Il Regno Unito nega un maxi contratto alla israeliana Elbit Systems dopo mesi di proteste

Il governo britannico ha negato a Elbit Systems, il più grande produttore di armamenti israeliano, un contratto pubblico da circa 2 miliardi di sterline che avrebbe previsto l’addestramento di oltre 60mila soldati britannici ogni anno per un periodo di dieci anni. La decisione arriva dopo mesi di proteste, azioni dirette e mobilitazioni pubbliche che hanno tenuto alta l’attenzione sul ruolo di una delle aziende più centrali dell’industria militare israeliana nel Regno Unito.

L’esito della vicenda ha avuto un impatto immediato soprattutto tra attivisti e sostenitori di Palestine Action, il movimento nato nel 2020 con l’obiettivo dichiarato di interrompere la produzione e la cooperazione militare israeliana sul territorio britannico. Proprio l’annuncio della perdita del contratto, indicata come una delle richieste principali della protesta, ha spinto tre attivisti detenuti – Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello – a interrompere lo sciopero della fame che portavano avanti da 73, 66 e 52 giorni. Le loro condizioni di salute erano ormai considerate critiche.

Elbit Systems è uno dei pilastri della filiera militare israeliana. Con un fatturato annuo che supera i 6,8 miliardi di dollari, produce droni, sistemi di sorveglianza, tecnologie di puntamento e mezzi armati utilizzati anche nelle operazioni militari nei Territori palestinesi. La mancata assegnazione del contratto viene letta come uno dei risultati più concreti ottenuti dallo sciopero. Dal 2012, la filiale britannica di Elbit Systems aveva infatti ottenuto oltre dieci appalti pubblici e gestito programmi di grande rilievo, come il progetto Watchkeeper, dal valore complessivo di 2,1 miliardi di sterline. Consolidando così un rapporto stabile con il Ministero della Difesa. Il nuovo accordo, però, è sfumato nonostante i tentativi delle autorità militari britanniche di sostenerne l’assegnazione, che avrebbero incluso incontri riservati e visite istituzionali con i vertici dell’azienda e della casa madre in Israele.

Negli ultimi 4 anni, la campagna di Palestine Action si è progressivamente estesa poi anche ad aziende considerate partner o complici di Elbit, tra cui Leonardo, Thales e Teledyne, oltre a istituti finanziari come Barclays, JP Morgan e Allianz. In diversi casi, la pressione pubblica ha portato alla revisione o all’interruzione di rapporti commerciali. E il 5 luglio 2025 anche alla decisione del governo britannico di inserire Palestine Action nella lista delle organizzazioni terroristiche, includendo nell’elenco, per la prima volta nella storia del Paese, un movimento di disobbedienza civile non armata. 

La minaccia di punire qualunque forma di sostegno al gruppo con pene fino a 14 anni di carcere, non ha però fermato le mobilitazioni, e nello stesso periodo una delle principali fabbriche britanniche di Elbit, situata a Bristol, ha cessato le attività. Aperto nel 2019 e destinato a operare almeno fino al 2029, l’impianto era stato uno dei bersagli più frequenti delle azioni dirette di Palestine Action, tra occupazioni dei tetti, blocchi ai cancelli e vernice rossa spruzzata sulle strutture per denunciare l’uso degli armamenti nei bombardamenti su Gaza.

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Gloria Ferrari

Laureata in Culture e Letterature del mondo moderno a Torino. Scrive di diritti umani e ambiente per diverse testate giornalistiche italiane. Collabora con L’Indipendente dal 2021.

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