Il sentiero parte dalla via che attraversa Mattie, il piccolo Comune della Valle abbarbicato a mezza costa sulle pendici che portano all’Orsiera, e si snoda tra muretti a secco e tracce di antichi coltivi. Un tempo era una mulattiera che collegava terrazzamenti coltivati a viti, patate, segale: i prodotti dell’agricoltura di montagna, frutti strappati con fatica al terreno petroso, al suolo arido che – bastava un filo d’acqua – poteva diventare giardino.
Poi, sull’onda di una politica economica fondata sulla crescita del Nord industriale, arrivarono le industrie di fondovalle e anche qui, come in tutte le zone povere, la montagna venne relegata ai margini e la fabbrica tolse braccia alla terra e le legò alla catena di montaggio. Così gli anni e l’abbandono restituirono al bosco i sentieri, i terrazzamenti, i muretti a secco, le vasche del verderame, i casotti per gli attrezzi.
Ma può succedere che la memoria degli anziani e l’appello delle radici diventino un richiamo irresistibile per tornare o semplicemente che qualcuno, ingrigito dalla città e portato dal caso a percorrere questi luoghi, se ne innamori e qui, proprio qui voglia vivere. E allora quella che era diventata una traccia invisibile nella selva può ridiventare sentiero percorribile, anzi via, “Via della contemplazione”.
Colui che, con anni di dedizione quotidiana, ha reso ripercorribile l’antico sentiero è, oltre che un infaticabile lavoratore, un poeta e un sognatore. Ci aspetta dopo le ultime case per accompagnarci lungo il percorso e raccontarci il progetto. Ha il passo di chi è abituato a camminare tra le asperità dei luoghi impervi, ma anche la gentile sollecitudine di chi sa fare da guida ai camminatori inesperti o impediti dall’età.
E sa raccontare, con semplicità, la lunga ricerca sulla scorta degli antichi racconti e la riscoperta di pietre favolose: il masso erratico che chiamano la “pietra delle streghe”, segnato da misteriose coppelle e incisioni; il menhir, una lama di roccia piantata come un totem ai margini di crepe profonde; il megalite che si innalza come un altare al centro di una piccola radura ombreggiata dai faggi.
Anche gli alberi parlano del tempo che passa, quelli caduti che si sfanno a poco a poco ritornando humus sotto l’azione degli organismi xilofagi e i nuovi virgulti che, nell’intrico del sottobosco, spingono per salire alla luce.
La varietà della vegetazione testimonia la molteplicità dei microclimi presenti in Valle di Susa: la flora alpina accanto alle essenze mediterranee, castagni e faggi in armoniosa confusione con ginepri, mandorli e lecci, a formare una selva impenetrabile.
È questo l’habitat degli animali selvatici: cervi, camosci, cerbiatti.
Il nostro accompagnatore ci racconta di una famiglia di camosci, la madre con i piccoli, che, una mattina poco dopo l’alba, gli è capitato di scorgere improvvise, fuggevoli presenze.
Sono tornati anche i lupi, pochi esemplari che si tengono in alto, all’interno del parco.
A tratti, lungo il sentiero, fra le ombre del bosco, fanno capolino piccole sculture abbozzate sui ceppi o sulle bugne degli alberi: folletti, sagome di uccelli fantastici, grovigli di radici come capigliature al vento.
Qualcuna di queste figure ha sguardi di cristalli colorati, il tutto con una sobrietà che aggiunge mistero senza disturbare il fascino selvaggio dei luoghi.
Il punto d’arrivo è un minuscolo pianoro a strapiombo sulla piana di Susa. Da quest’altezza il fondovalle si allarga davanti ai nostri occhi come una mano aperta verso la Francia, con le valli come dita che si insinuano tra i monti, verso i valichi che portano ai territori d’oltr’Alpe. Qui finisce la Bassa Valle ed incomincia l’Alta Valle di Susa, l’antica Occitania, terra del Delfinato, le cui comunità dietro il pagamento di un tributo al regno di Francia, potevano godere di ampie autonomie politico-amministrative.
Su questa specie di promontorio che si insinua al centro della Valle ci si sente sospesi tra due mondi, anzi due destini contrapposti: la follia guerrafondaia delle grandi male opere e la pace verde della natura che conosce i tempi ed i ritmi della vita, il limite invalicabile oltre il quale c’è morte e devastazione, l’illusorietà di un progresso che corre ad alta velocità verso il baratro.
Nella piana di Susa, dove, un tempo, erano orti, frutteti, prati che degradavano fin sulle rive della Dora e case sparse nel verde, ora colpisce la desolazione: sotto di noi una spianata di asfalto, l’ottovolante degli svincoli autostradali su cui domina la sagoma plumbea di “Annibale 2000”, quello che nella pubblicità dello sponsor autostradale doveva essere centro congressi e motore promozionale per il turismo culturale ed ora è ridotto a ingombro semideserto, inutile e costoso.
Qui i grandi interessi della Sitaf, la società autostradale contro cui lottammo invano negli anni ottanta, si uniscono ora a quelli di TELT, la società italo-francese committente della linea TAV Torino-Lione: smantellato e ricostruito a San Didero l’autoporto, chiusi i servizi di ristorazione e la “pista guida sicura” per la scuola guida ai mezzi pesanti, il sito è destinato a diventare una delle discariche a cielo aperto dei materiali velenosi ricavati dalle gallerie del TAV. In questo luogo è previsto lo sbocco del tunnel internazionale e l’immenso cantiere per la costruzione dell’interconnessione tra la linea Tav e la linea internazionale già esistente.
Le case della frazione San Giuliano stanno al margine, silenziose, come rattrappite nell’attesa del futuro.
Tra tutte, la “casa di Ines”. Espropriata e destinata ad essere demolita, ora diventata presidio occupato dal Movimento NO TAV: pur da tanta distanza è individuabile per la grande scritta che, dal tetto, grida al cielo ribellione.
Il versante opposto, sulla destra orografica della Valle, è una fitta parete di foreste che salgono verso le vette dell’Orsiera.
Su tutta la zona si estende il Parco Naturale Orsiera-Rocciavré.
Fra le rocce e nella profondità dei boschi lasciati alla crescita spontanea trovano rifugio e cibo una grande varietà di animali: i lupi e le varie specie di canidi, i grandi ungulati, gli uccelli rapaci, dal falchetto al possente gipeto, lepri e marmotte, rettili, numerose famiglie di insetti.
Dove non interviene l’uomo, l’equilibrio è perfetto. La vita e la morte si avvicendano secondo le leggi di natura e non secondo l’imperativo del profitto.
Anche qui c’è sofferenza, certo, ma la lotta è per il cibo o per la riproduzione, non per l’accumulazione del capitale.
E non c’è l’egoismo, la corsa alla ricchezza e al dominio che avvelena il mondo umano (quanto torto aveva il buon Plauto, quando, per descrivere i difetti umani, coniò il detto “homo homini lupus“: “l’uomo è lupo nei confronti dell’uomo”…).
Sono queste le alternative incompatibili, gli opposti modelli di vita su cui si giocano i destini non solo di questo territorio, ma del mondo intero.
Ora più che mai è necessario scegliere da che parte stare.
Le donne e gli uomini del Movimento NO TAV la scelta l’hanno fatta e messa in pratica, da più di trent’anni, e non solo contro la grande mala opera, ma contro il sistema che la produce. Senza quella scelta, ora la valle di Susa sarebbe un corridoio di macerie.
La “via della contemplazione” ci ha condotti, nel silenzio e con semplicità, a vedere ed a riflettere.
Quando riprendiamo la strada del ritorno, dai campanili sparsi salgono i rintocchi del mezzogiorno.
I raggi del solleone penetrano nel fitto del fogliame traendone giochi di luci e ombre.
Il bosco ci guarda e sorride.




