Su richiesta della Procura di Prato, il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze. Il provvedimento, misura preventiva senza precedenti in Toscana nell’ambito della moda, accusa l’azienda campana di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva. Secondo i pubblici ministeri, il marchio avrebbe infatti esternalizzato parte della produzione a laboratori pratesi a conduzione cinese, dove operai, anche irregolari, lavoravano in condizioni disumane, permettendo al gruppo di ottenere margini di profitto spropositati.
La vicenda giudiziaria ruota attorno ai rapporti commerciali intrattenuti, a partire dal 2022, con due aziende di Prato: l’Infinity Design di Tang Xiyan e la Chic Girl s.r.l., i cui gestori sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Secondo il decreto del Tribunale fiorentino, Piazza Italia Spa è ritenuta «terza rispetto ai soggetti agevolati e al sistema di imprese a questi riferibile». La società, con un fatturato annuo stimato intorno ai 300 milioni di euro, non risulta indagata, ma i pm ne contestano la totale mancanza di controlli. La Procura evidenzia una «mancata vigilanza» consistita nel «non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste», limitandosi a controllare la qualità del prodotto finito. A evidenziare l’importanza del provvedimento è la Filctem Cgil di Prato, secondo cui «per contrastare illegalità e sfruttamento lavorativo è necessario chiamare puntualmente in causa i committenti, quelli che danno lavoro ad aziende scorrette e che non si interessano delle reali condizioni in cui tali commesse vengono evase».
Dall’inchiesta, che ha preso avvio da un controllo svolto dall’Ispettorato del Lavoro nel giugno 2023, emerge un quadro di sfruttamento estremo. In uno dei laboratori, i lavoratori – tra cui cittadini cinesi, senegalesi e maliani, alcuni privi di permesso di soggiorno – erano impiegati in nero con turni massacranti. Tali condizioni sono confermate da numerose testimonianze, che descrivono un sistema produttivo basato sul cottimo e sull’illegalità diffusa. Un operaio del Mali ha dichiarato per esempio agli inquirenti di percepire 35 euro per una giornata di «12 ore di lavoro al giorno 7 giorni su 7, intervallato da 2 pause di pochi minuti ciascuna», una paga oraria inferiore ai 4 euro.
Questo sistema, secondo l’accusa, è stato funzionale alla massimizzazione del profitto del marchio committente. La riduzione selvaggia dei costi di produzione, ottenuta calpestando ogni diritto, avrebbe generato per Piazza Italia margini di guadagno stimati in «circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione». Un vantaggio economico che, scrive la Procura, ha permesso all’azienda di «praticare prezzi anticoncorrenziali e di affermarsi nel mercato». Il provvedimento di amministrazione giudiziaria, della durata di un anno, ha una «funzione terapeutica», come spiegato dal Procuratore di Prato Luca Tescaroli. L’obiettivo è «consentire all’impresa di operare senza soluzione di continuità e al contempo emendare tramite il controllo giudiziario le criticità riscontrate». Il caso riapre con forza il dibattito sulla responsabilità dei grandi marchi rispetto all’intera catena di fornitura.
L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori.




