mercoledì 28 Gennaio 2026

I portuali del Mediterraneo hanno proclamato lo sciopero internazionale contro il riarmo

Da Genova a Bilbao, da Tangeri ad Antalya, il 6 febbraio almeno 21 porti del Mediterraneo si fermeranno in una giornata di sciopero internazionale contro il riarmo europeo, la guerra e il traffico di armi. Dieci scali italiani incroceranno le braccia insieme a quelli di Grecia, Spagna, Marocco e Turchia, bloccando per 24 ore uno dei cuori logistici del commercio globale. Una mobilitazione che intreccia la solidarietà con la Palestina al rifiuto di trasformare i porti in retrovie militari e che prende di mira quella che i promotori definiscono “economia di guerra”: un sistema che scarica i costi sui lavoratori e alimenta gli interessi dell’industria bellica.

«I portuali non lavorano per le guerre» è lo slogan che sintetizza l’opposizione dei portuali alla movimentazione di merci belliche e al crescente riarmo europeo. Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme ad altri sindacati portuali di diversi Paesi – Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia) e ODT (Marocco) – la mobilitazione punta a smascherare il legame tra porti, logistica globale e industria bellica: una filiera in cui la militarizzazione degli scali si traduce anche in arretramenti su diritti, salari e tutele per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Al centro delle rivendicazioni c’è innanzitutto la richiesta di fermare il flusso di armamenti dai porti verso i teatri di guerra, con un’attenzione particolare alle spedizioni dirette in Palestina, e l’invito rivolto a governi e amministrazioni locali ad adottare un embargo commerciale nei confronti di Israele. I sindacati contestano inoltre il piano di riarmo dell’Unione europea e la progressiva militarizzazione degli scali e delle infrastrutture strategiche, rifiutando che la corsa alle armi diventi il pretesto per nuove privatizzazioni e per processi di automazione che mettono a rischio posti di lavoro e diritti.

Lo sciopero internazionale del 6 febbraio si inscrive in una lunga serie di lotte nei porti del Mediterraneo contro il traffico di armi e la guerra. A partire dal giugno 2025, portuali francesi a Fos-sur-Mer hanno bloccato un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici destinate all’esercito israeliano, rifiutandosi di caricarlo su una nave della compagnia israeliana ZIM e dichiarando di non voler partecipare al genocidio in corso a Gaza. L’azione ha avuto eco anche in Italia, con lavoratori di Genova e altri collettivi che hanno sorvegliato la nave nelle fasi di scalo e annunciato presidi per impedire eventuali carichi bellici simili nel loro porto. A Ravenna, nel settembre 2025, la combinazione di proteste di portuali e cittadini ha portato le istituzioni locali e la società di gestione del porto a impedire l’imbarco di container di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca su una nave diretta a Haifa, dopo che lavoratori avevano segnalato la presenza del carico e migliaia di persone avevano manifestato lungo le banchine del porto. Queste azioni non sono eventi isolati, ma parte di un impulso più ampio del movimento portuale europeo contro la complicità nell’invio di armamenti verso teatri di guerra, con richieste esplicite di bloccare le esportazioni di armi verso Israele e di interrompere l’utilizzo dei porti civili per finalità militari. In Italia queste iniziative hanno dialogato con mobilitazioni più vaste, come lo sciopero nazionale del 22 settembre 2025 in solidarietà con la popolazione di Gaza, che ha coinvolto trasporti, portualità e altri settori in proteste e blocchi diffusi contro la cooperazione militare e commerciale con Israele.

La giornata del 6 febbraio è stata pensata per essere internazionale e si prevede l’adesione di porti europei e nordafricani. Alcuni scali come Pireo (Grecia), Bilbao (Spagna), Tangeri (Marocco) e Antalya (Turchia) figurano tra quelli già confermati, oltre a dieci porti italiani come Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo. L’organizzazione logistica dello sciopero prevede blocchi e manifestazioni coordinate: alcuni porti inizieranno le azioni alle prime ore del mattino, altri concentreranno le mobilitazioni nel tardo pomeriggio o alla sera, in base anche alle differenze di fuso orario nel bacino mediterraneo. Un blocco di 24 ore nei porti del Mediterraneo può incidere sulle catene globali e, al tempo stesso, scardinare il ruolo passivo assegnato ai lavoratori nei settori strategici, aprendo la strada a una nuova stagione di lotte transnazionali fondate sulla solidarietà tra gli scali del Mediterraneo.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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