Ogni anno la stagione di caccia riapre gli stessi interrogativi: un’attività armata praticata in campagne, boschi e colline attraversati da escursionisti, residenti e animali domestici, dove il confine tra spazio venatorio e vita quotidiana resta spesso labile. Non è solo una questione etica o ambientale, ma anche di sicurezza: ogni stagione lascia dietro di sé un bilancio di morti, feriti e casi che coinvolgono persone estranee alla caccia.
L’ultima stagione venatoria si è chiusa con numeri in calo rispetto all’anno precedente per incidenti e morti: è il quadro che emerge dal report dell’Università di Urbino, che parla di una diminuzione degli episodi gravi legati all’attività di caccia tra l’autunno 2025 e l’inverno 2026. Ma dietro la narrazione del miglioramento si apre un’altra lettura, radicalmente opposta. Le associazioni animaliste contestano la caccia come un problema strutturale che continua a colpire non solo i cacciatori, ma anche passanti, escursionisti, residenti delle aree rurali e animali domestici.
Così, mentre il mondo venatorio rivendica un trend positivo, il bilancio della stagione si trasforma in un confronto tra letture opposte: da una parte lo studio accademico che segnala un calo degli incidenti, dall’altra i dossier indipendenti che denunciano una scia costante di vittime. E al centro dello scontro restano le stesse domande di sempre: quanto è davvero sicura la caccia in Italia e chi paga il prezzo di questa attività?
«Durante la stagione venatoria 2025-2026 (periodo che va dal 1° settembre 2025 al 31 gennaio 2026) gli incidenti strettamente attribuibili alla pratica venatoria sono stati 45, un numero notevolmente inferiore rispetto ai 62 della stagione precedente, con un trend di costante diminuzione negli ultimi cinque anni, che ha portato a dimezzare gli episodi», spiega infatti un comunicato dell’Università, puntualizzando che i morti sono stati 8 e che i numeri sono stati «filtrati degli episodi legati a malori, cadute, atti intenzionali o illeciti».
Ma basta spostare il punto di osservazione perché la fotografia diventi più fosca. L’Associazione Vittime della Caccia (AVC), nel dossier 2025/2026, parla di 46 incidenti, uno in più dell’Università, spiegando però che il dato allarmante «è il rapporto tra vittime tra i cacciatori e le persone estranee. Dai grafici emerge una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria». Secondo l’associazione: «Anche quest’anno, la cronaca non ha risparmiato eventi nefasti: morti, feriti, abusi, reati e comportamenti pericolosi legati all’uso delle armi da caccia, che coinvolgono non solo i cacciatori stessi ma, in misura sempre più allarmante, persone che con la caccia non hanno niente a che fare».
Anche perché gli aspetti da considerare sono vari, come ad esempio il ferimento di animali domestici, o sinantropi e cioè quelli che, pur non essendo addomesticati, vivono in stretta associazione con l’uomo. L’associazione denuncia 32 episodi raccolti, in una cronologia di casi eterogenei: non solo animali colpiti da armi da fuoco durante l’attività venatoria, ma anche cani da caccia morti in dirupi o pozzi, episodi di avvelenamento, minacce armate e situazioni di maltrattamento o abbandono.
Mentre in Parlamento è in corso la revisione della legge 157 del 1992, il principale testo che regola la caccia in Italia, AVC sostiene che: «I numeri di questo dossier impongono una scelta non più rinviabile: continuare a tollerare un’attività armata pericolosa e sempre più pervasiva o intraprendere un cambio di rotta fondato su un’etica della vita, a tutela delle persone, degli animali e dei territori, nella sicurezza collettiva». La proposta sostenuta dal governo punta a modificare diversi punti chiave: dalla gestione del territorio alla possibilità di ampliare tempi, specie cacciabili e forme di esercizio venatorio. Tra le misure discusse ci sono l’allentamento dei limiti su periodi e aree di caccia e il ritorno di pratiche come i richiami vivi. Il testo, presentato come una modernizzazione della normativa, è però al centro di forti critiche da parte delle associazioni ambientaliste, che parlano di un indebolimento delle tutele per la fauna e per la sicurezza nei territori.
Nel frattempo, la Legge di bilancio 2026 ha già modificato un punto chiave: le aziende faunistico-venatorie, finora previste come strutture senza scopo di lucro, potranno essere autorizzate anche come vere e proprie imprese. La riforma consente quindi attività di caccia organizzata con finalità economiche su aree composte soprattutto da terreni privati, inclusi nelle aziende di caccia attraverso atti amministrativi regionali. Secondo l’Associazione Vittime della Caccia, questo passaggio trasformerebbe un regime speciale nato per la gestione faunistica in uno strumento a vantaggio di interessi privati, con possibili profili di incostituzionalità legati alla proprietà, alla tutela dell’ambiente e alle competenze tra Stato e Regioni.




