Joseph E. Foreman, meglio noto come “Afroman”, è un rapper americano che non ha mai fatto mistero della sua passione per la marijuana. Divenuto famoso nel 2001 con il singolo Because I Got High ha raccontato del suo consumo di cannabis in tantissime canzoni facendone quasi un genere letterario. I Smoke Weed, Marijuana Music, Hit This Blunt With Me sono solo alcuni dei numerosi esempi della sua cifra poetica. Un continuo riferimento alle droghe, insomma. Atteggiamento che, col tempo, ha finito per attirare l’attenzione di alcuni soggetti poco raccomandabili. Quei soggetti poco raccomandabili sono la polizia degli Stati Uniti.
Premessa necessaria: i fatti riportati in questo articolo, per quanto assurdi, sono realmente accaduti e la loro veridicità è stata confermata da un procedimento giudiziario che si è appena concluso.
Agosto 2022. 7 agenti della polizia della contea di Adams, in Ohio, fanno irruzione nella casa di Afroman. Il mandato di perquisizione parla di sospetti di traffico di droga e, addirittura, sequestro di persona. L’irruzione non è pacifica. I poliziotti entrano con la forza, sfondano la porta e mettono la casa a soqquadro. Nelle immagini delle telecamere di sorveglianza, che diventeranno poi materiale pubblico, si vedono gli agenti aggirarsi per casa con fucili e pistole spianate in cerca di prove di reato. Tra queste, oltre alla droga, nel mandato si legge anche della “possibile presenza di donne incatenate nel seminterrato”. Seminterrato che, in realtà, non esisteva. Alla fine non trovano niente di tutto ciò. Se ne vanno portandosi via 2mila dollari in contanti e lasciando la casa danneggiata, con porta e cancello sfondati. La perquisizione non porterà ad alcun tipo di incriminazione. Afroman non era nemmeno presente durante il raid. In casa c’erano la moglie e i figli, di 10 e 12 anni, circondati da agenti armati.
È quello il momento in cui il genio artistico prende il sopravvento. «Mi sono chiesto, da uomo di colore in America, cosa potessi fare ai poliziotti che avevano sfondato la mia porta e rubato i miei soldi davanti ai miei figli – ha raccontato Afroman – E l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata di scrivere una canzone rap divertente su di loro». In realtà Afroman non si è limitato a un brano. Ha scritto un intero album.Pochi mesi dopo, nel gennaio 2023, esce Lemon Pound Cake, un disco di 14 brani in cui Afroman ricostruisce nei minimi dettagli il blitz dei poliziotti nella sua abitazione. Ma il rapper non si ferma qui, nei testi prende palesemente in giro gli agenti, trasformando ogni momento dell’irruzione in un episodio ridicolo. Il tutto corredato dalle immagini della videosorveglianza, che documentano l’incursione nei minimi dettagli e che vengono pubblicate su YouTube come se fossero videoclip. Il primo brano condiviso online ha un titolo piuttosto eloquente: Will You Help Me Repair My Door?
Nel video si vedono diversi episodi dell’irruzione. Porte e cancelli distrutti, movimenti sospetti di denaro, agenti impegnati a cercare improbabili “prove di rapimenti” tra i CD. Ma è un dettaglio apparentemente marginale a rubare la scena: uno sceriffo che osserva con curiosità una torta al limone appoggiata sul tavolo. Proprio quell’immagine diventerà il centro poetico di tutto il concept album, Lemon Pound Cake, in cui viene raccontato il momento in cui l’agente, arma in mano, sembra quasi tentato di prendere una fetta di torta per fare merenda. («They found no kidnapping victims, just some lemon pound cake»). Il risultato è talmente assurdo da essere degno della musica del miglior Frank Zappa. Non tanto per il semplice gusto del bizzarro ma per la capacità di trasformare il grottesco in una piccola, impeccabile beffa.
Nell’album Afroman inveisce per oltre un’ora contro gli agenti, attingendo a piene mani dal più classico vocabolario denigratorio del rap. Li prende di mira uno per uno, tra insulti, caricature e soprannomi, arrivando anche a ribattezzare l’intera Adams County come “Adam KKKounty” e a paragonare uno di loro a Peter Griffin. Il tutto però sempre senza perdere di vista il nodo centrale della vicenda: la prepotenza e la goffaggine con cui si sono presentati in casa sua cercando prove di reati che non esistevano. Inutile dire che i poliziotti non l’hanno presa bene. I 7 agenti hanno intentato causa contro il rapper accusandolo di diffamazione e chiedendo un risarcimento di 3,9 milioni di dollari per aver causato loro “imbarazzo e perdita di reputazione. Durante il processo, l’accusa ha affermato che Afroman «ha diffuso intenzionalmente e ripetutamente menzogne su internet per oltre tre anni e mezzo riguardo a questi sette coraggiosi vice sceriffi». Un agente ha testimoniato che le affermazioni contenute in un video riguardanti sua moglie gli avevano causato “un dolore immenso”. Alcuni di loro, in aula, sono scoppiati in lacrime.

Il team legale di Afroman, dal canto suo, ha smontato l’impianto accusatorio rivendicando, innanzitutto, la libertà di parola e poi sottolineando che quei video non erano verbali di polizia, ma satira. «Sono contenuti chiaramente comici – ha spiegato la difesa – in parte anche critica sociale, ma non fatti. E questo è evidente a chiunque». Del resto, la realtà da cui tutto nasceva era già abbastanza surreale di per sé. Lo stesso Afroman ha ribadito che il raid gli aveva lasciato in eredità danni concreti e parecchia amarezza. Una casa devastata, oggetti fuori posto e 400 dollari che alla fine sono magicamente spariti dai 2mila che gli erano stati sottratti e poi restituiti. La polizia ha giustificato il tutto con un “errore di conteggio” confermando ancora una volta la goffaggine dell’intera operazione. In aula, Afroman ha scelto di non arretrare di un millimetro, rivendicando il diritto di trasformare l’assurdo in racconto.

Alla fine il tribunale gli ha dato ragione. Il 19 marzo 2026 Joseph E. Foreman è stato assolto da tutte le accuse. Il giudice ha riconosciuto che i contenuti dei brani e i video pubblicati su YouTube erano frutto della legittima libertà di espressione dell’imputato. Inoltre ha specificato che gli agenti al momento della perquisizione agivano come pubblici ufficiali e che chi ricopre questo ruolo deve essere in grado di tollerare un più alto livello di critica, per quanto aspra e ridicolizzante. Nonostante l’assoluzione e il tempo passato a difendersi da accuse assurde, Afroman non ha ricevuto alcun risarcimento. Del resto, non aveva mai sporto denuncia. Di fronte alla rabbia e al senso di impotenza provocati dall’irruzione della polizia, aveva scelto di sfogare la sua frustrazione attraverso la musica. Anche i poliziotti, derisi dal rapper, avevano provato rabbia e frustrazione, e avevano reagito con l’unico modo che conoscono: la repressione. Questa volta però hanno fallito.

Dopo il verdetto, Afroman è uscito dal tribunale accolto dai suoi sostenitori, con i quali ha festeggiato la vittoria. Alla domanda sul perché abbia fatto tutto questo, ha risposto:«Per trasformare qualcosa di brutto in qualcosa di bello».
Una delle definizioni più limpide che si possano dare di “arte”. Assieme al titolo di questo articolo.




