mercoledì 21 Gennaio 2026

Oltre il caso Leoncavallo: il crimine è occupare o una città senza spazi sociali?

Nella storia dello sgombero del Leoncavallo, c’è chi vede solo un’irregolarità urbanistica, riducendo tutto a una questione di legalità. Ma le occupazioni – dal Leoncavallo agli spazi sociali di mezza Europa – non sono mai state soltanto muri sottratti al mercato: sono state, e sono, laboratori politici, culturali e sociali. Se guardiamo soltanto al codice civile perdiamo di vista ciò che è accaduto dentro quelle mura: generazioni che hanno lottato per un’altra città, un’altra società, un altro modo di stare insieme. Ogni stagione ha avuto i suoi spazi “liberati”: fabbriche dismesse, caserme abbandonate, palazzi fino a prima lasciati al degrado. Gli occupanti li hanno trasformati in centri sociali, abitazioni, officine culturali, “piazze” politiche.

Il “caso” Leoncavallo

Il 21 agosto 2025 è stato sgomberato definitivamente il Leoncavallo

Il Leoncavallo è il più noto, ma non l’unico: ridurlo a un semplice “reato” è ignorare la storia di movimenti di resistenza e partecipazione di comunità che scelgono di infrangere una norma per affermare un diritto: quello a una realtà differente; significa dimenticare che il diritto non è un monolite imposto ai cittadini, ma un insieme di regole che ci permettono di convivere tutti insieme, che si evolve secondo le consuetudini. La storia insegna che molte conquiste sociali sono nate da pratiche che, al loro tempo, erano considerate illegali: dalle lotte sindacali agli scioperi, dalle manifestazioni non autorizzate fino all’obiezione di coscienza. Le occupazioni urbane si inseriscono in questo solco: atti di disobbedienza civile che vogliono denunciare contraddizioni profonde, come l’esistenza di interi quartieri lasciati al degrado mentre il costo della vita e degli affitti, in altre zone, cresce senza sosta, o l’inesistenza di spazi dove poter stare insieme senza pagare biglietti d’ingresso esorbitanti.

Il Leoncavallo non è stato un crimine: è stato una sfida, scomoda, alla città del profitto e dei palazzinari per eccellenza, con un sistema appena deflagrato in un’inchiesta iniziata di recente. Un luogo in cui la politica non passava solo dai comizi o dalle sedi di partito, ma dall’autogestione quotidiana, dalla costruzione di reti solidali, dalla produzione culturale libera e accessibile. Concerti, mostre, assemblee, dibattiti, cucine popolari, sportelli legali, attività sociali: dietro la definizione burocratica di «spazio occupato» c’è stata una città parallela che ha prodotto cultura e politica fuori dai palazzi del potere.

Uscire dalle logiche commerciali

L’Italia non è un caso isolato. Dai prodromi parigini di inizio secolo per arrivare alla Berlino degli squat degli anni ’70, all’Amsterdam delle case occupate, fino ai social centres inglesi e agli spazi liberati di Barcellona, le occupazioni hanno rappresentato un modo di praticare politica dal basso. A volte con continuità, come nei centri sociali italiani; altre volte in forma effimera, come nei free party – leggi rave -yt6 nelle Temporary Autonomous Zones teorizzate da Hakim Bey: luoghi e momenti che, anche solo per una notte, sottraggono uno spazio al controllo dello Stato per restituirlo a una comunità libera, fuori dalle logiche commerciali.

E forse è questo il vero “crimine” che non può essere perdonato: quello di uscire dalla mercificazione continua che viviamo tutti e che ha trasformato le persone in consumatori, favorendo la condivisione invece che la competizione che il sistema impone. C’è un filo che unisce il Leoncavallo e una festa in un capannone dismesso: l’idea che lo spazio urbano non sia solo una merce da comprare e vendere, ma un bene comune da vivere e reinventare. In questo senso, ogni occupazione è un atto politico che rimette al centro le persone, le relazioni, la possibilità di pensare e praticare un’altra forma di convivenza. Non è un caso che siano spazi osteggiati: perché ricordano che l’ordine stabilito non è l’unico possibile.

Dai Diggers alle moderne occupazioni

L’occupazione di spazi e terreni, pubblici o privati, accompagna la storia dell’uomo da secoli. Ma la parola squat compare per la prima volta nell’Inghilterra del Seicento: era il termine usato per descrivere i contadini del movimento dei Diggers che, guidati da Gerrard Winstanley, decisero di riprendersi la terra senza alcun permesso. La prima azione nota si svolse a Londra il 1° aprile 1649, un gesto che segnò l’inizio simbolico di una lunga storia. Più tardi, nell’Ottocento, la parola squatter avrebbe assunto un altro significato, quello dei coloni britannici che in Australia occupavano le terre libere senza avere alcun diritto formale.

Ritratto di Georges Cochon

L’idea di usare le occupazioni a scopo abitativo si sviluppò poi nei primi decenni del Novecento, soprattutto in Francia. Nel 1911 l’anarchico parigino Georges Cochon, tappezziere di professione e anarchico per vocazione, divenne segretario dell’Unione Sindacale dei Locatieri nata in risposta alla creazione di un’associazione di proprietari terrieri. Nello stesso anno, in un clima sempre più teso, fu sfrattato da casa proprio da uno dei proprietari terrieri con cui era in lotta. In un crescendo di azioni sempre più pittoresche ed eclatanti, iniziò a guidare le prime occupazioni di massa di edifici e la costruzione di prefabbricati insegnando alle persone a farlo nel minor tempo possibile. Con questa tecnica il sindacato guidato da Cochom – definito da alcuni come il nonno dello squatting – occupò diversi luoghi simbolici come il cortile della Camera dei deputati, una caserma e una prefettura. Le loro azioni furono celebrate dalla stampa libertaria e dai cantautori dell’epoca trasformandoli in figure popolari.

Europa e Italia

Negli anni Sessanta il fenomeno divenne un vero movimento, diffuso in tutta Europa. Le sue radici, però, erano già chiare: la Francia e soprattutto l’Olanda avevano mostrato per prime come l’occupazione potesse diventare un atto collettivo e organizzato. Nei Paesi Bassi, addirittura, per decenni la legge aveva riconosciuto il diritto di insediarsi in un edificio abbandonato da almeno un anno. Nel 2010 però le pressioni del mercato immobiliare spinsero il governo a emanare una legge criminalizzando la pratica.
In Italia il fenomeno prese forma all’inizio degli anni Settanta. A Milano, alcune famiglie vicine agli ambienti anarchici iniziarono ad occupare case vuote e palazzi abbandonati in risposta alla mancanza di alloggi. Nello stesso periodo le occupazioni si estesero ad altri luoghi simbolici: scuole, università e soprattutto fabbriche. In questi spazi si sperimentarono forme di autogestione innovative, che, in quegli anni di rivolta, segnarono la crescita politica e culturale di un’intera generazione.

Free party avvenuto all’interno della diga abbandonata di San Pier in Val d’Orcia (2015)

Anche da queste prime esperienze nacquero i cosiddetti Centri Sociali Occupati Autogestiti (C.S.O.A.), che in pochi anni si moltiplicarono in tutta la penisola, diventando veri laboratori di partecipazione, creatività e controcultura. Negli anni ’90 invece con la diffusione della musica elettronica e della cultura dei free party si affermano le occupazioni temporanee. Uscendo dai circuiti commerciali del “divertimento” preconfezionato, si occupano capannoni abbandonati, spazi rurali, cave, boschi dando vita a feste gratuite dove quasi tutto è autoprodotto, dai muri di casse alla musica, passando per le scenografie. È a questo punto che l’Hakim Bey nominato prima – pseudonimo di Peter Lamborn Wilson – elabora il concetto di T.A.Z. (Temporary Autonomous Zone), zone effimere fuori dal controllo statale che restituiscono al rave la sua natura di atto politico, oltre che dionisiaco e rituale. Per fotografare l’attuale situazione in Italia basti ricordare che negli ultimi mesi abbiamo assistito alla legge anti-rave, alla sentenza del consiglio di Stato contro i Mutoid a Santarcangelo di Romagna – perfettamente integrati nella comunità da 35 anni – alla compressione dei diritti prevista dal decreto Sicurezza e allo sgombero del Leoncavallo dopo 50 anni di attività. Un governo che vuole soffocare con questa veemenza le diversità e il dissenso, abdica al suo ruolo di “governare” per abbandonarsi agli istinti più repressivi e reazionari.

Oggi lo sgombero del Leoncavallo viene celebrato da molti come un ritorno alla normalità. Ma di quale normalità parliamo? Quella dei capannoni abbandonati, delle periferie dimenticate, dei giovani senza spazi e senza diritti? Quella di studenti che “nella città più europea d’Italia” non trovano nemmeno più una stanza in affitto o di famiglie con due redditi che non riescono ad arrivare alla fine del mese prorio grazie ad affitti e mutui fuori controllo? Forse dovremmo capovolgere la prospettiva: se dopo quarant’anni il Leoncavallo è ancora percepito come un’anomalia, significa che la sua forza politica non è mai venuta meno. E che il vero problema non sono le occupazioni, ma l’incapacità della politica istituzionale di dare risposte a chi chiede spazi, diritti e possibilità.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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5 Commenti

  1. Una cosa e’ l’occupazione di strutture pubbliche dismesse e lasciate al degrado e non destinate ad assegnazione individuale (vedi case popolari), altro e’ occupare strutture PRIVATE: che io come proprietario posso decidere se restaurare o lasciare in abbandono, in quanto proprieta’ privata, e che quindi nessuno deve arrogarsi il diritto ci occupare ed utilizzare come crede. Se si deroga a questo principio allora aboliamo la proprieta’ privata, inneggiamo all’occupazione violenta e arbitraria, trasformiamo la famiglia in una cellula della comunita’ e quindi come tale non dotata di identita’ ed autonomia decisionale, e infine togliamo all’individuo e alla sua individualita’ ogni ragion d’esser se non come ingranaggio “sociale”: e’ dopotutto cio’ che vuole il marxismo-anarchismo istituzionale-cristianesimo cattolico… In altre parole dobbiamo capire qual tipo di societa’ stiamo difendendo: credo che molti del Leoncavallo vogliano quest’ultimo modello: attrezziamoci di conseguenza e soprattutto COERENZA, accettando cioe’ ogni conseguenza ultima della strada che si intraprende..

  2. Sono d’accordo con tutto quello che avete scritto ma abitando vicino al Leoncavallo non posso che essere contento solo di una cosa. La fine del rumore e la quiete. Dormire qui era diventato davvero complicato ed è la classica cosa che fa cadere tutto il castello perché è attaccabile. Mostra il dissenso e l’utilizzo di spazi abbandonati in modo, se non legale, rispettoso. Confondiamo spesso la differenza tra rispetto e legalità. Sono due cose diverse che possono anche non coesistere. Ma il primo non deve mai mancare (anche se per me anche il secondo). Socialmente mi dispiace della chiusura del Leoncavallo ma obiettivamente abitando vicino non posso che esserne soddisfatto e finalmente contento.

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