mercoledì 7 Gennaio 2026

Canapa contro l’inquinamento: una risorsa naturale per rigenerare il pianeta

In un periodo storico in cui consumiamo più risorse di quelle che potremmo permetterci, continuando a scaricare sui chi verrà dopo di noi la responsabilità di un cambiamento nelle nostre pratiche quotidiane, e inquiniamo l’ambiente con prodotti difficili da smaltire aumentando a dismisura i livelli di CO2, la canapa può essere un alleato da non sottovalutare per favorire un reale cambio di paradigma. Parliamo di una pianta che si può integrare perfettamente nelle pratiche di economia circolare per creare modelli sostenibili di sviluppo economico, ma soprattutto di un vegetale che può diventare un mezzo per combattere l’inquinamento a diversi livelli.  

Bioedilizia e bioplastica 

In fase di crescita la canapa cattura 4 volte la CO2 immagazzinata mediamente dagli alberi e utilizzata in edilizia mantiene le stesse proprietà. Secondo uno studio del Politecnico di Milano un metro di canapa e calce toglie 60 kg di CO2 dall’atmosfera. Ecco perché costruire case e condomini di questo tipo equivale a seminare ettari di bosco. Dall’altro lato, secondo i dati della Global Alliance for Buildings and Construction, l’edilizia tradizionale è responsabile del 39% delle emissioni di CO2 a livello globale, utilizza il 36% dell’intero consumo energetico globale, il 50% delle estrazioni di materie prime e un terzo dell’acqua potabile.

La canapa, al contrario, dà vita all’unico sistema costruttivo carbon negative, che toglie cioè più CO2 dall’ambiente di quella che viene prodotta durante tutto il processo, dalla crescita delle piante al loro utilizzo nelle abitazioni. In più, grazie alle sue proprietà, permette di realizzare abitazioni confortevoli con enorme risparmio energetico, vista la capacità di mantenere il calore d’inverno e il fresco in estate. E questo è solo uno degli ambiti industriali in cui potrebbe essere utilizzata. Pensiamo a come potremmo cambiare le dinamiche attuali se, invece della plastica derivata dal petrolio – secondo diverse stime servono in media 2 chilogrammi di greggio per ottenere un chilogrammo di plastica Pet, che ci mette circa 450 anni a degradarsi – iniziassimo a utilizzare bioplastica ottenuta dalla canapa, che mantiene le stesse proprietà, ma si biodegrada nell’ambiente. Non è un’utopia: sono diversi i progetti attuali che spingono in questa direzione, a partire da un semplice dato: si stima che ogni anno finiscano nelle acque marine dai 4,8 ai 12,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, che vengono ingeriti dai pesci, così come da noi esseri umani.  

Legno di canapa per salvare le foreste

Raccolta di canapa per la bioedilizia: un materiale che assorbe CO2 invece di produrla, rivoluzionando il modo di costruire

Al contrario del petrolio e delle risorse minerarie al posto delle quali potrebbe essere utilizzata, la canapa è una risorsa pressoché inesauribile, che impiega pochi mesi per crescere, invece dei decenni che impiega una foresta. Se oggi abbiamo raso al suolo la maggior parte delle foreste primarie per ottenere carta e legno, non significa che non ci siano altre soluzioni. Lo sanno bene negli Stati Uniti, dove è nata Hempwood, la prima azienda che utilizza canapa per produrre legno per mobili e pavimenti, risparmiando le sequoie millenarie che venivano precedentemente utilizzate. Un esempio seguito dalla Polonia, dove è nata di recente un’azienda, Green Lanes, che fa la stessa cosa, puntando sulla sostenibilità ambientale. Andando oltre, bisogna sottolineare che gli effetti immediati della filiera della canapa sono molteplici: tra questi spiccano la riduzione dell’uso di pesticidi, fitofarmaci e diserbanti, la riduzione del consumo idrico in agricoltura e la riqualificazione dei terreni. Coltivando canapa si mettono in moto diversi processi migliorativi della qualità del suolo, grazie all’azione delle radici che penetrano a fondo nel terreno. Una prima azione è quella di arieggiarli, favorendo la circolazione di ossigeno e nutrienti, lasciando il terreno più soffice e fertile. Inoltre, essendo meno compatto, aumentano drenaggio e ritenzione idrica e i residui vegetali della pianta arricchiscono il terreno di sostanze organiche, portando vantaggi alle future colture (cereali, orticole, leguminose) in termini di resa e qualità. Ma non è tutto, perché coltivando canapa si attiva anche il processo di fitorimediazione

La fitorimediazionone del suolo

Era l’8 settembre del 1992 quando la giornalista Emily Bernstein scrisse sul New York Times un pezzo titolato Scientist using plants to clean up metals in contaminated soil, dando conto del fatto che il dottor Scott Cunningham, ricercatore per la DuPont, iniziò a utilizzare canapa e ambrosia per ripulire la zona accanto al fiume Delaware dove la compagnia produceva più di 750 sostanze chimiche. Nello stesso periodo a Chernobyl, a pochi anni dal disastro nucleare, la canapa venne utilizzata nel tentativo di ripulire i terreni contaminati dai metalli pesanti. Ilya Raskin, una scienziata membro del team, coniò il termine fitorimediazione, mentre Vyacheslav Dushenkov, altro membro del team di ricercatori della società Phytotec, spiegò che «la canapa si sta dimostrando come una delle migliori piante fitorimediative che siamo stati in grado di trovare». Negli anni la ricerca ha confermato le potenzialità della canapa. Già nel 2002, uno studio tedesco evidenziava che le foglie accumulavano le maggiori concentrazioni di metalli pesanti, senza però comprometterne la fibra, destinata a usi industriali o energetici. Un decennio dopo, ricercatori cinesi dimostrarono l’efficacia della canapa nell’assorbire cadmio, individuando sette varietà particolarmente promettenti per bonifiche ambientali e produzione di biodiesel. Nel 2014 uno studio scientifico curato da ricercatori indiani la inserì tra le specie più adatte all’iper-accumulo di arsenico, piombo, mercurio, rame, cromo e nichel. L’anno successivo, un team pakistano identificò geni legati alla tolleranza ai metalli pesanti, con l’obiettivo di sviluppare varietà sempre più performanti. Se l’uso alimentare è escluso per motivi di sicurezza, restano invece aperti scenari importanti in bioedilizia, tessile ed energia: una prospettiva in cui la canapa non solo ripulisce l’ambiente, ma genera anche risorse utili e sostenibili.

Le ricerche italiane 

Due progetti italiani di bioedilizia in canapa, realizzati in Puglia.

Anche in Italia la ricerca ha sondato, con successo, questa incredibile possibilità. Il progetto BIO SP.HE.RE (Bio Integrated Spirulina and HEmp REmediation), cofinanziato dalla Regione Puglia e durato 22 mesi, ha verificato l’efficacia dell’uso combinato di microalghe e canapa per il risanamento di suoli e acque contaminati da metalli pesanti. I test hanno mostrato che il mix algale favorisce la crescita della canapa in ambienti inquinati e ne potenzia la capacità di assorbire cadmio, nichel e zinco, accelerando il processo di fitorisanamento. Secondo Vito Gallo, professore di Chimica presso il Politecnico di Bari e coordinatore del progetto, la canapa coltivata in contesti di fitodepurazione potrebbe avere due principali applicazioni. La prima riguarda la bioedilizia: grazie alla capacità della pianta di diluire i metalli pesanti nella biomassa, il materiale risulta gestibile con rischi limitati o nulli per la salute, a patto che vengano stabiliti livelli di concentrazione accettabili. La seconda è in campo energetico: la biomassa potrebbe essere destinata alla produzione di energia tramite combustione, con la possibilità di raccogliere in modo controllato le ceneri arricchite di metalli e reinserirle in un nuovo ciclo di vita.

Nel gennaio 2022 è iniziata una collaborazione tra Coldiretti Matera ed ENEA-Terin per valorizzare la canapa sia come biomassa per l’edilizia, sia per il recupero di terreni contaminati. Lo studio preliminare ha rilevato tracce di mercurio nel SIN Valbasento, mentre la parte successiva della ricerca si concentrerà nel testare ceppi microbici selezionati per potenziare l’efficacia della fitodepurazione, soprattutto contro contaminanti assorbiti più lentamente dalle piante. Nel frattempo i ricercatori, a livello internazionale, stanno esplorando la fattibilità dell’utilizzo della canapa per bonificare il suolo contaminato da PFAS. Si tratta di una grande famiglia di composti chimici di sintesi, usati dagli anni ’50 in tanti prodotti industriali e di consumo perché resistenti all’acqua, ai grassi e al calore (ad esempio in padelle antiaderenti, imballaggi alimentari, tessuti impermeabili, schiume antincendio). Il problema è che sono chiamati anche “inquinanti eterni”: non si degradano nell’ambiente, si accumulano nei suoli, nelle acque e nell’organismo umano, e sono associati a diversi rischi per la salute (disturbi ormonali, immunitari e aumento del rischio di diverse patologie). Nel 2023 i ricercatori della Northern Michigan University hanno condotto una ricerca con la speranza che la canapa non solo attiri i PFAS dal terreno, ma che sia in grado di degradarli, a differenza dei metodi di bonifica tipici e più costosi che utilizzano carbone attivo granulare o osmosi inversa.

il complesso di appartamenti in canapa più grande d’Italia

Dai risultati preliminari si è visto che la canapa è in grado di prelevarli dall’ambiente e stoccarli. Un’altra ricerca più recente, pubblicata su Environmental Science: Advances, ha dimostrato che la canapa può estrarre efficacemente metalli pesanti e PFAS dal suolo, offrendo una soluzione green ed economica per la decontaminazione ambientale. Lo studio condotto in Maine (USA), in collaborazione con la comunità Mi’kmaq, ha analizzato 28 PFAS nel terreno: la canapa ha assorbito 10 di essi, eliminando circa l’1–2% del totale presente nel sito, con un picco di 1,4 mg prelevato nelle piante. La fase successiva all’estrazione prevede il trattamento delle foglie e steli contaminati tramite la hydrothermal liquefaction (HTL), che degrada quasi completamente i PFAS carbossilici, abbattendo la tossicità residua. 

Insomma, la canapa, una delle non molte piante a essere state messe fuori legge nella storia dell’umanità, si può prendere una doppia rivincita: non solo torna a occupare pian piano il posto che merita nei nostri campi, ma in molti casi lo fa per riparare i danni di un’industria scellerata, che in nome di lavoro e produttività ha creduto di poter calpestare l’ambiente e la salute umana. 

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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3 Commenti

  1. La canapa è come il maiale: si utilizza nella sua interezza. Le radici che assorbono i metalli pesanti, il fusto per produrre materiali per la bioedilizia, i semi con elevate caratteristiche nutraceutiche, le foglie per i cannabinoli ed i cannabidioli. Troppo per il mediocre QI del politico italico.

  2. Se la scienza dimostra che qualcosa è necessario per la salute del Pianeta, è necessariamente quello, che gli schifosi fascisti al governo mandateci dai soldi usa, hanno proibito perché sono il male assoluto e non possono che fare il male.

  3. Articolo molto chiaro. La campagna di criminalizzazione della canapa comincio’ un secolo fa quando le industrie del petrolio e dell’acciaio considerarono questa pianta come concorrente della nascente industria dell’auto. Proprio perché era possibile sia creare con essa carrozzerie per le auto che produrre l’energia necessaria per il loro movimento. La campagna iniziata negli USA venne poi esportata verso gli Stati vinti dopo la guerra, fino ad arrivare a Salvini, ultimo alfiere della campagna di criminalizzazione della marijuana.

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