«Negli ultimi mesi numerosi esposti disciplinari presentati agli Ordini regionali dei Giornalisti si sono trasformati in uno strumento di pressione volto a colpire chi documenta la realtà del conflitto e la sofferenza della popolazione civile». Lo denuncia la Rete #NoBavaglio, insieme ad Articolo 21 e ad altre associazioni di operatori dell’informazione. A fare eco è l’interrogazione parlamentare presentata dalle opposizioni alla Camera, «per chiedere quali iniziative il governo intenda assumere a tutela della libertà di stampa». Di fronte a esposti e querele temerarie — un abuso per cui l’Italia è già nota — la società civile leva gli scudi e, insieme a una parte dello spettro politico, prova a tutelare chi ha rifiutato le narrazioni di comodo, documentando il genocidio a Gaza e le violazioni dei diritti umani compiute da Israele.
Mercoledì scorso, nella sala stampa della Camera dei Deputati, è stata presentata l’interrogazione che le parlamentari Elisabetta Piccolotti (AVS), Laura Boldrini (PD) e Stefania Ascari (M5S) hanno rivolto al governo. Accogliendo l’appello della Rete #NoBavaglio, Articolo 21 e altri collettivi giornalistici, è stato chiesto al governo quali iniziative intenda assumere a tutela della libertà di stampa. Come infatti denunciato dai promotori, negli ultimi mesi sono fioccati gli esposti agli Ordini regionali dei giornalisti, rivolti ai lavoratori impegnati nel racconto critico del genocidio a Gaza, scevro delle veline israeliane che invece hanno inondato la stampa mainstream.
L’esposto implica l’apertura di un procedimento disciplinare volto ad accertare eventuali comportamenti scorretti. Secondo le associazioni impegnate nella tutela della libertà di stampa, si tratta di procedimenti che frutteranno solo intimidazioni nei confronti dell’informazione indipendente. Da qui l’aggettivo temerario, per indicare la presentazione in malafede. Questi esposti — dice la deputata Piccolotti — riguardano «articoli e prese di posizione sulla guerra e sul genocidio a Gaza, segno di un forte tentativo di limitare la libertà di espressione e di informazione sul conflitto israelo-palestinese». Le fa eco Boldrini, ricordando l’elevato numero di giornalisti uccisi a Gaza e il divieto, da parte del governo Netanyahu, di farvi accedere operatori internazionali.
Presente alla conferenza stampa anche la senatrice Stefania Ascari, che ha citato i diversi disegni di legge fermi in commissione, tra cui una proposta sulle querele temerarie «che prevede sanzioni economiche per chi promuove azioni infondate», sulla scorta della direttiva approvata dal Parlamento europeo. Si tratta di un tema estremamente attuale, che ogni anno colpisce in Italia soprattutto attivisti e giornalisti. In Europa, il nostro Paese è maglia nera per azioni legale infondate, presentate in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato. Tali azioni giudiziarie si concludono spesso con un’archiviazione, comportando comunque spese e traducendosi in una condizione di precarietà. La stessa che ha ad esempio vissuto per due anni Miriam Falco, attivista di Ultima generazione colpita da una querela di Coldiretti archiviata di recente.





Devono ricambiare querelando o denunciando di ogni Israeliano, Americano o peggio collaborazionista Italiano, che non rispetta i dettami della nostra Costituzione e ne vedremo delle belle.
Dovremmo ben comprendere che queste azioni non sono tanto per evitare che i giornalisti raccontino la realtà quanto che i cittadini non le ascoltino. Continuiamo a pensare che la buona informazione sia esclusiva responsabilità dei giornalisti, ma è sbagliato. Fino a quando non capiremo che dovremmo essere noi cittadini, in primis, a distinguere la carta stampata dalla carta igienica, i manipolatori avranno sempre buon gioco e i bravi giornalisti saranno sempre messi in difficoltà o ammazzati.