Nei primi sei mesi successivi allo sgombero di Askatasuna, lo Stato ha sostenuto una spesa superiore a 5,6 milioni di euro per mantenere un presidio permanente di polizia, carabinieri e guardia di finanza davanti all’ex centro sociale torinese, pari a oltre 31 mila euro al giorno. A denunciare i costi è il sindacato di polizia SIAP, secondo cui sono state impiegate 23.280 giornate/uomo, sottraendo agenti al controllo del territorio. Il Comune ha inoltre speso più di 300mila euro per mettere in sicurezza l’edificio. Una cifra destinata a riaccendere il confronto sullo sgombero dello scorso 18 dicembre e sulla scelta di mantenere un dispositivo di sicurezza straordinario attorno a una struttura ormai inutilizzata.
I dati diffusi hanno innescato un acceso dibattito che unisce, con motivazioni opposte, sindacati di polizia e realtà del quartiere Vanchiglia, dove ha sede l’edificio. L’ingente spesa sarebbe servita a garantire un monitoraggio costante, ventiquattr’ore su ventiquattro, con dieci agenti e mezzi blindati impegnati a presidiare la struttura. Per i rappresentanti del SIAP, «I numeri parlano da soli e certificano un “buco nero” ormai insostenibile, che grava sulle spalle di poliziotti e contribuenti». Da qui la proposta di far requisire lo stabile dal Demanio per abbatterlo, dato che i tempi per una riqualificazione pubblica appaiono lunghi. Il Comune sta comunque valutando un dialogo con le associazioni locali per un piano di recupero parziale del giardino e del piano terra, sebbene l’allentamento della vigilanza sia stato congelato dopo le tensioni del Primo maggio e in vista delle imminenti mobilitazioni estive. Dall’altra parte, i frequentatori dell’ex centro sociale parlano di uno «spreco assurdo di risorse» legato alla militarizzazione di una zona residenziale. Secondo gli attivisti, le risorse consumate per il presidio avrebbero dovuto finanziare i servizi di quartiere. L’accusa rivolta al Viminale è di aver imposto una strategia repressiva, trasformando lo stabile in un «fortino» inaccessibile, specchio di una linea dura che colpisce sia il dissenso urbano sia movimenti storici come i No Tav.
Per comprendere la spaccatura attuale occorre risalire al 18 dicembre 2025, giorno dello sgombero scattato ufficialmente come perquisizione. Tale passaggio era arrivato dopo mesi di pressioni politiche e polemiche intorno alle attività del centro sociale, da sempre uno dei principali luoghi di riferimento per i movimenti antagonisti torinesi, dal movimento No Tav alle mobilitazioni sociali e alle iniziative legate alla Palestina. Quella mattina il Comune dichiarò nullo il patto di collaborazione con i militanti per la riqualificazione dell’immobile. L’operazione ha visto un imponente dispiegamento di forze: decine di camionette, mezzi antisommossa e un cordone di agenti avevano isolato l’area fin dalle prime ore della mattina, con la chiusura temporanea delle scuole vicine e il blocco della circolazione in una parte consistente del quartiere. La decisione era giunta dopo forti pressioni del centrodestra, rinvigorite dalle polemiche per i danneggiamenti alla sede de La Stampa a fine novembre durante uno sciopero per la Palestina.
Nei giorni successivi, la militarizzazione della zona aveva alimentato ulteriori tensioni. Durante una manifestazione di protesta contro lo sgombero, migliaia di persone avevano attraversato il centro cittadino fino ad arrivare nei pressi di corso Regina Margherita, dove si erano verificati scontri con le forze dell’ordine, con l’utilizzo di lacrimogeni, idranti e cariche. Il presidio davanti ad Askatasuna è rimasto operativo anche dopo quegli episodi e in vista di nuove mobilitazioni, tra cui il Festival Alta Felicità in Val di Susa. A ogni modo, chi vive a Vanchiglia descrive una quotidianità alterata. Gli interventi hanno reso lo stabile inagibile, distruggendo impianti e laboratori interni prima di murare gli accessi. Le famiglie hanno denunciato il disagio delle pattuglie davanti alle scuole, con i residenti che lamentano la perdita di un importante presidio di welfare dal basso. Nonostante le dichiarazioni del sindacato di polizia FSP, secondo cui il 18 dicembre «il bene ha vinto contro il male assoluto», la chiusura ha tolto agli abitanti attività ricreative e spazi di aggregazione gratuiti.
Sul fronte giudiziario, la vicenda si intreccia con il processo d’appello nato dall’operazione “Sovrano”, che coinvolge 16 militanti del Movimento No Tav, di Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Al centro del procedimento ci sono una serie di proteste avvenute tra Torino e la Val di Susa, per le quali in primo grado era caduta l’accusa più pesante, quella di associazione a delinquere. La ripresa del dibattimento arriva dunque mentre resta aperto lo scontro politico e sociale sul ruolo (e sul destino) dell’ex centro sociale e sugli effetti, anche economici, dello sgombero.





Direi che costruire centri sociali che insegnano a credere che creare casa e famiglia sia compito dello Stato invece che dell’individuo che li vuole, qui è costato cinque milioni, se continuano così, costerà all’infinito.