I lefebvriani consacrano quattro vescovi: il Vaticano dichiara il nuovo scisma

«Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti». A 38 anni dalla storica consacrazione episcopale che nel 1988 costò a monsignor Marcel Lefebvre la scomunica e aprì una delle più profonde lacerazioni nella Chiesa cattolica del secondo dopoguerra, papa Leone XIV ha inviato una lettera al superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, chiedendogli di desistere da un possibile “atto scismatico”. Un appello rimasto inascoltato: nonostante i ripetuti richiami della Santa Sede, nel seminario di Écône, in Svizzera, sono stati consacrati quattro nuovi vescovi senza il mandato pontificio. Per il Vaticano, il gesto costituisce un «peccato di estrema gravità», destinato a produrre la scomunica automatica dei consacranti e dei nuovi presuli, secondo il diritto canonico.

Si riapre, così, una vicenda mai del tutto risolta, che investe non soltanto l’autorità del Papa, ma anche il difficile equilibrio tra tradizione e riforma all’interno del cattolicesimo contemporaneo. La decisione della Fraternità non rappresenta, però, un fulmine a ciel sereno. Da settimane, il superiore generale don Davide Pagliarani aveva ribadito l’intenzione di procedere comunque alle consacrazioni, sostenendo l’esistenza di uno “stato di necessità”, che renderebbe moralmente obbligatorio garantire la successione apostolica del movimento, in vista dell’età avanzata degli unici due presuli rimasti tra quelli ordinati nel 1988. La Santa Sede aveva risposto con toni inequivocabili, attraverso il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández.

Il nodo irrisolto resta quello del Concilio Vaticano II. È dal rifiuto delle riforme conciliari che nasce il lungo confronto tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, un dissenso mai ricomposto che, nel corso degli anni, ha attraversato pontificati e aperture reciproche, senza mai approdare, però, a una soluzione condivisa. Fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, ex arcivescovo di Dakar e già delegato apostolico in gran parte dell’Africa francofona, la Fraternità San Pio X ha sempre contestato aspetti centrali del rinnovamento conciliare, dalla riforma liturgica al dialogo ecumenico, fino alla concezione della libertà religiosa. Il 9 giugno 1988, Giovanni Paolo II scrisse a Lefebvre una lettera che rappresentava l’ultimo tentativo per fermarlo dall’ordinare quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, invitando a «ritornare, con umiltà, alla piena obbedienza al Vicario di Cristo». La missiva non fece retrocedere Lefebvre dai suoi intenti, che tirò dritto contro quella che considerava una “deriva modernista” e, dopo la consacrazione illecita dei quattro vescovi – i monsignori Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta – il pontefice dichiarò consumato lo scisma con il motu proprio Ecclesia Dei.

La Fraternità raggruppa oggi molti dei continuatori della Chiesa preconciliare che desiderano conservare la messa tridentina e si oppongono all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. Per questo, nel 2007, Papa Benedetto XVI, tentò un passo di riconciliazione con la decisione di liberalizzare la messa Tradizionale latina e nel 2009 revocò la scomunica personale ai quattro vescovi, senza però sanare la posizione canonica della Fraternità né risolvere le profonde divergenze dottrinali. I successivi colloqui con Roma non hanno mai prodotto un accordo definitivo. L’arrivo di Leone XIV sembrava aver riaperto uno spiraglio di dialogo, ma la scelta di Écône segna oggi un’inversione drastica, riportando la situazione al punto di massima tensione degli anni Ottanta. Se sul piano numerico la Fraternità rappresenta una realtà minoritaria, la sua influenza nel mondo del tradizionalismo cattolico è tutt’altro che marginale, con 733 sacerdoti, circa 700 chiese e quasi mezzo milione di fedeli in tutto il mondo.

Le consacrazioni di Écône riaccendono uno dei nodi più delicati del cattolicesimo contemporaneo, destinato a produrre effetti che vanno ben oltre la sola galassia lefebvriana e assumono, pertanto, un valore altamente simbolico: riaffermano l’esistenza di una struttura ecclesiastica autonoma, dotata di una propria successione episcopale, e sanciscono la volontà di proseguire indipendentemente dal riconoscimento romano. Per il Vaticano, non si tratta soltanto di una questione disciplinare, ma di un problema ecclesiologico, che investe il principio stesso dell’unità della Chiesa attorno al successore di Pietro. Per i lefebvriani, invece, la fedeltà alla tradizione precede l’obbedienza a un’autorità ritenuta responsabile di avere tradito l’eredità dottrinale precedente al Concilio.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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