Nella giornata di ieri, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha dichiarato che lascerà la sua carica nelle prossime settimane, aprendo la strada a elezioni anticipate che lo vedranno candidato alla guida del governo. L’annuncio, arrivato durante una manifestazione del Partito progressista serbo (Sns) davanti al Parlamento di Belgrado, si inserisce in un clima di proteste che da oltre un anno e mezzo attraversano il Paese e che hanno già portato alle dimissioni dell’ex primo ministro Miloš Vučević, nate dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, che causò 16 vittime. L’obiettivo dichiarato del leader è ottenere un nuovo mandato popolare, nonostante la crescente pressione dell’opposizione e del movimento studentesco che continua a contestarlo.
Vucic, che ha guidato la Serbia prima come primo ministro dal 2014 e poi come presidente dal 2017, ha dichiarato alla folla riunita che il suo partito otterrà una vittoria «più convincente che mai» alle prossime elezioni. Tra gli slogan dei sostenitori, come «Vucic, primo ministro a vita» e «Vucic, orgoglio della Serbia», il presidente ha annunciato la creazione di una nuova lista denominata “Serbia Unita”. «Sarò presidente ancora per alcune settimane, poi presenterò le mie dimissioni», ha affermato, senza precisare né la data del passo formale né quella delle consultazioni, annunciando però ai concittadini che si terranno «prima di quanto pensiate». Il suo secondo mandato sarebbe scaduto nella primavera del 2027 e la Costituzione non gli consente di candidarsi per la terza volta.
Tutto ebbe inizio il 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata di Novi Sad provocò la morte di 16 persone. La tragedia scatenò indignazione nell’opinione pubblica, trasformatasi gradualmente in una contestazione dell’intero sistema di governo, con accuse di corruzione, scarsa trasparenza negli appalti e indebolimento dello Stato di diritto. Nei giorni successivi partirono le prime manifestazioni, guidate soprattutto dagli studenti universitari, che hanno chiesto l’accertamento delle responsabilità e la pubblicazione della documentazione relativa ai lavori della stazione. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, le proteste si sono rapidamente estese in tutto il Paese, con l’occupazione di università, blocchi stradali e cortei. Nel corso del 2025 le manifestazioni hanno raggiunto dimensioni senza precedenti nella Serbia contemporanea: in alcune occasioni le piazze hanno accolto centinaia di migliaia di persone, con l’aumento di episodi di tensione tra manifestanti e forze dell’ordine. Nonostante le dimissioni del primo ministro Miloš Vučević, avvenute alla fine del gennaio 2025, e alcune promesse di riforma, la mobilitazione non si è fermata, proseguendo anche nell’anno corrente.
La strategia di Vucic, che prevede lo svolgimento simultaneo di elezioni presidenziali e parlamentari, è stata interpretata dall’opposizione come un tentativo di concentrare la campagna sulla sua figura e sull’apparato organizzativo del partito. Savo Manojlović, leader del movimento d’opposizione Kreni-Promeni, ha definito le dimissioni una mossa preventiva per anticipare una perdita di consenso. Fino alla consegna formale delle dimissioni alla presidente dell’Assemblea nazionale, Ana Brnabić, Vucic conserva tutti i poteri della carica, per poi passare a una campagna che si annuncia complessa, anche sul fronte europeo, dove Bruxelles lega l’avanzamento dei negoziati al rafforzamento dello Stato di diritto. Nel suo intervento, Vucic ha promesso aumenti di salari e pensioni, investimenti nella sanità e nell’istruzione e un’accelerazione del percorso di adesione all’Unione europea, pur ribadendo l’intenzione di mantenere stretti rapporti con Russia e Cina, definite «amici tradizionali» del Paese.




