domenica 8 Febbraio 2026

Ghali, Bad Bunny e la ribellione a furia di balletti

E insomma, alla fine l’esibizione del cantante Ghali alla cerimonia delle Olimpiadi invernali a Milano non ha risollevato le sorti del popolo palestinese. Non era tanto una speranza, quanto semmai un timore. Almeno a sentire le parole del governo e degli organizzatori delle Olimpiadi, che avevano assicurato che Ghali, qualsiasi cosa fosse accaduta, non avrebbe mai espresso il suo libero pensiero sul palco. Per la serenità delle Olimpiadi, per il rispetto verso la Patria, per la stabilità del delicato equilibrio globale. La scena è ormai familiare: grande evento mondiale, artista pop con un passato di prese di posizione, dichiarazioni preventive per sterilizzare il messaggio, rassicurazioni istituzionali per tenere tutto “neutro”. E infatti Ghali ha rispettato gli accordi. È salito sul palco, ha letto la poesia di Rodari, ha preso gli applausi, e ha tolto il disturbo ricevendo lo stesso trattamento che si riserva ai bambini durante il cenone di Natale, ma con in più un bell’assegno.

Il paradosso è evidente. Mai come oggi la musica è globale, interconnessa, al passo coi tempi e in grado di raggiungere un pubblico vastissimo. Eppure, mai come oggi le viene chiesto di stare zitta. O meglio, di dire qualcosa che non disturbi, che non prenda posizione e che soprattutto non rompa i coglioni il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster. L’artista può esserci, basta che non significhi nulla. Un po’ come Mariah Carey, che infatti ha cantato Volare leggendo un gobbo sul quale c’erano scritti solo versi incomprensibili.

Ci spostiamo di diversi chilometri. Tra poche ore, nella notte tra domenica e lunedì, si svolgerà un altro evento di carattere globale: la finale del Super Bowl negli Stati Uniti, dove durante l’intervallo si esibirà il cantante di origini portoricane Bad Bunny

Bad Bunny è uno che ultimamente fa molta fatica a non rompere il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster.

Lo scorso 1 febbraio il suo ultimo disco Debí Tirar Más Fotos ha vinto il Grammy come miglior album dell’anno, diventando il primo nella storia del premio a essere interamente cantato in spagnolo. Un risultato che fotografa bene il successo di un album che ha avuto un enorme riscontro di pubblico pur senza mostrarsi particolarmente accomodante verso il mercato statunitense. Non solo per la lingua, ma anche per i temi affrontati: l’immigrazione, l’identità, la condizione di sentirsi sempre ospiti, persino quando si è a casa propria. Bad Bunny racconta tutto questo in modo diretto, personale, spesso quotidiano. Ed è probabilmente qui la chiave del successo del disco: non punta il dito su problemi, ma li attraversa. E chi ascolta, anche senza comprenderne ogni parola, riceve il messaggio.

L’album ha avuto un successo enorme, al punto da rendere Bad Bunny l’artista più ascoltato al mondo su Spotify. Un risultato che ha attirato l’attenzione della NFL, la lega che organizza il Super Bowl, che ha deciso di affidargli il seguitissimo show dell’intervallo. C’è però un problema, tutt’altro che marginale: Bad Bunny odia Trump e ha più volte criticato apertamente le sue politiche migratorie. A settembre ha dichiarato di aver escluso gli Stati Uniti dal suo prossimo tour mondiale per paura che l’ICE potesse compiere una retata contro i suoi fan. Come se non bastasse, durante la cerimonia dei Grammy, al momento di ritirare il premio, è salito sul palco e prima ancora di ringraziare ha detto: «ICE OUT. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani».

La cosa ha suscitato l’indignazione del governo e della galassia MAGA, che infatti per il Super Bowl, forse l’evento più orgogliosamente americano che esista, ha organizzato in tutta fretta una controprogrammazione: un “All American Halftime Show” trasmesso in streaming durante il quale si esibirà Kid Rock, rassicurando gli ascoltatori con la cara vecchia nostalgia reazionaria.

Bad Bunny, dal canto suo, ha promesso una grande festa nella quale “tutto il mondo ballerà”.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per garantire al pubblico un grande spettacolo americano. Resta il dubbio che, visto cosa sta succedendo negli Stati Uniti, non basti trasformare la ribellione in uno spettacolo da intervallo per scuotere veramente le coscienze. Se la protesta, o il suo contrario, diventano un contenuto “streamabile” tra uno spot e l’altro, il rischio è che il messaggio finisca per valere quanto un applauso tra una azione di gioco e l’altra. E finché la protesta resterà confinata nell’intervallo, ci ritroveremo sempre lì, a chiederci se quello che abbiamo appena visto era un grido d’aiuto o solo l’ennesimo, perfetto, balletto.

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.

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