Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in atto in Asia occidentale. Questa volta non ai microfoni radiotelevisivi ma in Senato, collocando «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» al di fuori del «perimetro del diritto internazionale». Soltanto tre giorni fa la presidente del Consiglio non aveva abbastanza elementi né per condannare né per condividere l’attacco, che durante le comunicazioni al Senato ha legato a cause remote. L’aggressione israelo-americana si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».
Alla fine Giorgia Meloni ha definito l’aggressione militare di USA e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che è avvenuta in un contesto di crisi generale, scoppiata a suo tempo con la guerra in Ucraina e aggravatasi dopo il 7 ottobre 2023, quando la resistenza palestinese sferrò l’attacco ai territori israeliani. Quello che emerge dalle dichiarazioni in Senato è un compromesso tra la fedeltà agli alleati di Washington e Tel Aviv e la pressione pubblica data dall’evidenza dei fatti. A venir meno nell’attacco unilaterale sono stati infatti sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati. In questi giorni stavano facendo discutere i precedenti interventi della presidente del Consiglio, che prima si è detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation» e poi ha affermato di non poter condannare né condividere l’intervento militare di USA e Israele.
Durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni è tornata a parlare del nucleare iraniano: «Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare». Sulle scorte di uranio arricchito è stato nuovamente citato in modo parziale Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), senza riportarne le contestuali precisazioni: secondo l’AIEA, infatti, «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare». Quest’ultima, a detta della leader di Fratelli d’Italia, «segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione». Un quadro che evidentemente non vale per Israele, il quale detiene illegalmente decine di testate atomiche (le stime parlano di 90 bombe ma non è possibile sostenerlo con certezza visto il diniego storico delle autorità israeliane ai controlli internazionali).
La presidente del Consiglio torna poi sulle conseguenze economiche della guerra in Asia occidentale. «Faremo tutto quello che possiamo — ha detto Giorgia Meloni — per impedire che si speculi sulla crisi, compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Nel frattempo però i prezzi del carburante continuano a salire: il diesel servito ha toccato i 2,14 euro al litro, mentre la benzina 1,93 al litro, con lo spettro di bollette più salate in avvicinamento.





Ha stato Putin, ha stato Hamas…
Come disse Medvedev, “Per fortuna abbiamo la bomba atomica”.
Io credo che se anche l’Iran avrà la bomba atomica, allora Isreale si calmerà
Dare dello scemo ad un PdC è un reato grave?
Fedele Schiava dell’AIPAC che denigra la Costituzione italiana sulla quale ha prestato giuramento!