domenica 1 Febbraio 2026

Uno bianca: sette anni di sangue con la divisa addosso

Trent’anni dopo, resta solo la bestiale e sgrammaticata verità del “mascellone” Fabio Savi, il carrozziere che passava più tempo al poligono di tiro o a correre dietro alle sottane di qualche sposa che a verniciare lamiere. «Cosa c’è dietro la Uno bianca? Dietro la Uno bianca c’è soltanto i fanali, il paraurti e la targa». Trent’anni dopo, sono emblematiche le fotografie in bianconero con quella faccia un po’ da “pataca”, come dicono nella Romagna dove viveva. Gli occhi bovini dietro a lenti spesse, per nulla gentili: il “lungo” del trio di fratelli della morte. Con lui Alberto, detto Luca, quello giovane ma con la faccia di uno che è nato già vecchio. E poi Roberto, soprattutto lui, il capo. “Il corto”, per la sua statura. Quello che i colleghi in questura chiamavano “il monaco” perché parlava pochissimo e sorrideva ancora meno. Con quegli occhi, i suoi, sempre uguali, sempre vuoti. L’anima e la mente della banda di poliziotti che per sette anni e mezzo ha sparso sangue, paura e violenza lungo duecentoquindici chilometri, da Bologna ad Ancona.

Perché è successo proprio questo: agenti della Polizia di Stato (tutti, tranne Fabio Savi) che per un tempo dilatato all’inverosimile, di nascosto da tutto e tutti a cominciare dai loro colleghi, hanno ucciso, rapinato e terrorizzato due regioni e cinque province, diventando nell’immaginario un castigo di Dio da temere ogni volta che si usciva di casa. Dal 1987 al 1994. 24 morti ammazzati. 114 feriti. 102 reati. 91 rapine, delle quali 19 solo tentate. 11 attacchi violenti. Una scia di follia che è diventata un incubo. Anzi, una psicosi collettiva. Dalla rapina al casello di Pesaro, 19 giugno 1987 (ne faranno poi 12 nel giro di due mesi), a quella alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Bologna il 21 ottobre 1994, pochi giorni prima di essere presi. Dall’Alfa all’Omega, una sequenza senza di fine di assalti autostradali, a supermercati, banche, uffici postali. Non si salvava nessuno, nessuno si sentiva al sicuro. Gente che è stata falciata solo perché era lì o passava da lì, qualcuno perché era un testimone, qualcuno perché ha annotato la targa della loro auto. Una carneficina random, senza senso e senza fine. 

Violenti, addestrati e senza scrupoli

Il 4 gennaio 1991, verso le 22, al Villaggio del Pilastro a Bologna, la banda della Uno bianca attacca una pattuglia dell’Arma dei Carabinieri. All’altezza delle Torri, in via Casini, l’auto della banda viene sorpassata dalla pattuglia dall’Arma, i banditi pensano a un tentativo di registrare i numeri di targa e decidono di uccidere i carabinieri. Sotto i colpi della banda muoiono: Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini. 

Anche perché non ci andavano per nulla leggeri. Erano addestrati alle armi, era il loro lavoro. Le conoscevano, le sapevano usare, e le usavano senza pietà. Fucili a pompa, armi automatiche. La preferita di Roberto era un fucile AR70 Beretta che era un’arma di assalto camerata per un calibro 5,56×45. Lo usavano, per capirci, i corpi speciali come il Reggimento San Marco, i NOCS, gli incursori subacquei. 680 colpi al minuto con un range di tiro da 400 metri. Un micidiale cannone che è stato usato contro cittadini inermi, immolati nella loro caduta a precipizio: pensionati, benzinai, impiegati. Roberto Savi, proprietario di una collezione sconfinata di armi tutte regolarmente denunciate, ne aveva due. Il secondo AR70 gli è arrivato a casa pochi giorni prima dell’eccidio del Pilastro, 4 gennaio 1991. Tre carabinieri crivellati da un fuoco di piombo degno di un assalto militare, con triangolazioni e linee di tiro che hanno fatto pensare a lungo a un’operazione terroristica. Viste le perizie balistiche relative all’eccidio, gli inquirenti fecero un censimento regionale in Emilia-Romagna dei detentori di quel fucile: venne fuori una lista di una trentina di nomi, Savi era il 26esimo. Ma lui era un poliziotto, quindi era al di sopra di ogni sospetto. In Questura a Bologna, dove lavorava alla centrale radio della sala operativa – dove l’avevano spostato dopo che era andato in escandescenze con un cittadino extracomunitario – gli chiesero di portare il suo “ferro” per vedere da vicino cosa fosse, come funzionasse quell’ammazza cristiani. Ovviamente, lasciò a casa quello utilizzato al Pilastro per stroncare la vita a una pattuglia di militari, crivellati di colpi e finiti tutti e tre con un colpo alla nuca, e ai colleghi portò in visione quello “pulito”. I quali colleghi naturalmente non pensarono a controllare anche l’altro: avrebbero risolto il caso della Uno Bianca diversi anni prima.

Fantasmi armati alla caccia di denaro

Perché questa è una storia di un altissimo tradimento allo Stato, alla legge e alle istituzioni consumato nella più totale e imperturbabile impunità. Un’apocalisse di violenza e di furbizia, o meglio di scaltrezza e di clamorose assenze da parte di chi avrebbe dovuto capire che coltivava la serpe nel proprio seno. Scaltri al punto da non passare mai da un casello in occasione dei loro raid, per evitare di essere ripresi dalle telecamere. In 102 imprese criminali, hanno lasciato una sola impronta. Una fotografia ripresa durante la rapina all’agenzia Stadio di Cesena, l’immagine lievemente sfocata di Fabio Savi che poi sarebbe diventata cruciale per identificare i banditi e chiudere la stagione insanguinata della Uno Bianca. Da lì in poi sono stati ben attenti, a ogni raid o rapina, a rimuovere i nastri con le registrazioni video, dove ci fossero telecamere. Quindi, oltre che scaltri, dei fantasmi inafferrabili. Tanto che sono state immaginate coperture, trame, deviazioni. Collusioni con apparati e servizi. Ma nei fatti non c’è stato niente di eversivo, almeno dal punto di vista penale. Bastava guardarli in faccia per capire non sapessero nemmeno cosa voleva dire quella parola.

L’arresto di Fabio Savi, avvenuto pochi giorni dopo quello del fratello, mentre tentava di espatriare

Erano balordi con idee balorde, erano animali a caccia di prede a casaccio. Anche se in diverse occasioni, a cominciare dal Pilastro, le azioni furono rivendicate dalla “Falange Armata”, la fantomatica sigla che in quegli anni ha sparso una scia di decine di omicidi, rivendicato centinaia di fatti e minacciato politici e giornalisti. Anche se, come ha spiegato il magistrato Daniele Paci quando gli chiesero se la banda agisse per motivi razziali o eversivi: «Agivano per fare quattrini, come tutti i rapinatori. Ma se loro avessero potuto scegliere se sparare a una persona di carnagione bianca o a una di carnagione nera, avrebbero preferito farlo nei confronti della seconda». Il riferimento era all’assalto al campo nomadi di Via Gobetti a Bologna, il 23 dicembre 1990. O il brutale omicidio di due operai senegalesi a San Mauro a Mare il 18 agosto 1991: Babou Chelikh e Ndiaye Malik avevano solo la colpa di passare da lì e di avere la pelle di un altro colore. Azioni non legate a nessun motivo di lucro, anche se nel caso del raid bolognese qualcuno ha ipotizzato che la banda di poliziotti volesse far credere che in azione ci fosse un commando che agiva per razzismo. Un depistaggio, insomma, condito dal sangue delle due vittime e dei diversi feriti.

Ma la banda aveva bisogno di soldi. Roberto Savi aveva un mutuo da pagare, Fabio i debiti della sua carrozzeria, Alberto, distaccato presso la questura di Ferrara, ma con la fidanzata lontana, aveva spese per fare avanti e indietro. Ecco perché i loro colpi non sono mai stati miliardari e anzi, spesso hanno agito e colpito anche per cifre modeste. Nessuno avrebbe mai immaginato che quei banditi senza pietà erano uomini dello Stato che diventavano belve feroci, una volta che finivano il turno e si toglievano le divise. Eppure hanno lavorato e scavato su di loro tre procure, una decina di magistrati e un centinaio tra agenti di polizia e carabinieri. Dai colpi ai caselli con la Fiat Regata di Alberto alle rapine ai supermercati, da qui la banda delle Coop. E poi il salto di qualità con gli assalti agli uffici postali e alle banche. Gli inquirenti hanno perso tempo prezioso, contando vittime e feriti, facendo una fatica matta per tenere a bada l’opinione pubblica che bolliva e batteva i denti la sera mentre rientrava a casa, col panico di vedere passare una Fiat Uno Bianca che era l’auto più comune che potesse capitare di vedere su una strada italiana in quell’epoca. Un delirio totale, le telefonate di segnalazione si sprecavano e con esse i falsi allarmi. Anni difficili, molto difficili. Chi dava la caccia ai criminali ha capito solo dopo, solo verso la fine, che i banditi dei caselli, quelli delle Coop e quelli delle banche erano in realtà gli stessi ceffi. Era la stessa maledetta banda.

Il sovrintendente di Polizia Antonio Mosca, prima vittima della banda

Come spesso succede in queste faccende, la testa e la coda cronologica si sono rincorse e sovrapposte. Il 3 ottobre 1987, mentre tentava di portare a compimento un’estorsione a un concessionario di Rimini, la banda ha aperto il fuoco su un cavalcavia dell’Autostrada A14 contro alcune auto della polizia che erano presenti in copertura, per sventare l’operazione. Cadono tre agenti, Antonio Mosca viene colpito al torace e alla testa, morirà dopo un’agonia lunga quasi due anni. La prima vittima della Uno Bianca. Con lui c’erano però dei colleghi, tra cui Luciano Baglioni e Pietro Costanza della Questura di Rimini. Che saranno quelli che chiuderanno il cerchio sette anni dopo, nell’agghiacciante meraviglia di scoprire che l’identikit di uno dei sospettati corrispondeva alla fisionomia di un loro collega. Il sovrintendente capo Roberto Savi della Questura di Bologna. La banda della Uno Bianca era un fenomeno criminale nuovo e inesplorato, per anni ha costretto tutti a brancolare nel buio raccogliendo solo una teoria sconfinata di tracce, indizi, perizie e testimonianze spesso discordanti tra loro.

I pool e la svolta definitiva 

Una Fiat Uno di colore bianco, il modello d’auto che diede il nome alla banda criminale

Per questo, la svolta arrivò quando gli inquirenti capirono che gli sforzi dovevano essere canalizzati in un unico gruppo di lavoro che si dedicasse a tempo pieno alla caccia: un pool. Ne fu costituito uno il 21 agosto 1991, guidato dal procuratore generale di Bologna, Gino Paolo Latini. Una ventina di uomini, con base a Riccione, passano in rassegna tutto il materiale a disposizione ma poco più di un mese dopo, l’8 ottobre, gli staccano la spina per un motivo molto semplice: mancanza di fondi. Da una parte l’opinione pubblica che premeva perché quei banditi fossero catturati prima possibile, dall’altra lo Stato che spesso «si costerna, si indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità», come in “Don Raffaé” di De André. Per lo stesso motivo fu aperto e chiuso, tra gennaio e ottobre 1994, il pool creato da Daniele Paci, sostituto procuratore di Rimini e affidato al dirigente della Questura, Capocasa. Un gruppo di inquirenti che per mesi ha passato al setaccio tutti i fascicoli e i materiali investigativi messi insieme dalle procure che si sono occupate della Uno Bianca, che poi è finita a processo in tre tribunali diversi, Rimini, Pesaro e Bologna, per le rispettive competenze territoriali. Ne facevano parte anche Baglioni e Costanza, gli agenti che sette anni prima erano in autostrada a prendersi i colpi dei fucili a pompa, e proprio loro, che hanno continuato a indagare per conto loro anche dopo la chiusura del pool, hanno capito che nel modus operandi della banda degli ultimi tempi, specializzatasi in assalti alle banche, c’erano delle costanti, oltre al fatto che evidentemente conoscevano le abitudini degli impiegati e il funzionamento degli istituti di credito. Capirono che sceglievano i propri obiettivi tra quelli posti presso grandi vie di comunicazione, per facilitare le fughe, e che non avevano guardie giurate a presidiarli. Inoltre, avevano spesso accessi per disabili – portelloni con maniglia – che loro potevano utilizzare per prendere ostaggi, come è capitato con qualche direttore di filiale. 

Da qui, gli appostamenti davanti a banche che rientravano in quello schema, sperando di intercettare qualche sopralluogo che la banda sicuramente faceva prima dei colpi, per studiarli a dovere. L’incontro sperato capita il 3 novembre, a Santa Giustina, nel riminese. Notano una Fiat Tipo con la targa sporca di fango che passa e ripassa davanti alla banca, si ferma, riparte. Alla guida c’è Fabio Savi. I due poliziotti si insospettiscono e seguendola arrivano a “mascellone”, e da lui al fratello Roberto che è sovrintendente capo in Questura a Bologna. Ci arrivano grazie all’identikit di uno sconosciuto che era presente sul posto durante la rapina in Via Volturno, nel centro del capoluogo, il 2 maggio 1991. Nell’occasione furono freddati la titolare del negozio e un ex carabiniere presente con lei. C’era una persona fuori dalle vetrine, fu notata e la sua ricostruzione fu mostrata da Baglioni ai colleghi bolognesi: «Ma questo è un collega che lavora qui con noi, in sala operativa. Se vuoi ti porto da lui». Il colpo di scena che nessuno avrebbe immaginato, ma che Baglioni stesso ipotizzava da un po’ insieme ad altri inquirenti. Il sospetto che gli assassini fossero tra di loro, l’idea e la sensazione inconfessabili e inconcepibili le avevano da tempo. 

L’arresto di Roberto Savi il 21 novembre 1994

Roberto Savi, che poi si scopre assente dal lavoro in corrispondenza delle azioni criminali, viene arrestato il 21 novembre 1994, portato via in manette dalla questura prima di iniziare il suo turno: «Se avessi voluto, vi avrei fatti saltare tutti», è l’unica cosa che dice mentre lo caricano sulla volante. Tre giorni dopo, alle 2 e mezza di notte, prendono il fratello Fabio in fuga verso l’Austria: lo catturano nell’area di servizio Fella, vicino a Tarvisio, in compagnia della sua donna, Eva Mikula, che poi farà rivelazioni utili agli inquirenti, a cominciare dal coinvolgere il fratello minore Alberto nelle imprese della banda. Lo presero il 26 novembre mentre andava a Roma a discutere di un suo trasferimento in compagnia del cognato, poliziotto anche lui. L’epopea insanguinata della Uno Bianca è finita con le sentenze di Corte d’Assise del 6 marzo 1996: tre ergastoli per i fratelli Savi, uno ciascuno, un ergastolo per Marino Occhipinti e 28 anni (poi diventati 18) per Pietro Gugliotta, gli altri poliziotti coinvolti. Luca Vallicelli, loro collega ma imputato per fatti minori, ha patteggiato una pena di tre anni e 8 mesi. Lo Stato è stato condannato a pagare 24 miliardi di risarcimento alle famiglie delle 24 vittime. Nel 2022 e 2024 sono stati aperti due nuovi fascicoli, in Procura a Bologna, per cercare di far luce su aspetti ancora poco chiari di queste vicende, per accertare eventuali coperture, complicità o coinvolgimenti di altre persone. Due anni dopo i verdetti: il padre dei fratelli banditi, Giuliano Savi, anni 72, ha scritto una lettera, «chiedo perdono a Dio ma non ce la faccio più ad andare avanti». Poi è uscito di casa, a Villa Verrucchio, ed è andato ad ammazzarsi con sette scatole di Tavor. Lo hanno trovato la mattina dopo dentro la sua auto. Una Fiat Uno, bianca. 

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Salvatore Maria Righi

Giornalista professionista dal 1992, è stato per 15 anni caposervizio e inviato della redazione romana del quotidiano L’Unità, occupandosi di inchieste di cronaca e criminalità. Per L'Indipendente cura la rubrica "pagine oscure d'Italia"

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