Oltre un milione di euro per compensare, quantomeno sul piano materiale, la morte di un lavoratore avvenuta come conseguenza dello svolgimento delle proprie mansioni. Si tratta dell’ammontare del risarcimento, disposto dal tribunale di Genova, che il ministero dell’Interno dovrà pagare alla famiglia di un vigile del fuoco di La Spezia. L’uomo, 66 anni, è morto dopo aver sviluppato un mesotelioma pleurico come conseguenza dell’esposizione prolungata e ripetuta all’amianto negli anni di attività lavorativa. Non si tratta della prima sentenza di questo tipo: negli anni, sono stati numerosi i verdetti che hanno imposto alle istituzioni di risarcire le famiglie delle persone uccise dall’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. In questo caso, di particolare rilevanza è il fatto che il risarcimento sia stato riconosciuto anche ai nipoti, in quanto identifica l’entità del danno causato da queste circostanze.
Come spiegato dall’avvocato difensore della famiglia, prima che ne fosse accertata la pericolosità l’amianto veniva impiegato in moltissimi ambiti, compresi «coperte, guanti, maschere e altri dispositivi di protezione personale». Marco Piergallini, segretario generale di CONAPO (il sindacato autonomo dei vigili del fuoco), ha sottolineato alla stampa che la mappatura nazionale dell’amianto rappresenta una necessità immediata. Si tratta di una battaglia che «da anni portiamo avanti contro i ministeri competenti», in quanto la sua assenza «espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute». Solamente tra il 2010 e il 2020, infatti, una media di 1.545 persone all’anno sono decedute per mesotelioma: in media, 25 di queste avevano 50 anni o meno. Si tratta di almeno 17 mila casi nel giro di 10 anni, verificatisi soprattutto in Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria – territori con un alto numero di cantieri navali, poli industriali, ex industrie del cemento-amianto ed ex cave di amianto.
Solamente poche settimane fa, il tribunale di Messina aveva condannato RFI (Rete Ferroviaria Italiana spa) a risarcire con 1,2 milioni di euro la famiglia di un suo ex dipendente, anch’egli deceduto per aver sviluppato un mesotelioma pleurico. Questa rappresenta infatti una delle conseguenze più comuni, ma anche la più letale, dell’esposizione alle fibre di amianto, anche se si manifesta dopo un periodo di 30-40 anni dall’esposizione. In questo caso l’uomo, elettricista addetto alla manutenzione, aveva prestato servizio sui traghetti e negli impianti elettrici delle Ferrovie dello Stato tra il 1977 e il 2001. La diagnosi di mesotelioma era giunta nel 2014 e l’uomo era deceduto pochi mesi dopo, nel 2015, all’età di 68 anni. Anche in questo caso, RFI è stata condannata a risarcire i famigliari di 1,2 milioni di euro.




