Cresce la tensione a Torino e in altre città italiane per la gestione della protesta sociale legata alle mobilitazioni pro-Palestina. La questura del capoluogo piemontese ha infatti avanzato una richiesta di sorveglianza speciale per una militante ventiquattrenne del Collettivo Universitario Autonomo, una misura storicamente prevista dal codice antimafia per contrastare la criminalità organizzata o il terrorismo. Il provvedimento, che scatta sulla base di una presunta pericolosità civile anche senza condanne definitive, introduce pesanti limitazioni personali. Tale strategia, che nell’ultimo periodo è stata sempre più utilizzata nei confronti della galassia No TAV e dei movimenti antagonisti, ha trovato sbocchi anche in altre realtà cittadine e sta sollevando aspre critiche da parte dei legali e dei movimenti per i diritti civili.
La misura preventiva richiesta per la giovane universitaria, già sottoposta in passato a restrizioni domiciliari per l’attività politica di piazza, fa seguito a un’indagine della Procura del capoluogo piemontese sui recenti cortei filopalestinesi. I comportamenti contestati, tuttavia, appaiono di entità ridotta: si parla di imbrattamenti e alterchi durante i cortei, contesti nei quali la ragazza viene considerata una figura di riferimento ideale o organizzativa. Questo genere di contestazione etica si traduce in restrizioni severe: obblighi di rientro notturno, divieti di frequentazione e l’impossibilità di spostarsi dal proprio comune senza autorizzazione. Una simile iniziativa non rappresenta un caso isolato. Recentemente la medesima classificazione di persona considerata pericolosa è stata avanzata per un esponente dello spazio sociale Askatasuna, e in passato ha colpito figure storiche del movimento No TAV.
Il fenomeno non si esaurisce entro i confini piemontesi. A Bologna, una studentessa di 23 anni si trova in una posizione analoga per aver preso parte alle manifestazioni a sostegno di Gaza e contro l’edificazione di un polo per l’infanzia in un parco cittadino, culminate in scontri con i reparti mobili. Le accuse a suo carico riguardano una scritta su un muro e la resistenza opposta alle forze dell’ordine. In relazione a queste decisioni, i legali che rappresentano i soggetti colpiti dalle misure restrittive sono d’accordo nell’affermare che applicare un protocollo d’emergenza derivato dal codice antimafia — che calpesta la presunzione di innocenza imponendo pesanti limitazioni alle libertà costituzionali in assenza di una condanna definitiva — a ragazzi (spesso molto giovani) accusati di reati d’opinione, imbrattamenti stradali o tafferugli di piazza, rappresenti una pericolosa forzatura giuridica.
Al rigore di queste misure si affiancano risvolti drammatici. Nelle scorse settimane si è registrato il decesso di due giovani attivisti coinvolti nelle indagini sulle proteste d’autunno: uno si è tolto la vita in Liguria, l’altro è deceduto sui binari a Settimo Torinese, travolto da un treno. Il primo aveva ricevuto un divieto di allontanamento dalla propria città, provvedimento che, a detta di familiari e conoscenti, lo aveva fortemente destabilizzato. In occasione delle esequie del secondo ragazzo (che era stato denunciato per i cortei) il magistrato ha negato il permesso di uscita ai compagni sottoposti a vincoli di dimora, rilevando la mancanza di «legami parentali» o di «comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale».
La condotta della magistratura e degli uffici investigativi torinesi è al centro di una dura riflessione giuridica sul controllo del dissenso. Secondo Claudio Novaro, in prima linea in processi legati a movimenti e lotte sociali, «il problema principale è che il monopolio interpretativo della protesta è affidato alla polizia». Un meccanismo che consentirebbe alla questura di selezionare i profili ritenuti più ostili all’ordine pubblico, attingendo a «un sapere accumulato in anni di osservazioni, monitoraggi, schedature, intercettazioni e poi riversato nelle indagini preliminari fatte dai pm», che costituirebbe «il presupposto per l’applicazione delle misure cautelari» e finirebbe per «diventare il linguaggio e l’argomentazione di cui si dotano gli altri protagonisti istituzionali del procedimento penale». Nel frattempo, l’impianto accusatorio contro lo storico centro sociale torinese, inizialmente accusato di associazione sovversiva, ha visto ridimensionarsi le accuse in associazione a delinquere semplice, mentre il dibattimento d’appello per accertare le responsabilità della presunta cabina di regia della protesta di piazza è fissato per l’inizio di luglio.
Sono assai numerosi i casi di denunce, sanzioni e provvedimenti che negli ultimi mesi hanno interessato tutto il movimento di solidarietà alla Palestina italiano, specialmente a Torino. Nel solo capoluogo torinese, nell’ultima fase si contano decine di misure cautelari e un centinaio di denunce e multe; i provvedimenti, tuttavia, sono arrivati in tutto lo Stivale, dalle realtà in cui i movimenti risultano più strutturati come la stessa Torino a quelle che siamo meno abituati ad associare a mobilitazioni dal basso. Hanno inoltre colpito un ampio ventaglio di realtà e categorie di persone, dagli attivisti ai sindacati, per passare dai vigili del fuoco fino a giungere a cittadini ordinari. Gli episodi contestati sono anch’essi diversificati, e vanno da casi di danneggiamento a brevi occupazioni di binari, per arrivare a semplici manifestazioni di solidarietà, come nel già menzionato caso dei pompieri, oggetto di sanzioni disciplinari per il solo fatto di essersi inchinati in memoria delle vittime a Gaza.




