A un certo punto, intorno alla metà degli anni ’80, la provincia ha smesso di essere un trauma geografico e ha iniziato a diventare di moda. In particolare quella emiliana. Non quella della campagna idilliaca tutta lambrusco e mattarelli, bensì quella piatta e nebbiosa delle tangenziali, delle discoteche di periferia e dei bar con le luci al neon. Il primo a dare una dignità letteraria a questo immaginario è stato Pier Vittorio Tondelli. La pianura emiliana diventava il teatro ideale per tutto ciò che non sarebbe dovuto accadere, il luogo perfetto per sentirsi disperatamente vivi, soli, selvaggi e magnificamente fuori posto. Un luogo simile al Far West, ma con più cooperative e meno cavalli. Assieme a lui c’erano i CCCP, totalmente diversi ma complementari, come lo gnocco fritto e il prosciutto. Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni avevano vissuto a Berlino, avevano scoperto il punk, avevano occupato le fabbriche abbandonate di Kreuzberg e avevano oltrepassato il Muro per vedere cosa c’era al di là del blocco sovietico. Poi avevano deciso che il centro del mondo era Reggio Emilia. L’Unione Sovietica, il comunismo, la fine della storia e delle ideologie, tutto passava attraverso le feste dell’Unità.
A loro si aggiunsero tutta una schiera di musicisti, scrittori, registi e intellettuali che iniziarono a plasmare le luci sfocate che emergevano dalla nebbia per dare loro una forma personale. In questo immaginario gli studenti fuori sede si univano con gli anarchici dell’Appennino per diventare eroi di un’epica popolare, i capannoni industriali si tramutavano in scorci metafisici di De Chirico e un’intera generazione cresceva nella convinzione che si potesse finalmente stare male a Modena, Parma e Correggio, ma con indiscutibile stile: aspettando “un’emozione sempre più indefinibile”.
Poi col tempo la poesia si è un po’ persa. La desolazione provinciale ha cominciato a essere declinata attraverso prodotti più commercializzabili. L’Emilia paranoica ha iniziato a ballare sul mondo. L’identità, osservata troppo da vicino, è scaduta nel folklore. Ormai però il seme era stato piantato e, per diversi decenni, da quella pianura desolata hanno continuato a germogliare racconti di quel piccolo mondo. A volte anche piccole gemme, strettamente aderenti alla realtà che le circondava e orgogliosamente confinate all’interno di essa. È il caso di un gruppo punk di cui difficilmente avrete sentito parlare se abitate anche solo qualche chilometro più a sud della via Emilia e che, nel panorama di quegli anni, rappresenta un caso abbastanza unico.
I Lomas si formano nel 1995 a Modena e da subito si immergono totalmente nella cronaca della loro piccola provincia, in maniera quasi maniacale. I testi non cantano di malessere generazionale o di rifiuto della società in termini generali, bensì scandiscono ogni microscopico dettaglio della vita quotidiana all’interno della loro piccola città. Solo la realtà così com’è, guardata da così vicino da risultare, alla fine, stranamente universale. Per chiarire il concetto basta citare il nome del loro primo album: Modena stazione di Modena per Carpi Suzzara Mantova si cambia, che era semplicemente il messaggio che veniva ripetuto ogni mattina dagli altoparlanti della stazione dei treni. Una sorta di indicazione ferroviario-esistenziale che ti entra in testa quando non hai ancora scoperto se la giornata sarà sopportabile o meno. Il secondo disco si intitola Porci Ceramiche, chiamando direttamente in causa i due settori produttivi per i quali è conosciuta la città. Nel terzo album, Mutina punkae lomas 0.5.9. 1.9.9.8, c’è un brano notevole che si chiama Carpi. Anche qui torna in aiuto la geografia. Un viaggio in macchina verso Carpi, la provincia della provincia, dove il cantante si reca ogni giorno per lavoro, detestando la città e i suoi abitanti. «Ma sei tu che hai problemi e non loro» si dice da solo Alessandro Formigoni in uno slancio di autoanalisi, «Perché se uno ha una ferita nel cuore se la porta ovunque egli vada. E tu l’hai portata a Carpi». Un percorso esistenziale di una ventina di chilometri, tra viali alberati e rotonde tutte uguali, che collegano solitudini molto simili tra loro.
«Perché una cosa sia interessante basta fissarla a lungo» diceva Flaubert. Un insegnamento che i Lomas hanno preso alla lettera.
Nel 2004 i Lomas pubblicano il loro ultimo disco, che indaga ancora di più sul malessere confinato dentro la piccola provincia. Il titolo è emblematico: Hai preso le gocce?. L’album, stampato in pochissime copie e fatto uscire per un’etichetta dal nome squisitamente programmatico, I Dischi del Culo, è un piccolo trattato di psichiatria stradale emiliana. Se nei lavori precedenti la band si occupava di mappare i treni per Suzzara o delle frustrazioni pendolari verso Carpi, qui lo sguardo si stringe. Non ci si muove quasi più. Dal macrocosmo della ferrovia si passa al microcosmo della boccetta di ansiolitici sul comodino. Gli ultimi due brani del disco costruiscono un piccolo racconto in due atti. Una disperata lite di coppia cantata dal punto di vista dell’uomo e della donna. La prima parte si intitola L’odio in casa. Il protagonista si aggira per le stanze descrivendo una routine che ha il sapore di un’asfissia controllata. La casa si trasforma in una galera accogliente, presidiata da istituzioni rassicuranti quanto oppressive. La polizia, l’ospedale, la farmacia. C’è una ragazza, c’è persino una laurea con lode, ma manca l’aria. Il risentimento cresce man mano che il volume aumenta, finché i confini si sfumano e diventa difficile capire chi stia parlando. Un po’ come ascoltare due sconosciuti che si urlano addosso nell’appartamento a fianco. È il ritratto preciso di chi non sa stare accanto al disagio psichico dell’altro e sceglie di curarlo a colpi di violenza verbale.
Nell’ultimo brano Mi piacevi più prima restiamo a osservare le macerie. La parola passa a lei. La canzone si apre con un distaccato «Quando lei dirà…», e ciò che segue è la risposta della donna. Un proiettile di ritorno calibrato al millimetro. Anche a lei lui piaceva di più “prima”. Prima che la casa si trasformasse in un reparto di degenza. La sofferenza mentale diventa un legame perverso, una patologia di coppia in cui “un male si ama” perché, dopotutto, è l’unica cosa rimasta a tenere insieme i pezzi.
Sabato scorso qualcosa ha distrutto la quiete della piccola provincia modenese. Un uomo è uscito di casa, ha percorso i pochi chilometri che lo separavano dal centro città e si è lanciato sulla folla. Otto persone ferite, alcune in modo grave. In termini giuridici si chiama tentata strage. Prima ancora che le ambulanze smettessero di suonare qualcuno aveva già avanzato l’ipotesi del terrorismo e dell’odio razziale. L’uomo, Salim El Koudri, è infatti originario di un altro paese: Bergamo.
La verità è più complicata. Salim El Koudri soffriva di un disturbo schizoide. Nel 2022 si era presentato spontaneamente al Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia per chiedere aiuto. Dopo circa due anni aveva abbandonato le cure. Secondo quanto emerso, viveva una situazione di forte isolamento e frustrazione, aggravata dalle difficoltà lavorative nonostante una laurea in economia.
Non un atto terroristico, dunque, ma il gesto disperato di una persona rimasta sola con un profondo malessere che non riusciva a gestire. In Italia circa 800mila persone si rivolgono ogni anno ai servizi psichiatrici, con tassi di abbandono delle cure molto alti perché le strutture, sottofinanziate e in carenza di organico, non riescono a prendersi cura adeguatamente di tutti. L’Italia destina appena il 3% del fondo sanitario nazionale ai centri di salute mentale, contro le percentuali a due cifre di quasi tutti gli altri paesi europei. Manca soprattutto il personale, a fronte delle tante richieste di assistenza. Difficilmente andrà meglio. I fondi che il Governo sta cercando disperatamente di reperire aumentando le tasse e tagliando le spese sembrano orientati da tutt’altra parte. Soprattutto verso l’acquisto di armi. Un investimento che sicuramente contribuirà ad aumentare la serenità di tutti.
Tuttavia il disagio esistenziale non si trasforma automaticamente in disturbo mentale. E il disturbo mentale non sfocia necessariamente nella violenza. A volte diventa una canzone. Da suonare in un capannone di periferia davanti a cinquanta persone, o da ascoltare in cuffia sul treno per Carpi, stringendo i denti. I Lomas lo sapevano. Tondelli lo sapeva. Stare male a Modena ha le sue regole e i suoi rimedi, ma non è poi così diverso dallo stare male in qualsiasi altro posto. Il problema non è la provincia, è quando si rimane soli dentro di essa, senza nemmeno gli altoparlanti di una stazione ferroviaria dai quali sentirsi ripetere dove si può andare.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online





Grazie, un bellissimo articolo, considerazioni e analisi finali comprese. Mettersi nei panni di chi sta male non significa giustificarne le azioni.
Bellissimo articolo, se non fosse per il finale.
Nel prossimo El Koudri SANTO SUBITO!?
Prima di abbandonarti ad esaminare le anamnesi psichiatriche di Koudri ed i suoi retroterra provinciali dovresti metterti nei panni di chi ha perso le gambe o rimarrà inabile a vita.
Forse le belle volute del tuo articolo avrebbero così modo di confrontarsi più con la realtà e meno con slanci letterari.
Da ultimo Indipendente sta diventando molto poco “indipendente” assomigliando sempreverde➕️ più ad una succursale della G.S.Flotilla.
Forse è arrivato il momento di lasciarvi..
Sono di Modena e ho conosciuto i Lomas grazie a quest’articolo, grazie mille! 🙂