mercoledì 1 Aprile 2026

Il disastro della nazionale italiana di calcio viene da lontano

Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi. La frase più celebre del Gattopardo ben descrive il disastro della nazionale italiana di calcio, per certi versi specchio del Paese che rappresenta. Un disastro che nel merito ha poco a che fare coi due tiri sbagliati ieri nella lotteria dei rigori, ma ha piuttosto radici lontane, ben salde in un terreno colmo di personalismi, scandali e riforme mancate. Anche e soprattutto in risposta agli scarsi risultati internazionali, a partire dall’eliminazione ai gironi ai Mondiali del 2010, bissata quattro anni dopo. Da quel momento l’Italia, alla massima competizione calcistica, non c’è più nemmeno arrivata, mancando la qualificazione per due volte di fila. Tre, aggiungendo l’eliminazione di ieri sera contro la Bosnia. Chissà se sarà la volta buona per la tanto agognata rifondazione del sistema calcistico italiano.

Chi dopo la debacle di Zenica si aspettava una sostanziale ammissione di responsabilità, con dimissioni corali, da parte dei vertici della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) è rimasto deluso. «Capisco la richiesta di dimissioni — dice Gabriele Gravina, presidente della FIGC dal 2018, in conferenza stampa — ma le valutazioni spettano di diritto al Consiglio Federale della prossima settimana». C’è spazio anche per una frecciatina poco velata alla Lega di Matteo Salvini, che pochi minuti dopo il fischio finale di Bosnia-Italia aveva scritto: «ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina». Quest’ultimo, di tutta risposta, ha parlato di «un momento di grande crisi» vissuto dal calcio italiano, «che richiede una riflessione» non soltanto alla Federazione «ma anche alla politica, che si prodiga e accelera solo per richiedere le dimissioni». Insomma, è andato in scena il classico scaricabarile accompagnato dal valzer delle accuse: una prerogativa tutta italiana che permea anche il mondo calcistico.

Nel continuare la sua invettiva politica, Gravina dice di essere stato inascoltato sui provvedimenti chiesti «per sostenere la crescita del sistema italiano». Ciò che però dimentica il presidente della FIGC è di avere uno strumento, quello delle dimissioni, con il quale si possono inviare dei messaggi inequivocabili. Lo sa bene l’icona del calcio italiano Roberto Baggio che, dopo la disfatta ai Mondiali in Sudafrica, venne nominato dalla FIGC presidente del settore tecnico. Nel 2011 Baggio produsse, insieme a decine di collaboratori, un documento di quasi mille pagine, attraverso il quale rifondare il sistema calcistico del nostro Paese. Presentato al Consiglio Federale, il progetto venne liquidato in un quarto d’ora, con la promessa di uno stanziamento di dieci milioni di euro per la sua attuazione. Parole rivelatesi vuote, a cui Baggio ha risposto con le dimissioni, lasciando l’incarico.

Roberto Baggio, ex calciatore e Pallone d’Oro 1993.

A rivedere oggi quel progetto si ha la sensazione di ritrovarsi al cospetto di una profezia rimasta inascoltata. Cinque anni dopo Calciopoli, lo scandalo delle partite truccate messo velocemente sotto il tappeto dalla vittoria ai Mondiali del 2006, Baggio tirò fuori un piano per liberare il sistema calcistico da corruzione e logiche clientelari, premiando competenze e passione. L’idea era quella di un calcio virtuoso, aderente per davvero ai valori che si vantava di trasmettere: solidarietà, gioco di squadra, altruismo. Si doveva partire dagli allenatori, non più tecnici improvvisati ma maestri, preparati dal punto di vista pedagogico oltre che tecnico. L’ossessione tutta italiana per la fisicità — la stessa che continua oggi a escludere i giovani dai vivai — andava messa da parte, a vantaggio di competenze tecniche, creatività e coltivazione del talento. I ragazzi andavano cercati e monitorati attraverso un database nazionale, diffuso su cento distretti, forniti di strutture, servizi e personale. Un progetto che nel suo complesso avrebbe colpito i giochi di potere che ruotano intorno ai giovani calciatori, tra raccomandazioni, corse agli sponsor e megalomania dei procuratori.

Soltanto l’anno scorso aveva fatto scalpore l’inchiesta realizzata dalle Iene, riguardante il giro di affari per giocare in Serie C. Secondo questo scouting a pagamento “basterebbero” 30mila euro per diventare un calciatore professionista in una competizione, la Lega Pro, segnata da fallimenti sistemici e scarsità di infrastrutture, esasperando una condizione diffusa. C’è poi un giro parallelo, questa volta legale, introdotto dalla FIGC con la cosiddetta riforma Zola. Si tratta di incentivi economici ai club che impiegano i ragazzi del settore giovanile. Al di là degli scopi nobili, relativi a un maggiore impiego dei giovani, la realtà sul campo dice altro e vede i ragazzi come galline dalle uova d’oro piuttosto che perni centrali di un progetto.

«Dalla stagione sportiva 2025-26 le premialità per l’impiego dei giovani provenienti dal settore giovanile arriveranno sino al 400%, il doppio rispetto a quanto già previsto per il campionato in corso», scrive entusiasta la Lega Pro. I club finiscono così per costruire le rose in base a quanti bonus possono ottenere, anche sacrificando il talento, meno remunerativo a breve termine: un ragazzo più giovane sarà tendenzialmente preferito a un compagno di squadra più grande, dal momento che i premi dipendono dall’età, oltre che dal minutaggio. Alla luce di ciò, gli allenatori sono costretti dalle necessità economiche delle società a turnover fittizi, che puntano non tanto a far crescere i ragazzi quanto piuttosto a incassare i soldi della Federazione. Meccanismi simili per l’impiego dei giovani sono da anni in vigore anche nelle Leghe minori, come la Serie D. In questo sistema assumono spazio e potere gli sponsor e i procuratori, veri protagonisti del calcio moderno.

La questione non diventa tanto il talento in sé — migliorabile comunque in termini qualitativi e quantitativi attraverso investimenti su vivai e infrastrutture — e lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana nelle competizioni Under. Nel 2023 l’Italia U19 ha vinto gli europei e l’anno dopo la selezione U17 ha fatto lo stesso, conquistando anche un terzo posto ai mondiali. Il problema principale, come visto, si palesa successivamente, quando questi giovani devono fare il loro debutto nel calcio professionistico, avere continuità e centralità nel progetto, come avviene negli altri grandi Paesi europei, Spagna su tutti. La crescita diventa utopia se i ragazzi vengono scavalcati da logiche clientelari e di profitto, le stesse che hanno ad esempio guidato la riforma dei calendari (spezzatino) a vantaggio delle paytv.

Emerge un sistema elitario, poco aperto alle istanze della base, che inevitabilmente fa scemare la passione per il calcio. In nome del profitto si sono create delle competizioni non solo contro gli interessi dei giovani ma anche contro quelli dei tifosi, veri proprietari di questo e di tutti gli sport. Piuttosto che concentrarsi sulla rifondazione di un sistema obsoleto e sofferente, superando una volta per tutte gli interessi particolaristici, la classe politica e le autorità calcistiche hanno dedicato tempo ed energie per reprimere chi invece tentava di tutelare l’essenza sociale e popolare del calcio, anche mettendo in crisi le logiche attuali. D’altronde si sa, perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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