Nel Pacifico settentrionale sono state scoperte 24 nuove specie che abitano gli abissi

Ci sono posti sul pianeta dove la vita ha trovato forme che nessun occhio umano ha mai visto. Uno di questi è la Zona Clarion-Clipperton, un abisso di sei milioni di chilometri quadrati nel Pacifico centrale, sospeso tra le Hawaii e il Messico a profondità che superano i quattro chilometri. Nonostante il buio assoluto, la forte pressione e temperature vicine allo zero, lì sotto qualcosa si muove, caccia e si riproduce.

A marzo 2026, un team internazionale di sedici ricercatori guidato da Anna Jażdżewska dell’Università di Łódź e da Tammy Horton del National Oceanography Centre britannico ha pubblicato su ZooKeys la descrizione di ventiquattro nuove specie di anfipodi, piccoli crostacei che abitano i fondali, alcuni predatori con chele sviluppate, altri che si nutrono del sedimento stesso.

Ma la scoperta più straordinaria non è nel numero: tra le ventiquattro c’è una nuova superfamiglia, un raggruppamento tassonomico più ampio della famiglia: la sua identificazione segnala che queste creature hanno seguito un percorso evolutivo mai mappato prima, separatosi dagli altri rami della vita in un passato remotissimo. Accade di rado, abbastanza da far scrivere agli stessi scienziati di un evento eccezionale.

Per arrivare a questi risultati, il team ha organizzato nel 2024 un workshop di una settimana presso il Dipartimento di Zoologia degli Invertebrati dell’Università polacca: giorni di classificazioni, confronti morfologici, sequenziamento del DNA. Di ogni specie sono stati prodotti i primi “codici a barre molecolari”, le impronte genetiche che permetteranno in futuro di monitorarne la presenza. Un passo avanti importante, anche perché la Zona Clarion-Clipperton nasconde ancora il 90% delle proprie specie senza un nome scientifico, come se la biodiversità abissale fosse un “libro della vita” di cui abbiamo letto appena la copertina.

Il fondale della CCZ è però da anni nel mirino dell’industria mineraria per via dei noduli polimetallici: rocce delle dimensioni che vanno da una pallina da golf a una patata, dense di manganese, nichel, cobalto e rame, le materie prime delle batterie, delle turbine eoliche, dei pannelli solari e dell’elettronica militare. Nell’aprile 2025, con l’ordine esecutivo 14285 firmato da Donald Trump, gli Stati Uniti hanno accelerato in modo drastico l’iter autorizzativo per l’estrazione in acque internazionali, bypassando di fatto l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini, il consorzio ONU che fino a quel momento governava la materia.

Pochi giorni dopo la firma, The Metals Company, società canadese quotata al Nasdaq, ha depositato una prima domanda per un permesso di estrazione commerciale su circa 25mila chilometri quadrati della CCZ – un’area più grande della Sicilia – più due licenze esplorative su quasi 200mila chilometri quadrati aggiuntivi. A gennaio 2026, con una nuova domanda, l’area destinata all’estrazione commerciale è salita a 65mila chilometri quadrati. Se approvata, sarebbe la prima estrazione commerciale di minerali in acque internazionali della storia. Il tutto senza il via libera del sistema multilaterale che 32 Paesi – tra cui Canada, Francia, Germania e Regno Unito – chiedono di rispettare, invocando almeno una moratoria finché l’impatto ambientale non sia compreso a fondo.

Quell’impatto, nel frattempo, comincia a essere documentato con precisione crescente. Uno studio pubblicato nel dicembre 2025 su Nature Ecology & Evolution ha monitorato il fondale della CCZ nei due anni precedenti e nei due mesi successivi a un test estrattivo del 2022. I risultati dicono che il passaggio di un veicolo minerario ha ridotto del 37% l’abbondanza degli animali nell’area interessata e del 32% la ricchezza di specie. Un altro studio, pubblicato su Nature all’inizio del 2025, ha rivisitato un sito estrattivo sperimentale del 1979: le cicatrici fisiche sono ancora perfettamente visibili, e gli animali di grandi dimensioni ancorati al fondale come spugne e anemoni mostrano a distanza di 44 anni pochissimi segni di recupero.

Vale la pena aggiungere una nota di trasparenza che gli stessi autori dello studio su ZooKeys non hanno omesso: la ricerca sulle 24 nuove specie è stata in parte finanziata dalla stessa The Metals Company, attraverso la sua sussidiaria NORI, titolare di contratti di esplorazione proprio nella CCZ. I ricercatori dichiarano che i finanziatori non hanno avuto alcuna influenza sui dati né sulle interpretazioni. La segnalazione, però, dice già molto sul grado di intreccio tra scienza e industria in questi fondali.

C’è qualcosa di vertiginoso in tutto questo. Gli esseri viventi appena descritti – creature che in alcuni casi abitano profondità maggiori di quelle che si pensava possibile per la loro specie – esistono da milioni di anni senza che l’uomo sapesse della loro esistenza. Ci sono volute sedici persone, una settimana di lavoro intensivo e tecnologie all’avanguardia per portarle alla luce. Nel frattempo, altri esseri umani, con altri strumenti e altre priorità, stanno lavorando per portare quel fondale in superficie, insieme ai metalli rari e a tutto ciò che ci vive sopra.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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