Dopo quasi trent’anni di malattia e oltre un anno di attese burocratiche, Silvano ha potuto fare ciò che chiedeva da tempo: decidere in autonomia il momento della propria morte. Non è soltanto una vicenda personale: è il segno concreto che anche in Italia, seppur lentamente e tra molti ostacoli, il diritto all’autodeterminazione nel fine vita sta trovando applicazione.
Silvano, 56 anni, genovese, era affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni. È morto il 26 febbraio 2026, dopo essersi autosomministrato il farmaco per il fine vita, fornito dal Servizio sanitario nazionale insieme alla strumentazione necessaria. Si tratta del primo caso in Liguria e del dodicesimo in Italia.
La sua scelta è arrivata dopo oltre un anno di attese, richieste e ostacoli burocratici. L’Associazione Luca Coscioni ha spiegato che l’azienda sanitaria competente ha fornito farmaco e strumenti, occupandosi anche del posizionamento dell’accesso venoso; a vigilare sulla correttezza della procedura è stato il medico anestesista Mario Riccio. Silvano, ha riferito l’associazione, aveva accanto a sé la moglie e il figlio.
Sul piano giuridico, il caso si inserisce nel quadro aperto dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, che ha reso non punibile, in precise condizioni, l’aiuto al suicidio medicalmente assistito. Nel 2024 la stessa Corte ha ribadito che, in assenza di una legge organica, restano validi quei requisiti.
La buona notizia sta nel fatto che, sia pure tra ritardi e resistenze, un diritto riconosciuto abbia trovato finalmente applicazione concreta anche in Liguria. Per chi da anni chiede che il fine vita non sia affidato all’arbitrio geografico o alla disponibilità del singolo ufficio sanitario, il caso di Silvano segna un precedente. E ricorda che la civiltà di un Paese si misura anche da questo: dalla capacità di rispettare la volontà di chi chiede, lucidamente, di poter smettere di soffrire.




