È stata depositata alla Corte Suprema di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è la campagna “Gabbie Vuote” di Essere Animali, che si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.
I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea – fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA). Il percorso verso l’abolizione delle gabbie conosce una storia recente complessa. Tra il 2018 e il 2020, l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age raccolse 1,4 milioni di firme per chiedere il divieto su scala europea. «Le loro richieste sono state tradite dalle istituzioni europee, che ancora non hanno avviato un percorso preciso, pubblico e trasparente per vietare in tutta l’UE questa pratica crudele», affermano i promotori, secondo i quali «in questa fase storica di incredibile stallo» è fondamentale che «le singole nazioni inviino segnali importanti verso un cambiamento urgente e necessario anche nel nostro Paese».
Molti Stati membri hanno già compiuto singoli passi avanti. Se nel 2012 la normativa comunitaria ha vietato le gabbie convenzionali per le galline ovaiole, Austria e Lussemburgo hanno esteso il divieto anche a quelle arricchite. La Svezia ha abbandonato le gabbie per le uova grazie a una transizione produttiva, mentre la Germania prevede un’eliminazione completa entro il 2026-2029. Francia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno introdotto divieti progressivi. Per quanto riguarda le scrofe, la Svezia ha vietato tutte le gabbie già nel 1994, e altri Paesi come Danimarca, Austria, Finlandia e Paesi Bassi stanno seguendo la stessa direzione. In Italia, invece, a eccezione delle uova fresche – per le quali l’etichettatura è obbligatoria – risulta complesso sapere se un prodotto provenga da filiere cage-free (senza gabbia). Nel settore suinicolo, solo poche imprese hanno avviato la conversione e i relativi prodotti sono quasi interamente destinati all’esportazione: nessuno dei principali marchi di salumi e affettati propone sul mercato italiano articoli derivanti da scrofe allevate senza gabbie. Per i conigli la situazione è ancora più critica, con oltre il 90% degli animali allevati in gabbia.
Nonostante 9 italiani su 10 si dichiarino favorevoli all’abolizione delle gabbie negli allevamenti, in Italia il 35% delle galline da uova è ancora allevato con questo sistema. Una lunga serie di inchieste indipendenti – dal documentario Food for Profit alle numerose investigazioni condotte da associazioni animaliste, tra cui spicca Essere Animali – ha documentato criticità ricorrenti: animali ammassati in spazi angusti con evidenti segni di sofferenza e perdita del piumaggio; carcasse lasciate a decomporsi nelle gabbie, con conseguenti rischi igienico-sanitari; procedure di abbattimento non conformi e trasporti violenti che aggravano la fragilità ossea causata dalla selezione artificiale. Tutti sintomi di un sistema intensivo basato sull’iper-produzione che favorisce grandi aziende, marginalizza le piccole imprese e impone costi ambientali e sanitari alla collettività. L’organizzazione Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni, propone la legge “Oltre gli allevamenti intensivi” come strada per ridurre il numero di animali allevati, bloccare l’espansione degli impianti intensivi e avviare una transizione verso modelli a minor impatto.




