martedì 17 Febbraio 2026

Board of Peace, governi e speculatori riuniti a decidere il futuro di Gaza: Italia “osservatrice”

L’Italia prenderà parte come Paese osservatore al Board of Peace, il comitato di “pace” per Gaza voluto da Trump per la ricostruzione della Striscia. La decisione, annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stata confermata ieri in conferenza stampa dal ministro degli Esteri Tajani. A impedire la presenza del nostro Paese come membro a tutti gli effetti, spiega il ministro, è l’art. 9 della carta istitutiva del Board, che sarebbe “in contrasto” con la Costituzione italiana. Lo stesso ruolo sarà assunto dalla Commissione Europea, come confermato nelle scorse ore da un portavoce. Oggi, Tajani riferirà in Parlamento sui motivi per i quali l’Italia ha scelto di partecipare e il suo ruolo nell’organo voluto dal presidente USA Donald Trump, del quale fanno già parte decine di Paesi, capi di governo e oligarchi pronti a spartirsi una fetta della ricostruzione della Striscia, nella quale gli unici a non avere voce in capitolo sembrano essere proprio i palestinesi.

“Abbiamo già dato molto per Gaza, continuiamo a dare il massimo” ha dichiarato il ministro Tajani, elencando le varie iniziative prese dal governo “per Gaza” – citando i profughi ospitati dal nostro Paese e la controversa iniziativa Food for Gaza. Ad ostacolare la piena adesione al Board è, nello specifico, l’art. 11 della Costituzione, che recita: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. A intervenire nella ricostruzione postbellica di Gaza, infatti, dovrebbero essere le organizzazioni internazionali già preposte a tale scopo, una tra tutte l’ONU. Il testo integrale del documento, invece, sembra proprio voler escludere le Nazioni Unite da questa possibilità: “una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito“. È probabile che sia per motivi analoghi di incompatibilità che la UE prenderà anch’essa parte del Board come osservatore e non membro effettivo: “la Commissione non sta diventando un membro del Board of Peace” ha dichiarato in conferenza stampa Guillaume Mercier, un portavoce della Commissione, annunciando la partecipazione alla prima riunione del Board della commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica.

Il Board of Peace è uno dei frutti del piano in venti punti che ha istituito la “pace” nella Striscia di Gaza lo scorso ottobre – in realtà inesistente, dal momento che gli attacchi israeliani proseguono impuniti con cadenza odierna, mietendo decine di vittime ogni giorno. Sono poche le informazioni trapelate in merito, così come poco si sa sui Paesi che vi prenderanno parte. Ciò che è certo è che a presiederlo sarà il presidente Trump e che nel corpo esecutivo figurano i nomi del Segretario di Stato USA, Marco Rubio; del braccio destro diplomatico di Trump, Steve Witkoff; di Jared Kushner, genero del presidente, ex inviato speciale di Trump e imprenditore; dell’ex premier britannico e fondatore dell’omonima fondazione, Tony Blair; di Robert Gabriel, consigliere politico; e di Marc Rowan e Ajay Banga, due imprenditori multimiliardari, rispettivamente amministratore delegato di Apollo Global Management e banchiere ed ex AD di Mastercard. Ad affiancarne il lavoro vi sarà poi una sorta di sottocomitato, cui franno parte anche imprenditori attivi nell’edilizia, e diversi politici tra cui Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco. Nemmeno l’ombra di un rappresentante delle istituzioni palestinesi, insomma, tra coloro che potranno decidere a proprio piacimento del futuro di Gaza.

Lo scopo che si vuole dare il Board è tuttavia molto più ampio. Come dichiarato nella carta istitutiva, siglata nell’ambito del World Economic Forum dello scorso gennaio e sottoscritta già da oltre venti Stati (Israele compreso, ma non da Paesi di peso quali Francia, Germania, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Spagna), l’obiettivo è “garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dai conflitti” – non solo, dunque, in Palestina, ma potenzialmente in ogni area del mondo.

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Valeria Casolaro

Ha studiato giornalismo a Torino e Madrid. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, frequenta la magistrale in Antropologia. Prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Si occupa di diritti, migrazioni e movimenti sociali.

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