martedì 10 Marzo 2026

Gli obiettivi di Israele e USA nella guerra in Iran

Da ormai 10 giorni, nel Golfo Persico è scoppiata una guerra provocata dall’azione militare israelo-statunitense contro l’Iran, che ha spinto la Repubblica Islamica a portare avanti azioni di ritorsione contro tutti gli avamposti statunitensi della regione. Nonostante il conflitto sia ormai entrato nella sua seconda settimana di vita, c’è una domanda che resta ancora senza riposta: quali sono gli obiettivi delle forze in gioco? Se Teheran punta a rimanere in piedi, Israele sembra volere indurre un cambio di regime nell’ottica del predominio regionale; chiamando in causa gli Stati Uniti, tuttavia, la risposta a tale quesito non pare così semplice, e le oscillanti dichiarazioni dei suoi vertici non aiutano a fugare i dubbi. Trump non ha ancora affrontato il tema in maniera diretta, contraddicendosi, piuttosto, in diverse occasioni, e diversi commentatori a stelle e strisce paiono ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

Il principale obiettivo israeliano: rovesciare il regime

Le autorità israeliane sono sempre state esplicite nel descrivere i loro obiettivi in questa nuova guerra nel Golfo Persico. Lo stesso giorno dell’attacco, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiarava: «Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno avviato un’operazione congiunta per rimuovere la minaccia esistenziale per Israele rappresentata dal regime degli ayatollah in Iran. Ve l’avevo detto: l’operazione continuerà finché sarà necessario; ci vorrà pazienza». Netanyahu ha fatto riferimento al programma nucleare iraniano, affermando che Israele non può permettere che la Repubblica Islamica sviluppi un arsenale atomico; tale preoccupazione, tuttavia, è stata più volte fugata dalla stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che ha sempre affermato che non vi fossero indizi che indicassero che Teheran stesse sviluppando una bomba nucleare, come fatto recentemente con lo scoppio di quest’ultimo conflitto. La presunta costruzione di un’arma atomica da parte di Teheran, insomma, sarebbe stata usata come un pretesto per attaccare.

Il giorno dopo i primi attacchi è stato lo stesso Netanyahu a dimostrare come l’eventuale bomba iraniana non c’entrasse con gli scopi per cui Israele ha fatto esplodere questa guerra, chiarendo cosa intende con “rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran”: «Creeremo le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano si liberi dalle catene della tirannia», ha detto Netanyahu. «E per questo motivo, vi ripeto: cittadini iraniani, non perdete questa opportunità». Lo scopo finale, insomma, è quello di decapitare il regime, inducendo il rovesciamento dall’interno di quello che risulta da sempre il nemico numero uno di Israele nella regione. Gli attacchi effettivamente arrivano a qualche mese dall’inizio di uno dei più ampi moti di protesta scoppiati in Iran negli ultimi anni; sorte a causa della crisi economica e della svalutazione della moneta locale, le proteste si sono presto allargate in un più ampio moto anti-regime.

La ricerca di un predominio regionale

Gli attacchi israelo-statunitensi non arrivano solo in un momento di tensione interna per l’Iran, ma dopo anni di tensioni geopolitiche in cui il cosiddetto “asse di resistenzadi Teheran è finito notevolmente ridimensionato: nonostante il cessate il fuoco siglato nel novembre del 2024, Israele non ha mai fermato gli attacchi contro le infrastrutture militari di Hezbollah, che nel frattempo ha visto crescere sempre più l’opposizione delle autorità centrali del Libano; con la caduta di Assad, la Siria ha cacciato le milizie vicine all’Iran presenti nel proprio territorio e Teheran ha perso il corridoio terrestre (quello che gli analisti definiscono “corridoio sciita” o “corridoio iraniano”) che la legava al Libano; i gruppi palestinesi hanno dovuto fronteggiare due anni di genocidio e in questo momento risultano destabilizzati da una Striscia di Gaza completamente rasa al suolo e oggetto di piani di ricostruzione mentre le operazioni israeliane di pulizia etnica e annessione in Cisgiordania continuano; Ansar Allah, la milizia yemenita meglio nota con il nome di Houthi, infine, è alle prese con i rinnovati scontri con le altre fazioni interne al Paese, scoppiati dopo un conflitto con Europa e Stati Uniti per il controllo del Mar Rosso.

Va infine rimarcato che negli ultimi anni Israele e Paesi del Golfo si sono avvicinati significativamente: nel 2020, sotto la medesima amministrazione Trump, Tel Aviv ha siglato con Emirati Arabi Uniti e Bahrein gli accordi di Abramo, i primi trattati di normalizzazione tra Paesi arabi e Israele da “Camp David” con l’Egitto – nel 1979 – e “Wadi Araba” con la Giordania – nel 1994. Con l’Arabia Saudita, invece, i contatti informali sono cresciuti con gli anni, interrompendosi parzialmente con l’avvio della campagna genocidaria di Israele a Gaza. Qualche giorno prima del 7 ottobre 2023, i principali quotidiani israeliani e sauditi davano ormai quasi per certa la firma di un accordo tra i due Paesi. Indebolire la capacità di influenza dell’Iran nella regione nell’attuale situazione potrebbe riaprire quei canali e giovare alla stessa Riyad, da anni in conflitto con Teheran per il predominio dell’Asia Occidentale.

Insomma: tra l’attuale stato del cosiddetto “asse della resistenza” iraniano e la situazione regionale, il tempismo dell’attacco israelo-statunitense risulta calzante, e gli obiettivi israeliani paiono quelli di ridisegnare gli equilibri nell’Asia Occidentale, affermandosi come potenza egemone nella regione. È la realizzazione di quella che, in un discorso all’ONU del 2024, Netanyahu definiva “Benedizione”: un Medio Oriente senza Iran e alleati, in cui investire e creare corridoi economici e infrastrutturali verso l’Europa.

La posizione degli USA

Se gli obiettivi israeliani sembrano relativamente chiari, non si può dire lo stesso di quelli degli Stati Uniti. Vista la vicinanza tra Iran e Cina, si potrebbe ipotizzare che l’obiettivo finale di Trump sia proprio Pechino, ma diversi analisti sostengono che sebbene in un primo momento la Repubblica Popolare potrebbe subire il contraccolpo della crisi energetica, nel lungo periodo finirebbe per uscirne solo rafforzata. Le stesse dichiarazioni delle autorità statunitensi non arrivano in aiuto per comprendere quali siano gli obiettivi di Washington: la guerra doveva inizialmente durare qualche giorno, ma poi è arrivato l’annuncio che sarebbe andata avanti per almeno 40 giorni; se inoltre poco dopo gli attacchi del 28 febbraio, Donald Trump dichiarava che gli USA avrebbero raso al suolo tutte le capacità militari iraniane senza tuttavia citare l’opzione di sostituire i vertici del Paese, il giorno dopo, annunciando la morte di Khamenei, invitava le IRGC e le autorità iraniane a desistere dal rispondere e il popolo iraniano a scendere in piazza, suggerendo un cambio di regime. Il 2 marzo, invece, elencava gli obiettivi degli USA, escludendo nuovamente l’opzione del cambio regime, così come fatto dal segretario del Pentagono Pete Hegseth. Ancora, il 6 marzo, scriveva: «Non ci sarà alcun accordo con l’Iran tranne la resa incondizionata! Dopodiché, dopo la selezione di uno o più leader grandi e accettabili lavoreremo instancabilmente per salvare l’Iran dall’orlo della distruzione», aprendo a una risoluzione analoga a quella portata avanti dagli USA in Venezuela.

La continua oscillazione nelle dichiarazioni dei leader statunitensi non è passata inosservata: nei giorni, diversi opinionisti, commentatori, e giornalisti dei maggiori media statunitensi hanno sollevato dubbi sulla strategia adottata da Trump in questi giorni di guerra, chiedendosi se gli Stati Uniti avessero a tutti gli effetti un piano e degli scopi reali o se l’amministrazione statunitense non si fosse lasciata trascinare in un conflitto regionale da Israele. A suggerirlo, in verità, è stato lo stesso Segretario di Stato Marco Rubio, dichiarando che gli USA fossero a conoscenza del fatto che Israele avrebbe attaccato l’Iran e che per tale motivo avrebbero deciso di unirsi a loro: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe fatto precipitare un attacco contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime e forse anche un numero maggiore di morti».

I pochi obiettivi statunitensi che sono stati dichiarati e non contraddetti dalla stessa amministrazione o da terzi (come nel caso del nucleare) sono tre: distruggere le capacità balistiche iraniane, annientarne la marina, e garantire che il regime non sia nelle condizioni di finanziare i propri alleati regionali. Insomma: rendere l’Iran uno Stato innocuo e fallito, analogamente a come fatto con l’Iraq; questi obiettivi sembrano effettivamente viaggiare in parallelo con l’ipotetico scenario “alla Venezuela” suggerito da Trump, ma – soprattutto – coincidere con quello israeliano di predominio regionale, confermando i dubbi sollevati dai commentatori statunitensi.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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