venerdì 20 Marzo 2026
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Gaza, continuano i raid, almeno 66 morti

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Almeno 66 persone sono state uccise in seguito a nuovi attacchi israeliani che proseguono dall’alba sulla Striscia di Gaza. Lo rivelano i reporter di Al Jazeera e dall’agenzia palestinese Wafa, aggiungendo che le vittime si contano in diverse aree del territorio, con bombardamenti che hanno colpito anche tende per sfollati e quartieri residenziali. A Khan Yunis, tra le dodici vittime figurano quattro membri della stessa famiglia. A Gaza City, nel quartiere di Sabra, un raid ha provocato almeno 16 morti, tra cui sei bambini, e oltre cinquanta feriti. Secondo la Protezione civile locale, circa 85 persone sarebbero ancora intrappolate sotto le macerie. «Un vero e proprio massacro», ha dichiarato un portavoce.

Roma, manifestazione per Gaza: “Attese 50 mila persone”

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È iniziata alle ore 14:00 di oggi, sabato 7 giugno, la manifestazione per Gaza a Roma. Il corteo, organizzato dal Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra che si aspettano circa 50 mila persone, è partito da piazza Vittorio e proseguirà fino a piazza San Giovanni. I manifestanti chiedono il cessate il fuoco immediato, la fine dell’occupazione israeliana, la sospensione dell’invio di armi a Israele, l’accesso agli aiuti umanitari a Gaza e la sospensione dell’accordo di associazione Eu-Israele. Assenti o divisi, invece, alcuni gruppi Pro Palestina, che scrivono: «Non siamo disposti a manifestare accanto a chi ha sempre ignorato, delegittimato o strumentalizzato la lotta del popolo palestinese».

La vendetta dello Stato contro Alfredo Cospito, l’anarchico seppellito al 41-bis

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Ventuno ore al giorno rinchiuso in una cella di tre metri per due, scavata quasi sotto terra. La luce elettrica va sempre tenuta accesa, nelle celle della sezione 41-bis del carcere di Bancali, frazione di Sassari. Perché quella naturale quasi non c’è. Alfredo Cospito, l’anarchico condannato a 23 anni di detenzione per una “strage” in cui non ci sono stati morti né feriti, vive ancora come sepolto vivo. «Nell’ultimo mese ad Alfredo hanno negato anche l’acquisto di libri» dice il suo avvocato, Flavio Rossi Albertini, a L’Indipendente. «Un libro sui vangeli apocrifi, uno sulla fisica quantistica e due libri di fantascienza. Più un CD musicale». Ha tutta l’aria di essere una vendetta di Stato quella contro Alfredo Cospito. E sembra manifestarsi in maniera ancora più decisa ora, dopo che alcuni esponenti della classe politica sono stati messi in discussione per il loro operato durante il lunghissimo sciopero della fame dell’anarchico contro il 41-bis e l’ergastolo ostativo.

Effetti personali ridotti al minimo, un’ora di socialità con altri tre detenuti e due ore dove può uscire all’aperto, sempre solo e circondato da muri, grate, agenti. Una visita di un’ora al mese con la sorella, separati da un vetro divisorio in un colloquio che avviene tramite telefono sotto l’attenzione dei secondini. Quasi nessuna possibilità di comunicare con il mondo esterno, dato che tutta la sua posta viene trattenuta e censurata. Anche l’ingresso in biblioteca gli è stato negato, nonostante sia autorizzato ad accedervi. E un pacco inviatogli dalla sorella è stato rispedito al mittente perché il carcere non ha provveduto a ritirarlo. Per mesi, non ha potuto nemmeno tenere la foto dei genitori, entrambi deceduti, appesa in cella. 

Il 20 febbraio 2025,  Andrea Delmastro, sottosegretario alla giustizia, è stato condannato a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, per aver riferito al collega di partito Donzelli le chiacchiere scambiate da Cospito con le uniche persone con cui gli era permesso parlare (secondo la decisione delle autorità carcerarie), ovvero due condannati per mafia. Chiacchiere che poi Donzelli ha usato per attaccare esponenti di altri partiti politici in Parlamento. E mentre il ministro della Giustizia Nordio – uno dei principali fautori della linea dura contro Cospito – ribadisce la sua «più totale e incondizionata fiducia» al sottosegretario condannato e Giorgia Meloni grida allo scandalo, rifiutandosi di chiedere le dimissioni di Delmastro, Alfredo Cospito vede peggiorare ancora di più le proprie condizioni di reclusione. È difficile pensare che si tratti di un caso. 

«Alfredo dice che c’è stato un irrigidimento, una sclerotizzazione, cioè una maggiore difficoltà ad accedere a ciò che in qualche modo prima gli veniva consentito», riporta ancora l’avvocato Rossi Albertini, precisando che «tutte le sue ultime richieste sono state rigettate». Vendetta? O normale non-vita da 41-bis? 

A fine dicembre il capo del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria), Giovanni Russo, si è dimesso dal suo incarico. Voci di corridoio parlano di forti frizioni con Delmastro, che l’avrebbe “dimissionato”. Frizioni dovute alla testimonianza di Russo sul sottosegretario proprio nel processo legato alla questione Cospito: l’ex capo del DAP aveva infatti sottolineato come quei documenti riservati non sarebbero mai dovuti uscire dall’amministrazione. Altra strana coincidenza, che forse ha favorito un ulteriore indurimento della linea contro Alfredo, è il ritorno al comando della sezione 41-bis di Bancali del graduato del gruppo operativo mobile che era stato trasferito proprio per il suo coinvolgimento nella vicenda delle intercettazioni.

Il prezzo della lotta  

Alfredo Cospito sta scontando una condanna a 23 anni dopo essere stato giudicato colpevole di aver piazzato due bombe a basso potenziale in un cassonetto nei pressi della scuola dei carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. Le bombe erano state fatte detonare di proposito in un orario in cui non passasse nessuno e infatti non vi furono feriti nell’esplosione. Tuttavia, i giudici hanno condannato l’anarchico per strage ai danni dello Stato, il reato più grave del nostro ordinamento, che – tanto per dare un metro di paragone – non venne contestato nemmeno agli autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio, dove vennero uccisi i giudici Falcone e Borsellino. Date le condizioni di detenzione, è legittimo chiedersi se stia pagando la sua condanna o anche l’aver messo in crisi una parte del regime penitenziario italiano, accendendo i riflettori sulle inumane condizioni di detenzione del 41-bis. Un sistema che attualmente vede detenute 720 persone e che è finito ripetutamente nel mirino della CEDU, la Corte Europea dei Diritti Umani. 

Una delle molteplici manifestazioni a favore di Alfredo Cospito, il cui caso ha riacceso i riflettori sulle condizioni di detenzione inumane previste dal regime del 41-bis.

I sei mesi di sciopero della fame dell’anarchico avevano suscitato un acceso dibattito riguardo queste sezioni “speciali” e in molti avevano iniziato a mettere in discussione la legittimità di questo modello carcerario. «Il 41-bis serve per evitare che una persona possa continuare ad avere collegamenti con il proprio circuito criminale di appartenenza», spiega l’avvocato Rossi Albertini, «sempre che esista un’associazione tra gli anarchici». «Ma comunque quella è la finalità: l’interruzione di quel rapporto. Tutto il resto è mera afflizione. Poi se la vuole chiamare vendetta, se lo vuole chiamare un insegnamento, un messaggio, un monito che si invia a tutti gli altri che possano pensare di seguire le orme di Cospito, io non lo so, però certamente è gratuito, certamente non trova più alcuna copertura giuridica». 

Il 41-bis, di fatto, ha un altro ruolo, che non è quello di impedire le connessioni tra prigioniero e gruppo “criminale” esterno. Ed è quel ruolo che lo Stato non vuole perdere, nonostante le diverse condanne all’Italia della CEDU per aver più volte violato l’articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, per il quale «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti disumani o degradanti». «Non sembra che effettivamente poter svolgere l’ora d’aria all’interno di un cubicolo di cemento armato con le grate sopra la testa, con la mancanza di prospettiva, senza un fiore, senza un filo d’erba, un albero, cozza e contrasta con l’esclusiva necessità di impedire la comunicazione all’esterno. Se ci fosse un parco dove poter trascorrere l’ora d’aria, ugualmente sarebbe impedita la comunicazione all’esterno, quindi forse tutte queste forme, così come pensate e attuate, nascondono altre finalità. Gli avvocati da sempre sono abbastanza schietti nell’individuare una finalità impropria nel 41-bis che è quella di spingere, di spronare alla collaborazione», commenta il legale. Dal 41-bis, infatti, si esce quasi solo collaborando. «Le condizioni del 41-bis sono insopportabili e non trovano alcuna giustificazione con la ratio». 

Alfredo, così come tutti i detenuti costretti in quelle condizioni, dopo tre anni di 41-bis inizia a soffrire le conseguenze a livello fisico e mentale. «Questa ripetitività, questi spazi angusti, questa assenza di prospettiva anche visiva, incide sulla capacità cognitiva, ovvero su forme di memoria breve che tendono a dissiparsi e a svanire» continua l’avvocato. Conseguenze delle quali non soffre solamente Cospito, ma che si riscontrano in tutti i detenuti in quel regime.

Un modello sempre più esportato nell’UE

Il ministro della giustizia Carlo Nordio

Il “carcere duro”, dopo quei pochi mesi di attenzione pubblica dati dallo sciopero della fame di Cospito, è tornato nell’ombra. E a oggi sembra che altri Paesi vogliano portarlo all’interno del loro sistema carcerario. Il ministro degli Interni francese Darmanin si è recentemente recato in visita in Italia per impararne da Nordio il funzionamento e anche il Cile di Boric si è detto interessato a introdurlo nel proprio ordinamento. «È la tendenza dell’Occidente, dei nostri sistemi giuridici, cosiddetti democratici», commenta Rossi Albertini. «Una tendenza di trasformazione sempre più autoritaria delle democrazie occidentali, secondo me, è evidente ed è chiaro che lì dove sono stati utilizzati degli strumenti ritenuti efficaci nella loro asprezza, vengano ripresi». 

Il decreto applicativo di 4 anni alla detenzione di Cospito in 41-bis scadrà a maggio del 2026. Se vorranno prorogarlo, sarà necessario emetterne uno nuovo e darne motivazione. Anche se la questione, per Cospito, è molto più politica che giuridica: due anni fa, la stessa Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo aveva dichiarato che il 41-bis per l’anarchico non fosse più necessario. Ma il ministro, pur di tenerlo in regime duro, aveva utilizzato le dure argomentazioni della Procura generale di Torino, manifestando un cortocircuito anche tra i soggetti che avrebbero titolo a esprimere effettivamente una qualificata valutazione in ordine alla pericolosità di un soggetto. «Tra un anno, il ministro si dovrà nuovamente esprimere – dichiara Rossi Albertini – e contro le eventuali decisioni di proroga si potrà riattivare quel circuito che interessò anche l’opinione pubblica per il lungo sciopero della fame di Cospito». 

“La casa del fabbro”, una poesia di Alberto Nessi (1975)

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Oltre confine gli stessi colli la stessa luce
che si fa viola come un frutto sui muri dei paesi.
In piazza un ragazzo del meridione
con quaranta borchie d’argento sui calzoni svasati. Poi
la casa del fabbro l’officina i suoceri
che ci offrono vino siciliano nella bottiglia
della coca-cola: la nuova dimora
è tutta rose di finto velluto uccellini di plastica
dea di gesso imitazione avorio pozzo in miniatura
diploma con medaglia madonnina pannelli in similfeltro.
Lo lasciamo dando un’occhiata alla piastrella
con la scritta: «Fatevi i cazzi vostri»,
mentre il re dei cervi nel finto arazzo continua a bramire.

Pop anni Settanta, dove finzione e realtà formano la stessa verosimile commedia, e le parole diventano i soprammobili rozzi di una ballata on the road.

Il “dove” di questa poesia è una location cinematografica, per cui il qui e l’altrove, Canton Ticino e Italia, disegnano una continuità senza interruzioni, nel sogno-cinepresa di un emigrante che scavalca i confini.

Il surrealismo popolano, col suo gusto sguaiato, canta le proprie glorie, gli abiti, gli idoli, che Pasolini avrebbe mostrato, tra le parole dei versi e gli ambienti visivi, come una panoramica frastagliata, come l’arredo di uno sguardo.

È questa una poesia abitata da oggetti e soggetti stereotipati, da gesti nobili e proletari insieme.

La bottiglia di Coca-Cola che contiene vino sganghera l’iperrealismo d’oltreoceano in un’estetica povera e sublime, che il poeta esalta con maestria, sino alla chiusura, che si impenna con il motto sud-italico, ignorante, che la piastrella vorrebbe sigillare definitivamente.

Ma la poesia apre al cervo, cioè alla finzione immaginaria, all’utopia povera, dove tutto è sempre possibile.

Russia: potente attacco a Kharkiv, Trump: “Kiev ha provocato reazione”

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Nella notte l’aviazione russa ha lanciato un duro attacco contro Kharkiv, nella zona contesa dell’Ucraina orientale, con droni, missili e bombe guidate. Il sindaco della città,  Ihor Terekhov, l’ha definito «il più potente dall’inizio della guerra», affermando che sotto i bombardamenti sarebbero morte tre persone, tra cui un neonato, e altre 22 sarebbero rimaste ferite. Il bombardamento russo è giunto dopo gli attacchi ucraini a diverse basi militari russe e al ponte di Crimea. Il presidente USA Donald Trump, commentando l’accaduto, ha affermato che gli attacchi ucraini hanno dato a Mosca «una ragione per entrare e bombardarli a tappeto».

Israele ha ammesso di armare gruppi affiliati all’ISIS per fare il lavoro sporco a Gaza

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Giovedì sera il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicamente dichiarato che Israele sta armando alcuni gruppi palestinesi che si oppongono ad Hamas. «Cosa c’è di sbagliato in questo?» ha detto Netanyahu in un breve video comparso sul suo profilo X. «Ciò aiuta solo i nostri soldati e pubblicizzare questa scelta giova solo ad Hamas» ha concluso il Primo Ministro. Una dichiarazione che arriva dopo che Avigdor Lieberman, già Ministro della Difesa di Israele dal 2009 al 2012 e oggi leader del partito di opposizione Yisrael Beytenu, giovedì mattina ha rilasciato un’intervista all’Israeli Public Broadcasting Corporation, durante la quale ha accusato Netanyahu di dare armi a miliziani palestinesi senza passare per l’approvazione del Gabinetto di guerra. «Per quanto ne so, questa scelta non è stata approvata dal Governo» ha detto Lieberman. «Su ordine del Primo Ministro, Israele sta trasferendo armi ai criminali di Gaza affiliati all’ISIS» ha concluso l’ex ministro.

Nel pomeriggio di giovedì alcuni media israeliani, citando fonti della difesa, hanno confermato che Netanyahu ha autorizzato il trasferimento di armi a un specifico gruppo presente nel sud della Striscia. La decisione del Primo Ministro, apparentemente solitaria, ha suscitato le rimostranze delle opposizioni.  Lieberman ha sottolineato come questo trasferimento di armi a gruppi palestinesi di Gaza possa creare un problema alla tanto anelata sicurezza di Tel Aviv, dato che «nessuno può garantire che queste armi non saranno usate contro Israele», ha detto Lieberman. È arrivato anche l’attacco del leader dei Democratici, Yair Golan, che tramite il suo profilo X ha dichiarato che «Netanyahu è un pericolo per la sicurezza nazionale di Israele».

Critiche che non arrivano invece dai banchi della maggioranza, che sembra rimanere solida intorno al Primo Ministro. Una solidità che però andrà testata, dopo che il partito ultraortodosso Shas, parte della coalizione di governo, ha annunciato di voler supportare lo scioglimento della Knesset e quindi la caduta della coalizione di ultradestra. La scelta del partito ortodosso deriva dal fatto che il governo non ha ancora approvato una legge per l’esenzione dei giovani ortodossi dal servizio militare. Non sono chiare le basi su cui Lieberman ha legato questi gruppi allo Stato Islamico, ma ciò che è certo è il nome del comandante militare della formazione di guerriglieri a cui Netanyahu ha fatto arrivare le armi: Yasser Abu Shabab.

Il gruppo di Abu Shabab, rinominatosi Popular Forces, era già stato accusato di essere coinvolto in operazioni di contrabbando legate a gruppi jihadisti egiziani e perseguitato dalle forze di sicurezza di Gaza prima del 7 ottobre. Dallo scoppio del conflitto, sembra che la gang di Abu Shabab, insieme ad altre formazioni paramilitari palestinesi, operi sotto la protezione dell’esercito israeliano, puntando a saccheggiare i convogli umanitari diretti alla popolazione civile. Queste azioni erano già state raccontate, nel novembre del 2024, da diversi lavori giornalistici del Washington Post, di New Arab e di Haaretz. Ma non solo i giornali accusano i Popular Forces di rubare i beni che entrano con i convogli umanitari nella Striscia: infatti, come riporta il The Guardian, il 28 maggio Jonathan Whittall, capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari nei Territori Occupati, ha dichiarato: «Il vero furto di aiuti dall’inizio della guerra è stato compiuto da bande criminali, sotto la sorveglianza delle forze israeliane».

Il giudizio su Abu Shabab rimane incerto. Se si visita la sua pagina Facebook si trovano molti commenti di sostegno all’operato del gruppo Popular Forces, che sostiene di proteggere i palestinesi e aiutarli a ritornare nelle loro case, quelle poche ancora in piedi. La scorsa settimana, però, sono circolati dei video sui social che ritraevano Abu Shabab collaborare con i contractor della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione israelo-americana che si occupa della distribuzione degli aiuti nella Striscia.

Giovedì sera il comandante dei Popular Forces ha pubblicato un lungo post sul social network di Zuckerberg, in cui nega in toto le dichiarazioni di Netanyahu riguardo la fornitura di armi al suo gruppo e la collaborazione con le Forze armate israeliane. Nonostante queste dichiarazioni e le continue affermazioni di vicinanza alla popolazione civile, la scorsa settimana la famiglia di Abu Shabab ha rilasciato una dichiarazione in cui lo ha rinnegato, accusandolo di collaborare con le forze israeliane. «Siamo rimasti sorpresi dalle riprese video diffuse dalla resistenza che mostrano il coinvolgimento dei gruppi di Yasser operanti all’interno di unità sotto copertura e di supporto alle forze di occupazione sioniste, che stanno brutalmente uccidendo il nostro popolo» si legge nella dichiarazione riportata dall’agenzia stampa palestinese Quds News Network.

Con la necessità di almeno 10.000 unità di combattimento, i riservisti che iniziano a tirarsi indietro e una buona fetta di possibili reclute tra gli ultraortodossi non disposti a imbracciare il fucile, sembra che armare i gruppi palestinesi collaborativi possa essere una risorsa fondamentale per l’esercito di Tel Aviv. In più, quale modo migliore se non quello di distruggere quella poca tenuta sociale che ancora lega tra loro i civili palestinesi, mettendoli gli uni contro gli altri?

Violenze di polizia: la CEDU condanna l’Italia per i fatti di Napoli del 2001

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L’Italia ha ricevuto l’ennesima condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Questa volta, a finire nel mirino dei giudici, è stata la violenza scatenata dalla polizia a Napoli nel marzo del 2001 (quattro mesi prima del G8 di Genova), quando la città si animò di manifestazioni no global. La sentenza si sviluppa su due piani: il primo riconosce le violenze subite dall’allora avvocato praticante Andrea Cioffi, per una chiara violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sul cui rispetto vegliano appunto i giudici della Corte; il secondo, invece, richiama l’Italia su indagini e misure realizzate a seguito dei fatti per assicurare alla giustizia i responsabili, «non considerabili adeguate» — sottolinea la CEDU. I reati commessi dagli agenti coinvolti sono infatti finiti in prescrizione, fatta eccezione per tre poliziotti che hanno rinunciato a tale istituto.

Il 17 marzo 2001 una marea di oltre 30mila persone provenienti da tutta Italia ed Europa invase Napoli per gridare il proprio no alla globalizzazione. All’altezza di Piazza Municipio il corteo si trovò davanti un imponente schieramento delle forze dell’ordine. Scoppiarono cariche e scontri, a seguito dei quali Andrea Cioffi finì in un pronto soccorso cittadino, da cui venne presto prelevato dalla polizia insieme ad altri, per essere trasferito alla caserma Raniero. Qui si consumò un’anteprima di quanto sarebbe accaduto da lì a pochi mesi alla Diaz di Genova: percosse, umiliazioni, minacce. Una serie di abusi che negli anni si arricchirà di decine di testimonianze, al centro dei processi che porteranno alla sbarra 31 agenti di polizia imputati e accusati di vari reati ma non di tortura (introdotto nell’ordinamento giuridico italiano solo nel 2017 e oggi sotto attacco da Fratelli d’Italia) — un punto su cui la CEDU era intervenuta nel 2015 con la sentenza Cestaro. Quest’ultima invitò Roma a introdurre l’apposita fattispecie di reato per impedire ai responsabili di tortura di sottrarsi alla giustizia.

Ad ogni modo, per i fatti di Napoli 10 agenti vennero inizialmente condannati per sequestro di persona a pene detentive fino a un massimo di 2 anni e 8 mesi, a cui si aggiunse la sospensione dai pubblici uffici. Tale impianto è stato ribaltato prima dalla Corte d’Appello di Napoli nel 2013 e poi, due anni dopo, dalla Cassazione, per decorso dei termini di prescrizione. «Al termine del procedimento, tutti i reati sono stati definitivamente prescritti, ad eccezione di tre agenti che avevano presentato una rinuncia espressa alla prescrizione. La maggior parte dei reati è stata definitivamente prescritta», scrivono i giudici nella sentenza che condanna l’Italia per la grave inadempienza nei confronti del diritto internazionale, in particolare dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il quale vieta trattamenti inumani e degradanti. Viene quindi condannata la gestione delle forze dell’ordine, che hanno messo in piedi un sistema di abusi e violenze, e la mancata assicurazione della giustizia.

Al di là del riconoscimento del danno morale – consistente nel risarcimento di 30mila euro ad Andrea Cioffi – la sentenza della CEDU è destinata a fare scuola e fare pressione sullo Stato italiano affinché riveda il triangolo istituzionale tra tutela dei diritti, abusi delle forze dell’ordine e giustizia, che al momento permette ad esempio a uno dei responsabili del massacro della Diaz di diventare questore di Monza. L’intervento dei giudici europei segue di qualche giorno l’approvazione definitiva dell’ex decreto sicurezza, attaccato su più fronti da associazioni, organismi internazionali e giuristi per la sua portata repressiva, tanto da guadagnarsi l’appellativo di legge da Stato di polizia. Da anni, inoltre, l’Italia è un’osservata speciale per i casi di abusi e tortura commessi dalle forze dell’ordine, tanto in strada quanto nelle carceri e nelle caserme.

USA-Filippine: svoltasi la settima esercitazione dell’anno

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Le forze armate delle Filippine e degli Stati Uniti hanno condotto una nuova esercitazione congiunta nel Mar Cinese Meridionale, la settima dall’inizio dell’anno, con l’obiettivo di rafforzare l’interoperabilità tra le due marine. Le manovre si sono svolte al largo delle province di Occidental Mindoro e Zambales, in aree distanti dalle zone marittime contese con la Cina. Ad ogni modo, la crescente presenza militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale ha spinto il governo filippino ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti.

In Francia i siti porno si oscurano per protesta contro le nuove leggi del governo

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A partire dal 4 giugno 2025, Aylo – il gruppo canadese proprietario di portali come PornHub e YouPorn – ha deciso di oscurare agli utenti francesi l’accesso ai suoi siti. La ragione risiede nella nuova legge entrata in vigore in Francia: dal 6 giugno infatti i siti a contenuto erotico sono obbligati a verificare l’età degli utenti tramite servizi terzi, così da impedire ai minori di accedere. Questo scontro riflette una crescente pressione da parte delle autorità pubbliche nei confronti dell’industria pornografica, una dinamica che solleva interrogativi sul futuro della privacy digitale e che potrebbe presto estendersi ad altre piattaforme online.

La legge, approvata a maggio 2024 e applicabile dal 6 giugno, non impone una modalità specifica per la verifica dell’età, ma chiede di appoggiarsi a terze parti che offrono soluzioni basate sull’uso della carta di credito, sul riconoscimento facciale via webcam o sul controllo diretto dei documenti d’identità. Queste tecniche, opportunamente gestite, dovrebbero garantirebbe un “doppio anonimato” tra sito, utente e verificatore, tutelando la privacy.

Aylo, da parte sua, ha scelto di non adeguarsi ai requisiti previsti, preferendo sospendere volontariamente i propri servizi in Francia piuttosto che rischiare un blocco imposto attraverso una sentenza di tribunale. La posta in gioco è significativa: la Francia rappresenta il secondo mercato mondiale per PornHub, superata solo dagli Stati Uniti. Secondo ARCOM – l’autorità francese per i media digitali – ogni mese circa 2,3 milioni di minori francesi accedono a contenuti pornografici, pari al 12% dell’utenza nazionale, una percentuale in costante aumento.

Va chiarito che Aylo non porta avanti una crociata ideologica, piuttosto non vuole rinunciare al traffico generato dagli utenti più giovani, né farsi carico dei costi e delle responsabilità che deriverebbero dalla gestione del processo di verifica. Pur dichiarandosi favorevole ai meccanismi di controllo dell’età, Aylo sostiene infatti che il compito dovrebbe ricadere su soggetti più strutturati, come Google, Apple o Microsoft, integrandolo direttamente nei sistemi operativi.

Molteplici studi segnalano che un’esposizione precoce e ripetuta alla pornografia può influenzare negativamente la salute mentale e la vita relazionale dei più giovani, un tema che richiede prima o poi risposte concrete. Tuttavia, l’organizzazione European Digital Rights (EDRi) ritiene che l’approccio basato sull’identificazione degli utenti è sproporzionato: non solo inefficace – perché facilmente aggirabile – ma anche potenzialmente pericoloso, poiché apre nuovi scenari di rischio legati alla raccolta e gestione di dati sensibili, inoltre potrebbe introdurre barriere discriminatorie verso chi non dispone dei documenti richiesti per accedere.

Il dibattito non si ferma ai confini francesi. Negli Stati Uniti, seguendo l’indirizzo tracciato dal manifesto conservatore Project 2025 della Heritage Foundation, diciannove Stati hanno approvato normative simili, imponendo il controllo dell’identità anagrafica per accedere ai siti per adulti. un genere di intervento che spesso ha come effetto collaterale un’impennata nell’uso di VPN, strumenti che consentono di mascherare la posizione geografica dei dispositivi. Anche in Europa il fronte si allarga: la Commissione Europea ha avviato un’indagine per valutare se le principali piattaforme pornografiche rispettino gli obblighi previsti dal Digital Services Act, ma nel frattempo diversi Stati membri stanno intervenendo in autonomia.

In Italia, seguendo l’impronta del cosiddetto Decreto Caivano, lo scorso aprile l’AGCOM ha varato un nuovo regolamento che impone a PornHub e piattaforme affini l’adozione di sistemi per la verifica dell’età degli utenti. Nel frattempo, senza ancora disporre di evidenze solide sull’efficacia dell’identificazione nell’effettiva tutela dei più giovani, anche Francia, Grecia e Spagna stanno sollecitando soluzioni che costringano piattaforme come TikTok, Instagram e altri social a far rispettare con maggiore rigore le regole sull’accesso dei minori. Questo genere di indirizzo normativo rischia di tradursi in una progressiva estensione delle pratiche di controllo anagrafico, che – se applicata anche ai social network – potrebbe avere conseguenze rilevanti, coinvolgendo praticamente chiunque abbia mai creato un profilo online.

Mali, jihadisti attaccano altre due basi militari

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In Mali due basi militari sono state attaccate da miliziani islamisti, in un’escalation di violenze che starebbe rafforzando il controllo jihadista in alcune aree del Paese a suon di operazioni coordinate contro le forze governative. Gli assalti sono stati rivendicati da Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), gruppo affiliato ad Al Qaeda attivo nella regione del Sahel. Al momento non sono disponibili dati ufficiali sul numero delle vittime; secondo gli insorti, sarebbero centinaia i soldati uccisi.