mercoledì 21 Gennaio 2026

Negli USA, per difendere i quartieri dalla polizia federale, sono tornate le Black Panthers

Mentre negli Stati Uniti infuriano le proteste esplose a seguito dell’uccisione di Renee Nicole Good, a Minneapolis, durante uno dei tantissimi raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), a Filadelfia sono tornate le Pantere Nere. Guidato dal presidente nazionale Paul Birdsong, il gruppo locale del Black Panther Party for Self-Defense ha fatto la sua comparsa con una coreografia che richiama esplicitamente l’estetica e la militanza degli anni ’60: divise nere, berretti e fucili d’assalto bene in vista. Lo scopo è quello di proteggere i cortei di manifestanti anti-ICE ma soprattutto i quartieri dove vivono le comunità afroamericane, così come quelli di minoranze in generale. Nelle parole di Birdsong, le Black Panthers sono lo «scudo armato» di quelle persone che vivono nel terrore delle politiche trumpiane, eseguite dagli agenti federali che ormai molti negli Stati Uniti chiamano «Gestapo».

Nel gelido inverno di Filadelfia, città in cui i Padri Fondatori si riunirono nell’Independence Hall per scrive e firmare la Costituzione nel settembre 1787, il ritorno operativo delle Black Panthers segna una svolta radicale nel panorama della protesta americana. Non si tratta di una mera rievocazione storica. E il gruppo non agisce più solo come baluardo della comunità nera, ma si è sollevato per proteggere «i migranti finiti nel mirino delle espulsioni di massa targate Donald Trump». Il movimento ha ripreso vigore in risposta all’uccisione di Renee Nicole Good, una madre di tre figli colpita a morte da un agente federale a Minneapolis durante un raid. L’evento ha agito da catalizzatore, trasformando il dolore in una postura di difesa proattiva. Birdsong è stato categorico: «Se fossimo stati lì, nessuno sarebbe stato toccato. Agenti dell’ICE, ascoltatemi bene: se commettete crimini in questa città, andrete in prigione».

Lunedì 19 gennaio, in coincidenza con il Martin Luther King Day, gli attivisti hanno annunciato l’inizio di una mobilitazione permanente davanti agli uffici dell’ICE. Non è una scelta casuale: nel giorno che celebra la lotta per i diritti civili, Filadelfia risponde con una forma di resistenza radicale – e armata per la propria difesa. La novità politica più rilevante di questa mobilitazione è la fusione dell’agenda per la liberazione nera con quella dei diritti degli immigrati e delle minoranze in generale. È una rottura netta con la narrazione mainstream, che spesso ha cercato di dipingere queste comunità come concorrenti per le scarse risorse del welfare. La logica adottata a Filadelfia è brutale nella sua semplicità e punta dritta all’intersezionalità delle lotte: «Quando vengono a prendere uno di noi, stanno già pianificando di venire a prendere tutti», ha detto Birdsong. Questa solidarietà trasversale sta riscrivendo le regole del dissenso urbano, creando una coalizione che il governo federale fatica a gestire con i metodi convenzionali.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Donald Trump ha bollato i manifestanti come «insurrezionalisti pagati» e ha nuovamente minacciato di invocare l’Insurrection Act del 1807. L’attivazione di questa legge consentirebbe al presidente di schierare l’esercito regolare sul suolo nazionale per sedare le rivolte, scavalcando l’autorità dei governatori. A Filadelfia, tuttavia, la frattura istituzionale è totale. Da una parte il potere federale preme per l’uso della forza; dall’altra, le autorità locali oppongono una resistenza burocratica e politica. Il procuratore distrettuale Larry Krasner e membri del consiglio comunale come Kendra Brooks hanno dichiarato gli agenti ICE “non benvenuti” in città, promuovendo attivamente sessioni di “Know Your Rights” (letteralmente: “Conosci i tuoi diritti”) per preparare i cittadini ai raid e ostacolare l’azione federale.

L’azione delle Pantere Nere non si esaurisce nell’ostentazione delle armi. La loro strategia si muove su due binari paralleli. Da un lato, i pattugliamenti armati intorno ai centri di detenzione e nei quartieri sensibili servono a scoraggiare abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Dall’altro, il gruppo ha riattivato i programmi di mutuo soccorso: distribuzione di cibo e beni di prima necessità per garantire che la paura dei raid non paralizzi la vita quotidiana. Questa presenza ha creato una faglia profonda nell’opinione pubblica. Se per molti residenti le Pantere rappresentano l’unica protezione tangibile contro uno Stato percepito come autoritario, i critici, oltre della stampa conservatrice, temono che la presenza di civili armati possa innescare una spirale di violenza fuori controllo. Eppure, i dati sul campo suggeriscono un primo effetto: i raid previsti per lo scorso weekend in alcuni quartieri di Filadelfia sono stati rinviati o drasticamente ridimensionati per “ragioni di sicurezza”.

In un’America che sembra aver perso ogni terreno comune di dialogo, Filadelfia è diventata ufficialmente il laboratorio di una nuova resistenza urbana. Resta da vedere se questo modello rimarrà un caso isolato o se diventerà la scintilla per una mobilitazione nazionale capace di paralizzare le politiche migratorie della Casa Bianca. La sfida è lanciata, e le strade della città non sono mai state così calde durante un’inverno.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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