiamente, in un rapporto pubblicato ad agosto 2024, l’organizzazione umanitaria israeliana B’Tselem, parlando di forme istituzionalizzate di abusi, torture, gravissimi atti di violenza arbitraria e aggressioni sessuali per umiliare i detenuti palestinesi. Tutti i detenuti politici palestinesi liberati in questi mesi in occasione degli scambi di ostaggi con Hamas sono arrivati in condizioni di salute deplorevoli, magrissimi, spesso non in grado di camminare, con cicatrici e segni di violenze sul corpo. Chiunque esca di prigione ha perso decine di chili a causa dell’assenza di cibo e delle malattie lasciate volontariamente diffondere tra le celle sovraffollate. Per ora sono 63 i palestinesi morti – solo quelli dichiarati – nelle prigioni d’Israele dal 7 di ottobre a oggi. Uccisi dalle torture o dall’assenza di cure.

Ahmad con il ritratto del figlio Jihad, ucciso in un’imboscata (foto di Moira Amargi)

Nella stanza c’è un’altra presenza importante, di cui ci iniziano a parlare. Ahmad porta un quadro dipinto a mano e lo appoggia alla poltrona. «Questo è Jihad, era come se fosse nostro figlio». Il quadro l’ha dipinto lui. Ahmad è un pittore eccezionale. Lavorava dipingendo pareti «nel 48». Quarantotto è un numero che si impara presto a collocare geograficamente nei territori occupati: è il modo in cui spesso i palestinesi chiamano quello che nel resto del mondo chiamiamo Stato di Israele. Lo identificano con l’anno del secolo scorso in cui i coloni ebrei proclamarono la nascita dello Stato e cacciarono centinaia di migliaia di arabi, in quella operazione di pulizia etnica che i palestinesi chiamano «Nakba»: catastrofe.

Da un anno e nove mesi, Ahmad non guadagna un centesimo: nei territori occupati quasi nessuno ha i soldi per comprare i suoi lavori, e «nel 48» non ci può più andare, Israele non gli ha più concesso il permesso d’ingresso. Padre di un combattente arrestato e zio di un martire membro delle Brigate di Tulkarem, probabilmente il permesso di lavoro non lo vedrà mai più. Una delle varie forme di vendetta di Tel Aviv verso le famiglie dei membri della resistenza: togliere – oltre a figli e nipoti – anche le possibilità di sostentamento economico.

La faccia di quel ragazzo, capelli rasati, fascia bianca sulla fronte, mi pare familiare. In effetti, per le strade di Tulkarem l’ho già vista, diverse volte. «Jihad Shehadeh è cresciuto qui. Per vari anni è stato con noi. Suo padre è stato in carcere per 15 anni». Ci mostrano le foto di due bambini che ridono a crepapelle. Jihad e Ibrahim erano come fratelli. Poi le foto di Jihad con Amni, poi Jihad con tutta la famiglia. Il legame tra loro era fortissimo, lo scoprirò meglio la sera, quando tra narghilè, tè e caffè le sorelle di Ibrahim e un altro cugino di Jihad mi faranno vedere video su video e mi racconteranno di quel ragazzo morto ammazzato da Israele nel novembre scorso.

Jihad l’hanno ucciso in un’imboscata in pieno giorno, nel campo profughi di Tulkarem. Mi fanno vedere il video di quando è stato ammazzato. Mi pare incredibile che ci siano video di ogni momento, anche dell’ultimo istante, dove la vita fugge via. Il filmato deve averlo fatto qualcuno che stava alla finestra lì sopra: si vede un furgone, targa palestinese, parcheggiato male di lato sulla strada. Dietro, nascosti, sei militari israeliani, i fucili puntati verso la strada. Una macchina bianca si avvicina da lontano. I militari iniziano a sparare. La macchina che viene ripetutamente colpita e sbanda. Un ragazzino lì sulla strada per terra che non si alza. Sarà uno dei feriti, un bambino di 14 anni che camminava verso casa. I quattro giovani uomini in macchina, invece, sono tutti morti.

Amni accanto al poster che ritrae Jihad armato, simbolo della resistenza di Tulkarem (foto di Moira Amargi)

Secondo i giornali, Jihad Maharaj Shehadeh era al comando dei gruppi di risposta rapida delle brigate di Al-Aqsa, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese, nelle Brigate di Tulkarem. Un’altra delle persone uccise era anch’essa parte delle Brigate della città, mentre le altre due vittime non erano identificate nella resistenza. Per Israele, e per il mondo occidentale, sono nient’altro che quattro terroristi uccisi in un’operazione militare. Per la gente palestinese sono martiri, figli del popolo che hanno rinunciato alla propria vita in nome della lotta per l’indipendenza della Palestina.

Era il 6 novembre 2023. Il padre, Mehraj Shehadeh, in un’intervista ad Al Jazeera racconta una vera e propria esecuzione. Al figlio hanno sparato 68 colpi. «La sua testa era vuota. Io e il dottore l’abbiamo dovuta riempire per poterlo riconoscere. Non c’erano nemmeno gli occhi». Aggiunge Shehadeh: «Quando queste nuove generazioni cresceranno vedendo la violenza dell’occupazione – le bombe, le demolizioni, i genocidi, la morte dei loro parenti – sceglieranno a loro volta di resistere».

Non si annienta la resistenza con la violenza e con la repressione, almeno, non in Palestina. È del tutto evidente, parlando con loro. L’idea che la volontà di combattere l’occupazione israeliana con le armi sia prerogativa di gruppi terroristici è una menzogna che ci raccontiamo in Occidente, dove i palestinesi vengono divisi in due categorie: i buoni, che sono solo vittime, e i cattivi, che sono terroristi. La realtà è che la rabbia, il sentimento di rivolta e la voglia di lottare per la liberazione non fanno che crescere. 

È quello che è successo anche a Ibrahim e Jihad. Bambini cresciuti respirando l’oppressione e la violenza dell’occupazione, che da giovani hanno scelto di non accettarla e di combatterla. Anche con le armi, opponendosi con la violenza dell’oppresso a quella dell’oppressore.

«Il padre di Jihad, Mehraj Shehadeh, è stato arrestato quando Jihad aveva due anni», mi racconta Nura, la cugina. «È stato condannato a 15 anni di carcere per il suo impegno nelle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa durante la seconda Intifada». La storia della sua famiglia la narrano gli occhi orgogliosi della madre di Jihad. L’ho incontrata qualche volta, con due bimbi piccoli al seguito. Una volta proprio a casa di Ahmad e Amni. Al campo profughi di Tulkarem era in corso un raid, una delle tante incursioni con cui l’esercito israeliano sta cercando di rendere invivibili i campi profughi del nord della Cisgiordania, distruggendo le infrastrutture per forzare la gente ad andarsene. La famiglia era rimasta bloccata fuori. Si sono rifugiati a casa della sorella di Mehraj, Amni.

Jihad era il primo figlio, i fratellini piccoli avranno sei o sette anni. 18 anni di distanza tra Jihad e il secondo fratellino: poco più degli anni in cui il padre è stato rinchiuso in galera.

«Jihad provava sempre a visitare il padre in prigione. Prima con la madre, poi quando gli israeliani – ulteriore tortura per suo padre – hanno impedito alla madre le visite, con mia madre, sua zia Amni» continua Nura. «Gli israeliani cercavano sempre di fargli problemi, di disturbarlo, anche se era solo un bambino. Tornava sempre nervoso dalle visite in carcere». Quando il padre è stato rilasciato aveva 17 anni. «Ha lasciato gli studi, anche se era bravo a scuola. Ha iniziato a fare molti lavori. Era una persona tranquilla, preferiva ascoltare che parlare, entrava nel 48 illegalmente per lavorare e portare soldi a casa».

«Tra i 20 e i 24 anni è stato arrestato tre volte per vari mesi. E a 24 anni è diventato martire. Quando Amir Abu Khadiji, quello che considerano uno dei capi ideologici della lotta armata a Tulkarem, un suo amico e amico di Ibrahim, è stato ucciso, Jihad ha scelto di seguire le sue orme nella Brigata di Tulkarem. Amir l’hanno ucciso subito, per uccidere l’idea della resistenza. Jihad e altri hanno continuato la formazione del gruppo. Un’idea non si può uccidere».

Poco dopo Ibrahim è stato arrestato, e i suoi amici uccisi. Indica alcuni ragazzi che sorridono dalle foto alla parete. Ci elenca i nomi, le storie: «lui l’hanno ammazzato con un drone, a questi invece hanno sparato i soldati». Tra quegli amici uccisi c’era anche Samir, il promesso sposo di una delle sorelle di Ibrahim. Che non ha nemmeno vent’anni, ma ha già perso il compagno con cui avrebbe voluto sposarsi, il cugino, e ha il fratello in carcere. «Noi non sapevamo che Ibrahim fosse parte della resistenza. L’abbiamo scoperto quando l’hanno arrestato», continua Nura. Dopo quell’attacco Jihad ha scelto di non nascondere più la sua identità. Poi è stato arrestato dalla dall’’Autorità Palestinese per tre mesi. Quando è uscito, si è impegnato ancora di più nella costruzione della resistenza a Tulkarem.

Dopo il 7 ottobre, per quello che stava succedendo a Gaza, per gli attacchi ai campi profughi della Cisgiordania, per delle azioni repressive in particolare verso delle donne ad Al-Aqsa Mosque a Gerusalemme, il gruppo è diventato più effettivo. Ha iniziato a fare operazioni, a fare azioni armate contro le colonie israeliane, ai posti di blocco militari, a rispondere al fuoco durante gli assedi israeliani al campo rifugiati. 

(Foto di Moira Amargi)

«Jihad dormiva per strada nell’ultimo periodo», continua Nura. «Aveva paura che i militari avrebbero potuto uccidere anche i suoi familiari in caso di una irruzione per eliminarlo in casa». Mi fa vedere delle foto. Jihad che dorme con una coperta per strada, o in macchina. «A volte, prima, dormiva a casa mia. Poi ha deciso di non farlo più. Aveva paura per me e per le mie bambine». Era un obiettivo. Lo sapeva. Nonostante tutto non è riuscito a evitare che nella sua esecuzione ammazzassero altre persone. «Era una brava persona, un giusto», dice con orgoglio. «I bambini lo amavano, lo seguivano sempre. Mi aiutava anche a mantenere mia figlia, dopo che mio marito se ne era andato». 

Ci salutiamo, e le sue ultime parole, sull’uscio, sono una preghiera a raccontare questa storia in Italia: «Era un eroe, Jihad. È diventato martire per liberare la sua terra, la Palestina. Non dimenticarti di lui. Racconta la sua storia. È la storia di un partigiano».

India-Pakistan: tregua violata nella notte

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Ieri pomeriggio India e Pakistan hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco su mediazione degli Stati Uniti. L’aria di festa è durata poco. Tra i primi a lanciare l’allarme è stato il primo ministro del Kashmir indiano, Omar Abdullah, postando sui social il video di luci che sfrecciano sopra i tetti di Srinagar. Scene simili si sono registrate in altre località lungo il confine, accompagnate da esplosioni. India e Pakistan si sono scambiate accuse reciproche. Le prossime ore saranno cruciali per capire la tenuta della tregua.

Tuscia: la lotta dei cittadini contro il deposito unico di scorie nucleari

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I cittadini della Tuscia torneranno a manifestare a Corchiano, in provincia di Viterbo, contro la costruzione del deposito unico di scorie nucleari sul territorio. Il progetto contro cui i cittadini si battono è stato avviato nel 2021, quando Sogin (la società di Stato incaricata dello smaltimento dei rifiuti radioattivi) aveva individuato 67 aree idonee (poi diventate 51) a ospitare il deposito, di cui ben 21 nella sola area del Viterbese. Originariamente, il deposito doveva ospitare 95.000 metri cubi di scorie nucleari in un’unica area, ma, dopo una recente dichiarazione del ministro dell’Energia Pichetto Fratin, sembrerebbe che il governo abbia scartato l’idea di stoccare in un unico grande sito nazionale tutte le scorie nucleari, allineandosi alle posizioni dei comitati. Una prima vittoria, ritengono i gruppi della Tuscia, che tuttavia non fa che rilanciare la mobilitazione: dopo le dichiarazioni del ministro, «è arrivato il momento di incoraggiare le istituzioni a mettere un punto definitivo a questa storia», ha dichiarato un rappresentante dei comitati.

La mobilitazione del prossimo 11 maggio intende sfruttare l’apparente apertura da parte del governo alle richieste dei comitati per portare avanti le proprie rivendicazioni. La manifestazione – ha spiegato Famiano Crucianelli, presidente del Biodistretto della Via Amerina e delle Forre, a Radio Onda d’Urto – «acquista un’importanza superiore, perché l’obiettivo appare possibile». I comitati invitano comunque a tenere a freno gli entusiasmi e a rimanere focalizzati su quelle che sono le loro richieste: «Ad oggi – sottolineano – la procedura va ancora avanti sul vecchio programma, che prevede la Carta nazionale delle aree idonee da cui uscirà fuori l’unica area per costruire il deposito». L’annuncio di Fratin è infatti stato dato durante l’evento “Nuove Energie”, svoltosi a Torino e organizzato da La Stampa: «Stiamo studiando nuovi depositi di rifiuti radioattivi a bassa intensità», ha dichiarato il ministro. «Abbiamo ormai scartato l’idea di un centro unico, perché è illogico a livello di efficienza, ma si può pensare di andare avanti con i 22 già esistenti».

Secondo le dichiarazioni del ministro, insomma, l’individuazione dei 51 siti idonei da parte di Sogin sarebbe ormai «superata», perché poco funzionale. Un piano potrebbe essere quello di sfruttare i siti di stoccaggio già esistenti, o quello di edificarne di nuovi, abbandonando l’idea di riunire tutte le scorie in un unico deposito. Il progetto è stato lanciato nel 2021, ma in verità affonda le proprie radici in questioni che risalgono alla fine degli anni ’80, e nello specifico al referendum del 1987 che portò alla chiusura delle centrali nucleari in Italia. Sin da quell’anno, sorse l’esigenza di capire dove mettere le scorie nucleari prodotte dagli impianti italiani, oltre a quelle a minore intensità prodotte da attività industriali o legate alla medicina nucleare. Nel 2003 il governo Berlusconi fu il primo a provare a individuare un’area (in Basilicata) dove collocare il deposito unico delle scorie, che avrebbe tenuto insieme sia quelle ad alta intensità radioattiva, sia quelle a bassa intensità, ma un ampio sollevamento popolare fermò l’iniziativa.

Da allora, il dibattito per individuare il sito dove edificare il deposito si fece più serrato, e la gestione del progetto fu affidata a Sogin. Nel 2015, la società individuò una mappa di aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito, pubblicata nel 2021. Inizialmente erano previste 67 aree idonee, poi ridotte a 51. Di queste, 21 sono situate nella Tuscia. Se dovesse essere edificato nella Tuscia, il deposito si estenderebbe per circa 150 ettari e interesserebbe almeno i comuni di Montalto, Soriano nel Cimino, Canino, Tuscania, Tarquinia, Arlena di Castro. Dei 150 ettari, 110 sarebbero destinati all’effettivo deposito e 40 a un parco tecnologico. Dei 110, invece, 10 sarebbero destinati a un’area per lo stoccaggio dei rifiuti a bassa attività radiologica, 10 per quelli a media e alta attività e 90 alle strutture di supporto. Nel complesso, accoglierebbe circa 84 mila metri cubi di rifiuti a bassa e molto bassa attività e circa 14 mila metri cubi di scorie a media ed alta attività.

Spazio, la sonda Kosmos-482 è caduta nell’Oceano Indiano

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La sonda sovietica Kosmos 482, lanciata nel 1972 per raggiungere il pianeta Venere, è caduta oggi, sabato 10 maggio, nell’Oceano Indiano a Ovest di Giacarta. Lo ha riferito l’ente statale russo Roscosmos, aggiungendo che «secondo i calcoli degli specialisti di TsNIIMash il veicolo ha penetrato gli strati densi dell’atmosfera alle 9:24 ora di Mosca, a 560 chilometri a ovest dell’isola di Middle Andaman». La sonda era stata lanciata nell’ambito del programma interplanetario sovietico per esplorare Venere. Lo scopo del lancio era studiare la densa atmosfera, la temperatura, la pressione, l’illuminazione e la composizione della superficie venusiana, ma a causa di un malfunzionamento il dispositivo è rimasto in un’orbita ellittica intorno alla Terra.

Intesa SanPaolo si conferma la prima banca italiana per investimenti nelle fossili 

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Nel 2024, Intesa Sanpaolo ha rafforzato i propri rapporti con l’industria del fossile, confermandosi la «prima banca fossile italiana». A denunciarlo è uno studio prodotto da ReCommon, associazione che si batte a difesa del territorio. L’ammissione della banca è arrivata in occasione dell’assemblea degli azionisti di Intesa, in cui l’istituto di credito torinese ha risposto alle domande scritte presentate dal gruppo «di fatto ribadendo il suo forte e incessante impegno in favore del comparto fossile». Ad aumentare sono tanto gli investimenti quanto i finanziamenti. In cima alla lista delle multinazionali del fossile più finanziate figura ancora una volta ENI, mentre SNAM sta sempre più «entrando con forza negli interessi della prima banca italiana».

La dichiarazione di ReCommon è stata rilasciata lo scorso 29 aprile. A fare risuonare il campanello d’allarme è stata la constatazione di un aumento da parte di Intesa tanto degli investimenti quanto dei finanziamenti nell’industria del fossile. Di preciso, sostiene ReCommon, nel 2024, i finanziamenti di Intesa a carbone, petrolio e gas sono aumentati del 18%, arrivando alla soglia degli 11 miliardi di dollari. Gli investimenti, invece, sono aumentati del 16% arrivando a 10 miliardi. ENI si conferma la «multinazionale più finanziata da Intesa Sanpaolo tra quelle con i maggiori piani di espansione nell’estrazione di energie fossili su scala globale», mentre SNAM, colosso europeo del trasporto di gas, ha visto un aumento del 60% negli investimenti e sfiorato il raddoppio nei finanziamenti, cresciuti del 96%. «Di fatto», scrive l’associazione, «Intesa Sanpaolo non ha risposto in maniera adeguata alle domande poste da ReCommon sui numerosi progetti fossili sostenuti, ribadendo che non intende apportare significativi aggiornamenti sulle sue policy relative al carbone e all’oil&gas»: insomma, non solo Intesa ha aumentato investimenti e finanziamenti nel fossile, ma non parrebbe intenzionata a diminuirli.

A destare dubbi è anche il potenziale coinvolgimento dell’istituto finanziario in Mozambico. «dove Intesa Sanpaolo potrebbe entrare a sostegno dei nuovi impianti per l’estrazione del gas al largo della costa e su terra promossi da ENI», denominati Coral North FNLG e Rovuma LNG. Su tali impianti UniCredit ha già preso le distanze, affermando pubblicamente che non vi indirizzerà i propri finanziamenti. Da Intesa, invece, manca ancora una risposta. Eppure, «le linee guida che si è data la banca torinese impedirebbero finanziamenti a progetti in Paesi dove sono in atto conflitti armati», ricorda ReCommon. «Intesa Sanpaolo dovrebbe prendere posizione pubblicamente evitando di finanziare nuovi progetti di estrazione e liquefazione in Mozambico, considerata anche la profonda crisi che sta attraversando il Paese, e fare così un passo in controtendenza rispetto ai grandi investimenti nel settore del GNL degli ultimi anni e il forte sostegno a Eni che proprio in Mozambico è capofila dei progetti Coral North FLNG e Rovuma LNG».

India e Pakistan hanno raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco

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Il Pakistan e l’India hanno concordato un cessate il fuoco completo ed immediato, dopo i colloqui mediate dagli Stati Uniti. Lo riportano le agenzie di stampa indiane ed internazionali che citano il ministro degli Esteri Ishaq Dar, che ha confermato il tutto. Lo ha confermato anche il presidente americano Donald Trump, che ha scritto su Truth Social: «Dopo una lunga notte di colloqui mediati dagli Stati Uniti, sono lieto di annunciare che India e Pakistan hanno concordato un Cessate il fuoco totale ed immedato. Congratulazioni a entrambi i Paesi per aver dimostrato buon senso e grande intelligenza. Grazie per l’attenzione a questa questione!».