giovedì 22 Gennaio 2026

Il futuro del Venezuela socialista: intervista a Geraldina Colotti

La cronaca ormai è nota: all’alba del 3 gennaio il presidente Trump ha riapplicato la vecchia dottrina Monroe, in base alla quale gli USA si arrogano il diritto imperiale di rovesciare a proprio piacimento gli altri governi americani, e con un’operazione illegale ha rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro, che ora si trova detenuto con la surreale accusa di essere a capo di una banda di narcotrafficanti. Al posto del presidente venezuelano siede ora la sua vice, Delcy Rodríguez, alla quale il boss nordamericano ha intimato di fare quello che chiede – ossia abbandonare ogni velleità socialista e reinsediare al posto di comando dell’economia le multinazionali statunitensi – oppure di abituarsi all’idea di avere una sorte peggiore di quella occorsa al suo predecessore. Una mossa con la quale la Casa Bianca intende porre fine a 26 anni di storia in cui il Venezuela, prima con il presidente Chavez e poi con Maduro, ha rappresentato una spina nel fianco per gli USA. Per capire cosa potrebbe succedere ora nel Paese con le più ricche riserve petrolifere mondiali abbiamo fatto una chiacchierata con Geraldina Colotti, giornalista – direttrice dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique e del sito d’informazione Resumen Latinoamericano – tra le maggiori esperte di Venezuela e residente a Caracas. Il suo, giusto specificarlo, è un punto di vista militante, di un’attivista che non si è limitata a raccontare il Venezuela ma ha supportato attivamente il chavismo. Non per questo la sua testimonianza perde valore. Anzi, e questo è il motivo per cui L’Indipendente ha deciso di ospitarla, fornisce una chiave di lettura preziosa e impossibile da trovare sui media liberali e governativi, che in Venezuela hanno scelto da sempre di stare dalla parte della cosiddetta “opposizione democratica” filo-americana.

Le reazioni del popolo venezuelano

L’invasione statunitense al Venezuela si inserisce all’interno di una strategia di attacco e di depredazione che gli USA stanno conducendo nei confronti di Paesi con ricorse minerali ed energetiche strategiche: nel caso del Venezuela il petrolio, in quello della Groenlandia – altro Paese nelle mire trumpiane – le terre rare. Il Paese sudamericano possiede le risorse petrolifere più abbondanti al mondo, ricchezza che spiega gli obiettivi USA e la sproporzionalità dell’attacco del 3 gennaio avvenuto, come ci spiega Colotti che abita a poca distanza dal principale luogo colpito di Caracas, «con droni e con una potenza di fuoco e impiego di mezzi bellici tecnologici di ultimissima generazione, compresa una tempesta magnetica». A Caracas, lo scontro armato è durato oltre due ore e ha causato la morte di oltre cento persone e altrettanti feriti, molto gravi, non solo tra i militari ma anche tra i civili. Il luogo in cui sono stati sequestrati Maduro e Flores non ospita solo la più grande cittadella militare della capitale. A Fuerte Tiuna c’è, infatti, anche il più grande agglomerato di case popolari costruite dal governo.

I venezuelani definiscono ”aggressione” l’attacco degli Stati Uniti. «La patria non è in vendita», hanno gridato i manifestanti a Caracas

Sebbene non siano stati puntati i riflettori verso la risposta del popolo venezuelano, Colotti ci racconta che all’indomani dell’invasione, la popolazione di Caracas ha marciato verso il palazzo presidenziale per riunirsi, discutere e respingere il sequestro del presidente. «Da allora, ogni giorno vi sono marce di tutti i settori popolari in appoggio al governo, che si aprono e si concludono con tribune pubbliche a microfono aperto. In tutte le città si stanno dispiegando artisti, poeti, cantanti, ballerini e saltimbanchi per parlare di “pace con giustizia sociale” e non di vendetta». A provocare un forte impatto emotivo sulla popolazione sono state anche alcune scelte di Maduro e Flores: la decisione della donna di seguire il proprio compagno pur non essendo bersaglio delle forze USA e, soprattutto, l’atteggiamento di Maduro e Flores che, dopo aver respinto le accuse e aver rifiutato il patteggiamento, si sono dichiarati prigionieri politici. Il popolo sembra dunque essere sceso in piazza a sostegno del proprio presidente – o forse soprattutto in contrarietà con l’invasione USA – nonostante negli anni il governo Maduro abbia adottato misure contraddittorie e violente tra cui l’incarcerazione di numerosi oppositori. La politica di Caracas ha fatto sì che quasi sette milioni di venezuelani siano emigrati in altri Paesi dell’America Latina, un numero più che consistente per un Paese di nemmeno trenta milioni di persone.

L’escalation di Trump

Ci riferisce Colotti che nelle strade di Caracas non si vedono carri armati, ma è stata predisposta un’ulteriore attivazione del meccanismo di «sicurezza integrale» civico-militare che rende partecipe la popolazione. In sostanza, «il decreto autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas – territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto – e con i “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie». Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”: in Venezuela «la legge riconosce che la sovranità non sia solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb)». In questo scenario la lotta armata sembra una possibilità reale: rimanendo in ascolto dell’aria che tira in Sud America, laddove l’imperialismo statunitense dovesse aumentare la sua aggressività nei confronti dei Paesi latini, per gli Stati Uniti si potrebbe prospettare «un altro Vietnam». La presunzione coloniale statunitense ha portato a una vera e propria escalation che ha visto Trump passare dalle accuse internazionali, agli omicidi di pescatori nei Caraibi, alla pirateria con le petroliere, al sequestro del presidente di un Paese, un’arroganza che il Venezuela, ma anche altri Paesi sudamericani, sembrano voler rimandare al mittente. Ci spiega ancora Colotti che, data la situazione sempre più tesa, Maduro aveva delineato la possibilità che le lavoratrici e i lavoratori si armassero per difendere le fabbriche e le risorse petrolifere oggetto del desiderio di Trump e organizzassero uno sciopero a oltranza: è bene ricordarsi che «dai tempi di Chávez, il processo bolivariano si definisce “una rivoluzione pacifica, però armata”». In Venezuela, dunque, sebbene non si voglia raccogliere la provocazione USA, non viene nemmeno accolta l’idea di un pacifismo astratto che escluda come scenario l’uso della violenza per difendersi dalle mire dell’imperialismo occidentale.

Ci sono state numerose marce in solidarietà al popolo venezuelano in giro per il mondo. Il cartello recita «Niente più sangue per il petrolio»

Quella messa in atto dagli Stati Uniti sembra a tutti gli effetti una risposta reazionaria davanti a processi di emancipazione che escludono il dominio USA. Per questo motivo è realistico temere una futura aggressione nei confronti di Messico, Colombia e Cuba. Anche Colotti è di questo stesso avviso: «vi sono diverse ragioni per cui Trump potrebbe arrivare ad attaccare altri Paesi latini. Intanto il suo dichiarato progetto egemonico della dottrina Monroe per l’America Latina – per cui l’America Latina rientra nella sfera d’influenza USA –, con l’obiettivo di appropriarsi delle risorse e scalzare la Cina. Per questo, Trump ha la necessità di assumere il controllo politico, direttamente o mediante presidenti fantoccio. Ha anche la necessità di “distrarre” l’opinione pubblica statunitense dalle lacerazioni interne e dalla crisi strutturale che attanaglia il sistema capitalista».

Caccia ai comunisti

Quello a cui si sta assistendo sembra essere un ritorno al maccartismo. L’esasperata repressione nei confronti di persone, gruppi e comportamenti ritenuti filo comunisti e quindi sovversivi si scorge da diverse prese di posizioni assunte dalle cosiddette “maggiori democrazie mondiali”. Sempre più spesso, chiunque assuma un pensiero critico nei confronti dell’occidente imperialista viene identificato come nemico. Pensiamo a come l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon abbia apostrofato Francesca Albanese con il termine “strega” perché responsabile di denunciare il genocidio palestinese, a come la fumettista italiana Elena Mistrello sia stata respinta alla frontiera francese e rimpatriata in Italia dopo essere stata dichiarata “una grave minaccia per l’ordine pubblico francese” perché attiva in contesti politici, a come, tornando in Venezuela, sia stato catturato il presidente con l’accusa di narcoterrorismo. In quest’ottica può essere letta anche l’assegnazione del Premio Nobel della Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, golpista filo-americana e grande sostenitrice del governo di Netanyahu. 

Il progetto rivoluzionario venezuelano

In queste settimane, dopo l’attacco statunitense e la liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini, il Venezuela è un argomento molto dibattuto e con esso anche le problematicità del governo Maduro e, precedentemente, di quello Chávez. A tal proposito, abbiamo chiesto a Geraldina Colotti in cosa consiste secondo lei l’esperimento sociale della rivoluzione bolivariana. Queste le sue parole: «Il progetto bolivariano è un esperimento di socialismo del XXI secolo che mette al centro la democrazia partecipativa e protagonista. Non è solo un sistema di governo, ma un ribaltamento del potere: il popolo non è più un semplice elettore, ma il soggetto attivo che gestisce le risorse e decide il proprio destino attraverso i Consigli Comunali e le Comuni. L’obiettivo è la sovranità piena: politica, alimentare e tecnologica, per uscire dalla dipendenza del modello estrattivista e neoliberista. Nonostante il blocco economico criminale, i risultati parlano di un modello di vita che protegge. Il diritto alla casa, la ridistribuzione della ricchezza, la coscienza politica e l’organizzazione popolare. Oggi il popolo venezuelano ha una coscienza di classe e di patria (intesa come progetto regionale e di “patria come umanità”) che gli permette di resistere ad aggressioni esterne che avrebbero fatto crollare qualsiasi altro Paese. La vera conquista non è però ciò che è stato costruito, ma il fatto che, nonostante i bombardamenti e il blocco, il popolo venezuelano non ha rinunciato al proprio progetto. È una rivoluzione della dignità. E lo sta dimostrando in questi giorni».

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Francesca Faccini

Laureata in Lettere presso l’Università di Bologna, si occupa principalmente di temi legati a cibo, ambiente, tecnologia e società.

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