mercoledì 25 Marzo 2026

Dal 7 ottobre l’Italia avrebbe inviato 416 spedizioni a uso militari verso Israele

I Giovani Palestinesi in Italia hanno pubblicato un dossier di oltre 60 pagine per denunciare il coinvolgimento italiano nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele. Il documento, compilato in collaborazione con diverse altre associazioni, verrà presentato il prossimo 29 marzo a Roma ed evidenzia che – dopo l’escalation del 7 ottobre 2023 – l’Italia avrebbe inviato a Israele 416 spedizioni contenenti apparecchiatura tecnologica, componenti per aerei, e strumentazione a uso militare, oltre a centinaia di migliaia di tonnellate di carburante. Tra i vari, sono compresi oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici da Leonardo, la maggiore industria bellica italiana, tra cui anche spedizioni alle linee di produzione di aerei impiegati nei bombardamenti a Gaza. Alla luce di tale ricerca, le associazioni chiedono all’Italia di imporre un embargo totale sull’invio di armi a Israele e di rescindere gli accordi che ne regolamentano le esportazioni, nel rispetto degli obblighi internazionali del Paese.

«Nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa». Sono queste le parole con cui i Giovani Palestinesi esordiscono nel loro nuovo rapporto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Israele. Secondo il resoconto, il meccanismo che soggiace al commercio tra Roma e Tel Aviv seguirebbe principalmente tre canali: il primo è un canale diretto, di trasferimento dalle infrastrutture aeroportuali e portuali italiane a quelle israeliane; il secondo è un canale indiretto, che passa da Paesi terzi; l’ultimo, invece, «consiste in importazioni italiane e relazioni industriali più ampie con aziende militari israeliane». Il documento si concentra sul primo di questi tre.

Il rapporto individua un totale di 416 spedizioni di materiali tecnologici, componenti per aerei, e strumentazione a doppio uso civile e militare o a uso militare esclusivo. In lista, compaiono materiali ottici avanzati, strumentazione per la protezione elettronica e anti-interferenza, materiali per la sorveglianza, ma anche scatole di munizioni e giubbotti antiproiettile. Tra le varie attrezzature anche unità necessarie allo sviluppo di velivoli senza pilota – e, dalla Lombardia, un velivolo integrale – così come componenti per aerei militari utilizzati durante i bombardamenti a Gaza, come gli F-15 di Elbit Systems. I materiali più individuabili come apparecchiatura a doppio uso civile e militare – quali cavi, luci e fanali, sono stati spesso inviati ad aziende attive nel campo bellico, come la stessa Elbit Systems e i suoi distaccamenti.

Alle spedizioni militari si aggiunge l’invio di oltre 224 chilotonnellate di carburante, necessario per le operazioni militari israeliane a Gaza. «Le infrastrutture per il carburante e l’energia sono anche parte integrante del progetto delle colonie, poiché la rete elettrica israeliana integra direttamente gli insediamenti illegali e non li distingue dalle infrastrutture all’interno della Linea Verde», si legge nel rapporto. Ad alimentare i dubbi, arriva il fatto che le spedizioni registrate sono state catalogate come «clandestine»: in diverse occasioni, le navi partite dall’Italia hanno disattivato i propri localizzatori, finendo per celare la loro destinazione verso Israele. Per ciascuna di queste spedizioni, il noleggiatore era indicato come Oil Refineries Ltd, affiliata al Gruppo Bazan, il più grande conglomerato petrolifero israeliano che, solo nel 2023 ha prodotto 723 chilotonnellate di carburante per aerei militari. Alle spedizioni di petrolio si aggiungono quelle di diesel, necessario per alimentare tecnologie e mezzi militari israeliani, primi fra tutti i carri armati Merkala.

Le spedizioni prese in analisi coinvolgono i principali aeroporti e porti marittimi italiani, tra cui Roma Fiumicino e Milano Malpensacentrali per il commercio militare, ma anche Genova e Ravenna, così come i terminal carburanti di Taranto e della Baia di Santa Panagia; le spedizioni provengono e transitano dalle regioni di Liguria, Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. «La maggior parte delle spedizioni a carattere militare analizzate», scrive il rapporto, «passano per gli aeroporti, tuttavia anche i porti marittimi italiani svolgono un ruolo significativo». Tra le compagnie coinvolte, Mediterranean Shipping Company (MSC) e ZIM sul versante marittimo, e EL AL, ITA Airways e Challenge Air Cargo tra quelle aeree. I carichi «sono trasportati regolarmente su voli commerciali di linea (EL AL, ITA Airways, Lufthansa) e vettori cargo dedicati (Poste Air Cargo, Challenge Air Cargo)».

«I dati di questo dossier dimostrano in modo inconfutabile che il complesso militare industriale italiano è parte integrante del genocidio in corso a Gaza». Evidenziati – seppure in maniera parziale – i legami italiani con la macchina genocida israeliana, le associazioni chiedono alle istituzioni di: «imporre un embargo bilaterale totale sulle armi nei confronti di Israele»; annullare tutti i permessi di esportazione e gli accordi di assistenza tecnica attualmente attivi; sospendere la fornitura di petrolio greggio e gasolio impiegati dalla macchina bellica israeliana; «monitorare e fornire dati trasparenti per tutti i trasbordi e le esportazioni dual-use in transito dai porti e aeroporti italiani»; rescindere il memorandum militare Italia-Israele. Quest’ultimo dovrebbe venire rinnovato il prossimo aprile, e già l’anno scorso è stato oggetto di numerose contestazioni da parte della società civile.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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