Quattro poliziotti della questura di Verona sono stati rinviati a giudizio per le violenze consumatesi nel 2022 negli uffici scaligeri: dovranno rispondere del reato di tortura. I quattro sono infatti accusati di avere provocato «acute sofferenze» a due uomini che erano stati fermati in due differenti occasioni, tra l’estate e l’autunno di quattro anni fa. Un agente è imputato per aver preso parte alle violenze in entrambi i casi, mentre gli altri tre dovranno rispondere di quanto accaduto nel secondo episodio. Oltre a loro, altre 8 persone dovranno andare a processi per i reati di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato, falso e peculato. Nel frattempo, è già in corso di fronte al Tribunale di Verona un processo che vede alla sbarra altri due agenti, ritenuti i maggiori responsabili delle violenze.
L’indagine, sfociata nel 2023 in 5 arresti, contava inizialmente 18 indagati per fatti verificatisi tra il luglio 2022 e il marzo 2023 nella questura di Lungadige Galtarossa. Secondo la ricostruzione della Procura, le vittime degli abusi da parte dei poliziotti sarebbero state per lo più tossicodipendenti, stranieri senza fissa dimora o soggetti trattenuti in custodia. Le violenze, nascoste da verbali truccati e generale accondiscendenza, comprendevano pestaggi e umiliazioni di vario genere, come costringere alcuni soggetti a urinare nella stanza degli interrogatori e poi a pulire il pavimento strisciando per terra. Secondo quanto raccontano le carte, un ragazzo tossicodipendente sarebbe stato picchiato e trascinato sul pavimento dai poliziotti, che lo avrebbero preso a calci e schiaffi, rompendogli il labbro. In altri casi, si parla dell’utilizzo eccessivo da parte degli agenti di spray e spintoni, con il conseguente mancato intervento di altri poliziotti, che non avrebbero segnalato le violenze e avrebbero falsificato i verbali, celando quanto accaduto. Per molte delle persone sotto inchiesta era stata chiesta la sospensione dal servizio, misura accolta per alcuni e, per altri, annullata o ridotta in appello dal Riesame.
Nel corso del tempo, a livello giudiziario, le strade degli indagati hanno preso direzioni diverse. In abbreviato tre degli agenti coinvolti sono già stati condannati: uno a 4 mesi di reclusione per lesioni, il secondo a una pena pecuniaria per omissione e l’ultima a 5 mesi e 10 giorni per carcere. Un’altra poliziotta è invece stata assolta con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. È inoltre agli sgoccioli il dibattimento per altri due poliziotti che rischiano una condanna per le presunte torture a danno di stranieri senza fissa dimora. A fine gennaio i pubblici ministeri hanno depositato una memoria di 180 pagine: per uno dei due – accusato anche di rifiuto e omissione di atti d’ufficio – si chiede una condanna a 7 anni e 4 mesi; per l’altro, cui sono state contestate anche le lesioni su uno dei fermati con l’aggravante della discriminazione razziale, la Procura chiede 3 anni e 10 mesi.
Contro la fattispecie del reato di tortura, introdotta nel nostro ordinamento solo nel 2017, sono arrivati negli anni numerosi attacchi da parte di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. Matteo Salvini si è sempre espresso per l’abrogazione del reato; FDI l’ha formalizzata proponendo l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa ha “bacchettato” il governo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».




