mercoledì 25 Marzo 2026

Zecche tutto l’anno e sempre più in quota: perché sono aumentate e come proteggersi

Nove zecche addosso il primo giorno. Quindici il secondo. Quota mille metri, inizio marzo, sulle Dolomiti. Chi ha raccontato l’episodio non è un escursionista sprovveduto: frequenta la montagna da anni e non ne trovava così tante da tempo. Un caso personale, certo, ma che fotografa qualcosa che i ricercatori monitorano da anni: le zecche non sono più un problema estivo. Sono diventate un problema quasi tutto l’anno.

Cosa sta succedendo

La specie responsabile della maggior parte delle punture in Italia è Ixodes ricinus, la zecca dei boschi. Predilige zone umide, radure, bordi dei sentieri e tradizionalmente era attiva da primavera ad autunno, difficilmente presente oltre i 1.500 metri. Quel confine si sta spostando.

Le zecche non muoiono in inverno: vanno in quiescenza, rallentano il metabolismo. Ma se le temperature non scendono abbastanza a lungo – e negli ultimi anni al Nord Italia questo accade sempre più di rado – riprendono a essere attive con mesi di anticipo. Non è un caso che le zone più colpite siano Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia: territori di confine con l’Europa centrale e orientale, dove la presenza di zecche è storicamente più alta e dove i movimenti di animali selvatici come cervi, caprioli e uccelli migratori, contribuiscono a spostare le popolazioni verso ovest e verso quote più elevate.

I rischi: non solo un fastidio

Una puntura di zecca, nella grande maggioranza dei casi, non provoca nulla di grave. Ma alcune zecche sono vettori di patogeni seri. La malattia di Lyme (borreliosi) è la più diffusa: si manifesta inizialmente con un eritema a forma di alone intorno alla puntura, che può comparire tra i 4 e i 60 giorni dal morso. Se non trattata, può coinvolgere articolazioni, sistema nervoso e cuore. La terapia antibiotica è efficace, ma richiede diagnosi tempestiva.

L’altra patologia da conoscere è la TBE (Tick-Borne Encephalitis), un’encefalite virale che evolve in due fasi: prima simil-influenzale, poi, in circa un terzo dei pazienti, con coinvolgimento neurologico e possibili sequele permanenti. Per la TBE esiste un vaccino, consigliato a chi frequenta abitualmente boschi nelle zone endemiche del Nord-Est.

Come proteggersi: cosa funziona davvero

L’abbigliamento è la prima linea di difesa. Pantaloni lunghi chiari – per individuare prima le zecche – con il fondo infilato dentro i calzini o un elastico che li tenga fermi: le zecche si arrampicano dal basso, bloccare i punti di ingresso dalla caviglia in su riduce il rischio in modo significativo. E poi evitare di sedersi nell’erba alta.

I repellenti chimici funzionano se scelti bene. Il principio attivo più studiato è il DEET, ad alte concentrazioni fino al 50%, da applicare su pelle e abiti. L’Icaridin è un’alternativa più tollerata dalla pelle. La Permetrina va applicata solo sui tessuti, non sulla pelle: va applicata sui vestiti prima di uscire ed è attiva per diverse ore.

Una nota sui dispositivi a ultrasuoni, spesso pubblicizzati come alternativa naturale ai repellenti chimici: la letteratura scientifica non supporta questa promessa. Il dottor Fabrizio Montarsi, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, è netto: gli ultrasuoni non funzionano molto neanche contro le zanzare, e contro le zecche ancora meno. Meglio investire in un repellente registrato.

Come rimuoverle

Se ci si trova addosso una zecca, va tolta il prima possibile: il rischio di trasmissione di eventuali patologie aumenta con le ore. Lo strumento giusto sono delle pinzette apposite, a punta fine, che si trovano facilmente in farmacia. La zecca va afferrata più in profondità possibile, esercitando una trazione lenta e costante verso l’alto; alcuni esperti consigliano anche una leggera rotazione antioraria, ma l’indicazione più diffusa è evitare torsioni brusche che potrebbero “rompere” il parassita, senza riuscire ad estrarlo completamente.

Da non fare: niente olio, acetone, calore, creme o alcol sulla zecca mentre è ancora attaccata: la irritano e la inducono a rigurgitare saliva, aumentando il rischio di contagio. Dopo la rimozione, disinfettare e annotare data e sede e del morso. Se nelle settimane successive compare un alone rossastro, è il momento di andare dal medico.

La montagna resta uno dei luoghi più belli dove stare. Le zecche, che esistono da prima di noi e continueranno a farlo, più che il problema in sé, sono il segnale di un cambiamento. Conoscerle e sapere come si muovono, come si diffondono e soprattutto come si evitano, è il modo più efficace per non sottovalutare il problema, anche perché ignorarlo non le farà sparire.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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