giovedì 5 Febbraio 2026

È morto Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” che scarcerava i mafiosi

Si è spento all’età di 95 anni Corrado Carnevale, una delle figure più discusse e controverse della storia giudiziaria italiana. Ex primo presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, è passato alla cronaca con l’appellativo di “giudice ammazzasentenze” per il sistematico annullamento di provvedimenti a carico di mafiosi che segnò la sua carriera negli anni Ottanta e Novanta. Finito alla sbarra con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Carnevale – di cui furono accertati i legami con i mafiosi – fu condannato in appello e poi assolto in Cassazione. La sua parabola, tra i presunti favori a Cosa nostra e una successiva riabilitazione politico-mediatica, resta un capitolo assai oscuro nella lotta alla mafia.

Il “metodo” Carnevale

L’attività più controversa di Carnevale, deceduto ieri a Roma, si concentrò nel periodo in cui, dalla metà degli anni Ottanta fino al 1993, presiedette la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, competente in via esclusiva per i reati di mafia e terrorismo. In quegli anni, il suo operato divenne sinonimo di un garantismo estremo e formale, che portò alla ripetuta invalidazione di sentenze per vizi procedurali. Si è calcolato che le sue pronunce abbiano portato allo svuotamento di circa cinquecento provvedimenti. Il caso esplose a livello nazionale nei primi mesi del ’91, quando la sezione da lui presieduta ordinò la scarcerazione di Michele “il Papa” Greco e di altri quarantadue importanti boss mafiosi, motivando la decisione con la “decorrenza dei termini”. Di fronte a questa ennesima e plateale decisione, Giovanni Falcone, allora direttore generale degli Affari Penali al Ministero della Giustizia, dispose un monitoraggio totale dell’attività di quella sezione. Falcone aveva già individuato pericolose anomalie, avendo accertato rapporti poco chiari tra Carnevale e alcuni avvocati di personaggi di Cosa Nostra, in particolare l’avvocato Giovanni Aricò.

La posta in gioco era altissima, poiché quella stessa sezione sarebbe stata chiamata a giudicare in ultima istanza il Maxiprocesso di Palermo istruito dal pool antimafia. Falcone fece quindi analizzare circa 12.500 sentenze emesse dal collegio di Carnevale. I risultati furono sconvolgenti e spinsero lo stesso Falcone a una drammatica affermazione: «Di queste questioni si può morire». Dall’analisi emerse che i legali dei boss ricorrenti erano sempre gli stessi: Aricò, Angelucci, Gaito. Inoltre, come ricordato dal Procuratore Gian Carlo Caselli, che avrebbe poi mandato a processo Carnevale, si scoprì che quest’ultimo «aveva creato, all’interno della sua sezione, un gruppo di consiglieri “fedeli”, accomunati dall’adesione a un orientamento giurisprudenziale radicale, sedicente quanto astrattamente garantista, assumendo quindi una posizione egemonica che gli consentiva di determinare l’esito delle decisioni».

Per scongiurare il rischio che il Maxiprocesso venisse smontato, si intervenne presso il presidente della Corte di Cassazione, Antonio Brancaccio, chiedendo l’introduzione di un sistema di rotazione che sottraesse a Carnevale il monopolio sui processi di mafia. Brancaccio, che in una conversazione intercettata verrà definito «delinquente» da Carnevale, accolse la richiesta nel maggio 1991. Così, a presiedere il collegio per il Maxiprocesso non fu Carnevale, ma il giudice Arnaldo Valente, che il 30 gennaio 1992 confermò in via definitiva le condanne all’ergastolo per i boss, decretando il trionfo dell’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino. La reazione di Cosa nostra non si fece attendere e fu sanguinosa. Si aprì la stagione delle stragi, iniziata il 12 marzo 1992 con l’uccisione a Palermo dell’andreottiano Salvo Lima, considerato il referente politico principale di Cosa nostra. Il nome di Lima si intrecciava anche con quello di Carnevale: diversi collaboratori di giustizia indicarono il magistrato come il “garante” di Cosa nostra a Roma, anello di congiunzione tra Lima e Giulio Andreotti e primo responsabile dell’“aggiustamento” dei processi mafiosi tra il 1987 e il 1992.

Il processo

Proprio il 29 marzo del 1993, il procuratore Gian Carlo Caselli e il pm Antonio Ingroia inviarono a Carnevale una comunicazione di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini si concentrarono su alcuni processi da lui presieduti, finiti con assoluzioni, e portarono a intercettazioni telefoniche e all’ascolto di magistrati del suo stesso collegio. Questi ultimi raccontarono delle pressioni subite da Carnevale per annullare sentenze di mafia, anche in procedimenti non da lui diretti. L’8 giugno 2000, Carnevale fu assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste”. La Procura di Palermo fece appello e il 29 giugno 2001 la Corte d’Appello lo condannò a sei anni, ritenendo provato il reato. Le motivazioni sottolinearono che erano «incontestabili due fondamentali canali attraverso i quali si sarebbe verificato il contatto tra la mafia e Carnevale»: il primo riguardava «esponenti andreottiani, riconducibili a Cosa nostra, e lo stesso Andreotti», il secondo «alcuni selezionati avvocati legati all’imputato da rapporti preferenziali e che da Cosa nostra venivano, con la consapevolezza del presidente, impiegati come intermediari».

Il colpo di scena finale arrivò il 30 ottobre 2002, quando la Cassazione assolse l’ex presidente di sezione annullando la condanna d’appello. I giudici introdussero un nuovo principio, dichiarando inutilizzabili le testimonianze dei magistrati sulle pressioni subite in camera di consiglio, perché coperte da segreto. La condanna fu così annullata. Poi, nel 2003, una norma inserita in una legge finanziaria voluta dal governo Berlusconi consentì il reintegro in carriera ai pubblici dipendenti assolti. Carnevale, già in pensione dal 2001, poté così tornare in magistratura. Il 21 giugno 2007 rientrò in Cassazione, ma nella sezione civile, così i procedimenti disciplinari a suo carico furono archiviati. Andò in pensione il 9 dicembre 2013, a 83 anni.

È bene ricordare come le intercettazioni che lo riguardano restituiscano un ritratto spietato del personaggio. In una conversazione, Carnevale definì Falcone e Borsellino «due incapaci con livello di professionalità pari allo zero». All’avvocato Aricò disse che Falcone era un «cretino». E sempre riguardo a Falcone, assassinato dalla mafia, ebbe a dichiarare: «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», insinuando perfino che il magistrato avesse strumentalmente fatto assegnare la moglie, il giudice Francesca Morvillo, alla Corte d’Appello di Palermo per confermare le sue sentenze. Parole inequivocabili che, al di là del dato squisitamente penale, gettano ulteriori ombre su una figura divenuta parte integrante della recente storia del Paese.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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