giovedì 5 Febbraio 2026

“Cagliari città di pace”: il Consiglio Comunale approva il divieto al transito di armi dal porto

Il Consiglio Comunale di Cagliari ha compiuto una scelta simbolica e operativa, approvando un ordine del giorno che impegna il sindaco a opporsi al transito di armamenti nel porto cittadino. Con 20 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astenuti, l’aula ha espresso una chiara volontà politica, trasversale alle forze di centrosinistra, per interrompere le operazioni legate al commercio bellico. Il documento impegna l’amministrazione a farsi promotrice presso le autorità competenti di iniziative volte a «interrompere e vietare» la movimentazione di materiali esplosivi, con particolare riferimento a quelli prodotti dalla RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, chiedendo anche una moratoria temporanea e l’istituzione di un tavolo di monitoraggio permanente.

L’atto, presentato dai consiglieri di Sinistra Futura e Alleanza Verdi Sinistra, è stato promosso come aderente ai valori dello Statuto comunale, che nel preambolo dichiara l’impegno per «la pace e la non violenza», e richiama espressamente l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio dell’Italia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La decisione fa seguito ad altre mozioni come quella del 2025 su “Cagliari città del dialogo” e a un precedente ordine del giorno del 2018 contro l’esportazione di armi verso lo Yemen. «Dobbiamo garantire sicurezza e trasparenza a tutti i cittadini e sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute», ha dichiarato Laura Stochino, consigliera di Sinistra futura e prima firmataria del provvedimento. Oltre alle motivazioni di sicurezza pubblica, dato che il porto è circondato da aree densamente popolate, l’atto solleva importanti questioni etiche e legali. L’ordine del giorno invoca infatti un rigoroso rispetto della Legge 185/90, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani, chiedendo inoltre la realizzazione di un “portale trasparenza” per pubblicare report trimestrali sulle movimentazioni sensibili. Una richiesta di chiarezza rivolta anche a tutela dei lavoratori portuali, che hanno il diritto di conoscere la natura dei carichi che movimentano.

La scelta del Consiglio cagliaritano si colloca in un contesto regionale estremamente teso. La stessa RWM Italia, controllata dal colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, ha chiesto alla Regione Sardegna di raddoppiare i propri impianti nel Sulcis, promettendo trecento nuovi posti di lavoro in un’area colpita dalla crisi occupazionale. Il braccio di ferro che ha visto il governo centrale premere sulla presidente Alessandra Todde per l’approvazione, minacciando persino la nomina di un commissario. La delibera è anche un atto di memoria storica. Come sottolineato in aula, Cagliari non può dimenticare quanto avvenuto nel 1943, quando i bombardamenti alleati ridussero in macerie il centro storico. «Proprio per onorare quella drammatica memoria», si legge negli atti, la città vuole alzare la guardia contro un’economia di guerra che vede spesso la Sardegna inquadrata come piattaforma logistica. La palla passa ora alla Giunta guidata dal sindaco Massimo Zedda, assente al momento del voto ma rappresentato dalla vicesindaca Cristina Mancini, che ha espresso parere favorevole. L’impegno è aprire al più presto il tavolo permanente di confronto con tutte le istituzioni coinvolte, dalla Capitaneria di Porto alla Prefettura, per trovare soluzioni concrete.

Nel frattempo, i portuali di Cagliari hanno risposto all’appello per la Giornata internazionale di azione e lotta del 6 febbraio, che segnerà una mobilitazione storica in più continenti. Oltre a quello del capoluogo sardo, altri dieci porti italiani, da Genova a Palermo, saranno teatro di manifestazioni e scioperi, coordinati con quelli di altri importanti snodi marittimi europei e mediterranei come Bilbao, Tangeri, il Pireo e Mersin. La protesta, convocata da sindacati di base italiani, greci, turchi, marocchini e baschi, nasce da una lunga serie di motivazioni comuni: l’opposizione alla trasformazione dei porti in piattaforme logistiche per la guerra, la denuncia degli effetti negativi dell’economia bellica su salari e diritti, la richiesta di bloccare le spedizioni di armi verso tutti i teatri di conflitto, il rifiuto del piano di riarmo e militarizzazione dell’UE e la resistenza alle privatizzazioni e all’automazione portuale giustificate con lo stesso pretesto militare.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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