Nel Sudest asiatico, i monsoni se ne sono andati in silenzio. Anche a Phnom Penh, capitale della Cambogia, l’aria è satura di polvere, clacson e incenso. Ai crocevia del centro, tuktuk e motociclette si incastrano con quella grazia caotica che solo in Asia ha un senso. Sembra una danza: si sfiorano, si evitano, si fondono — come le ballerine d’Apsara, che volteggiavano ipnotiche nei templi dell’Impero di Angkor.
Il mezzo si arresta e il portellone si apre: di fronte ai miei occhi una ferrea cancellata insulsa. Scolorita dal sole e dalla storia. Nulla che possa lasciar intuire l’orrore. S...
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