Lo squalo toro è uno degli animali più temuti al mondo. Un predatore dall’occhio piatto, mascella larga e la fama di “macchina da guerra” biologica. Eppure, se poteste immergervi nella Shark Reef Marine Reserve alle Fiji e osservare l’esemplare che i ricercatori chiamano affettuosamente Chunky, lo vedreste nuotare fianco a fianco con Lady Lazarus: stessa andatura, stessa direzione, la stessa ostinata vicinanza di due vecchi compagni che passeggiano insieme da anni. Non lo fanno a caso, ma perché sono legati da qualcosa che noi considereremmo come un’amicizia.
Uno studio pubblicato il 17 marzo sulla rivista Animal Behaviour da un team dell’Università di Exeter, Lancaster, del Fiji Shark Lab e di Beqa Adventure Divers ha rovesciato uno dei luoghi comuni più duri a morire della zoologia popolare: gli squali toro non sono predatori solitari. Hanno preferenze sociali attive, scelgono i propri compagni, evitano certi individui e ne cercano altri, esattamente come facciamo noi umani.
La ricerca è frutto di sei anni di osservazioni su 184 esemplari, condotte in 473 immersioni per oltre 8mila minuti totali. I ricercatori hanno analizzato due comportamenti specifici: il nuoto parallelo – due squali che procedono affiancati entro una lunghezza corporea – e il cosiddetto lead-follow, in cui un esemplare segue deliberatamente un altro. Non si tratta di aggregazione attorno a una fonte di cibo, come fanno gli uccelli marini sopra un banco di pesci o gli gnu intorno a un fiume. Qui c’è qualcosa di diverso: una scelta.
«Come esseri umani coltiviamo una gamma di relazioni sociali, dai semplici conoscenti ai migliori amici, ma evitiamo anche certe persone», dice Natasha D. Marosi, ricercatrice di Exeter e fondatrice del Fiji Shark Lab, che ha guidato lo studio. «Questi squali toro fanno cose simili».

La struttura sociale che emerge dai dati è sorprendentemente articolata. Gli adulti formano il nucleo della rete, stringendo legami preferenzialmente con individui di dimensioni simili alle proprie. I maschi – fisicamente più piccoli delle femmine in questa specie – tendono ad avere un numero maggiore di connessioni sociali: una strategia, secondo i ricercatori, per proteggersi da confronti fisici con individui più grandi restando integrati nella comunità. E poi ci sono gli anziani, i cosiddetti advanced adult, gli squali post-riproduttivi: loro si tengono ai margini. Hanno già visto tutto, sanno come cacciare, come riprodursi, come sopravvivere. Non hanno più bisogno di nessuno. «Questi individui anziani hanno anni di esperienza», spiega Marosi. «La socialità non è più così essenziale alla loro sopravvivenza».
Vale la pena fermarsi su quello che questa storia ci dice di noi, e non solo degli squali. In un anno medio, gli esseri umani uccidono decine di milioni di squali. Loro, invece, feriscono circa 70 persone in tutto il mondo, e nella maggior parte dei casi si tratta di morsi confusi, errori di identificazione in acque torbide, non di attacchi predatori. La probabilità statistica di essere uccisi da uno squalo è di 1 su 4.332.817. Il terrore che ci ispirano è una storia che ci raccontiamo, alimentata da un film del 1975 e da decenni di titoli a effetto. Nel frattempo, loro nuotano in coppia nelle acque calde del Pacifico, imparano dai più anziani, scelgono i propri amici.
«Contrariamente alle percezioni comuni», conclude il professor Darren Croft del Centre for Research in Animal Behaviour di Exeter, «il nostro studio mostra che gli squali toro hanno una vita sociale relativamente ricca e complessa. Probabilmente traggono benefici dall’essere sociali, trovare cibo, potenziali compagni, evitare confronti. Stiamo solo iniziando a capire davvero la loro vita».
Chunky e Lady Lazarus non lo sanno, naturalmente. Nuotano e basta, fianco a fianco, nel blu profondo della riserva marina. Ma forse è proprio questa l’informazione più sorprendente che la scienza ci ha restituito: che nell’animale che più abbiamo trasformato in simbolo di solitudine e brutalità, c’è qualcuno che sceglie di non nuotare da solo.




