Nel tentativo di monetizzare l’app, Meta sta introducendo gradualmente le inserzioni pubblicitarie all’interno del suo servizio di messaggistica più noto al mondo: Whatsapp. Parallelamente, come prevedibile, la società starebbe però sperimentando internamente anche un piano in abbonamento che consentirebbe agli utenti di rimuovere le pubblicità che verranno altrimenti inserite nelle sezioni Stato e Canali.
La prospettiva di un modello di sottoscrizione, sebbene non ancora ufficialmente confermata, emerge con chiarezza dall’analisi di WaBetaInfo della versione Android di WhatsApp Beta 2.26.3.9, portale specializzato che segnala la presenza di un servizio di abbonamento opzionale destinato agli utenti dell’Unione Europea e del Regno Unito. L’assenza di riferimenti ad altri Paesi suggerisce che la soluzione sia stata progettata ad hoc per conformarsi alle normative locali, una scelta coerente con la decisione di Meta di rinviare l’introduzione delle pubblicità in Europa, così da avere il tempo di intavolare un confronto con le autorità di regolamentazione.
Nel caso specifico, c’è chi sospetta che questa nuova mossa della Big Tech possa entrare in conflitto con il Digital Markets Act (DMA), rafforzandone la posizione dominante e contribuendo a normalizzare ulteriormente il modello coercitivo del “pay or ok”, il quale costringe gli utenti a scegliere tra la cessione dei propri dati e il pagamento di un abbonamento ricorrente. Meta, dal canto suo, ribadisce che le inserzioni non compariranno nelle conversazioni private, ma esclusivamente nella componente più social dell’app, e che le “raccomandazioni” si baseranno unicamente su segnali generici come le impostazioni di lingua, l’area geografica e le interazioni effettuate nella sezione Aggiornamenti.
La credibilità dell’azienda, tuttavia, non è delle più granitiche. Senza rispolverare vecchi scandali, nel 2023 il responsabile di WhatsApp, Will Cathcart, aveva smentito in modo netto un’inchiesta del Financial Times secondo cui Meta stava valutando già all’epoca l’introduzione di pubblicità e abbonamenti. Indiscrezione che, alla luce degli sviluppi attuali, appare tutt’altro che infondata. Inoltre, proprio in questi giorni, WhatsApp è finita al centro di una causa legale internazionale con l’accusa di aver travisato il livello di crittografia garantito dall’app. Secondo le contestazioni, Meta sarebbe in grado di conservare, accedere e analizzare una parte significativa dei messaggi scambiati dagli utenti: un’ipotesi che, se confermata, aprirebbe alla possibilità che i contenuti delle chat vengano condivisi con le autorità di polizia con estrema facilità.
Sul piano concreto, sembra comunque che Meta si appresti a introdurre su WhatsApp un modello molto simile a quello già adottato su Instagram e Facebook, il quale è a sua volta oggetto di indagine da parte della Commissione Europea per una possibile violazione del DMA. I costi ipotizzati, invece, si discosterebbero al ribasso rispetto a quanto visto sugli altri servizi del gruppo: al momento, le indiscrezioni parlano di un abbonamento che dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 euro al mese, contro i 7,99 euro richiesti dai due social network.




