«Le requisizioni hanno lo scopo di assicurare che, in una situazione di guerra, le forze armate abbiano accesso alle risorse necessarie per la difesa del Paese». È il contenuto delle lettere che, da lunedì, l’esercito norvegese ha iniziato a recapitare ai cittadini, avvertendo che, in scenari di conflitto o di grave crisi, potranno essere espropriati abitazioni, veicoli, imbarcazioni e macchinari. La comunicazione, spiegano le Forze Armate, serve a “migliorare la prontezza nazionale”. Per il 2026, sono previste circa 13.500 notifiche. Gli avvisi, basati su una legge nazionale sulla difesa risalente al dopoguerra, non hanno effetto in tempo di pace: servono a informare in anticipo sui possibili obblighi e a rendere più rapida la logistica militare qualora la situazione dovesse degenerare.
La misura si inserisce in un più ampio rafforzamento della preparazione civile e militare. Lo Stato intende garantirsi un accesso immediato a risorse private considerate strategiche in caso di emergenza. I destinatari delle notifiche comprendono proprietari di immobili, aziende con attrezzature utili e possessori di mezzi di trasporto, selezionati in base a criteri logistici. Le lettere chiariscono che, qualora venisse dichiarato uno stato di guerra, i beni indicati potrebbero essere presi in consegna dall’esercito. Si tratta di un meccanismo già previsto dall’ordinamento, riattivato ora in quello che le autorità definiscono il contesto di sicurezza più grave dal secondo dopoguerra. «La Norvegia si trova nella situazione di sicurezza più grave dalla Seconda guerra mondiale. La nostra società deve essere preparata alle crisi di sicurezza e, nel peggiore dei casi, alla guerra», ha spiegato in una nota il capo dell’organizzazione logistica militare, Anders Jernberg. L’esercito sottolinea che la conoscenza anticipata delle possibili confische è essenziale per evitare confusione e ritardi operativi. La decisione arriva mentre la Norvegia, membro della NATO con un confine terrestre e marittimo con la Russia, amplia la propria postura di difesa. In questo clima di militarizzazione permanente, la popolazione viene progressivamente educata all’idea che la proprietà sia revocabile e che la guerra diventi uno scenario amministrato, inscritto nelle procedure burocratiche, prima ancora che nei mezzi militari. Nel modello di “difesa totale”, che fonde apparato bellico e società civile, il cittadino non è più soltanto elettore o contribuente, ma diventa una risorsa strategica: il suo spazio privato è potenzialmente spazio militare, l’auto può diventare mezzo logistico, la casa un alloggio per truppe, mentre il confine tra tempo di pace e tempo di guerra si fa sempre più sottile.
In Europa si moltiplicano segnali di un continente che si prepara a uno stato di emergenza permanente. Francia, Germania e Italia hanno avviato piani per rendere gli ospedali compatibili con scenari bellici: gestione di feriti di massa, carenze energetiche, attacchi alle infrastrutture critiche. Anche la sanità, pilastro del welfare, viene ripensata in chiave militare. È un passaggio strutturale. Il racconto dominante costruisce un allarme continuo che penetra nella percezione collettiva: la “minaccia” russa, la guerra ibrida, l’instabilità ai confini, ora persino il dossier sulla Groenlandia. Ogni tensione viene inscritta in una narrazione di guerra imminente, che serve a disorientare l’opinione pubblica, a normalizzare lo stato di crisi e ad abituare per gradi i cittadini ad accettare l’impensabile.
L’effetto non è solo geopolitico, ma prima di tutto psicologico. Si educa la popolazione a vivere nell’eccezione, interiorizzando l’idea che diritti, proprietà e libertà possano essere sospesi in nome della sicurezza. Il caso norvegese è emblematico proprio per questo: non impone ancora nulla, ma lavora sull’immaginario collettivo, preparando il terreno. Insegna che ciò che si possiede non è davvero intoccabile, che il privato può essere revocato, che l’eccezione è destinata a diventare la regola. È il meccanismo della teoria dello shock, già sperimentato in altri ambiti e diventato conclamato durante la pandemia, dove ogni emergenza legittima nuove rinunce e il cittadino viene gradualmente abituato a giustificare misure sempre più invasive in nome di una minaccia esterna, incombente, raramente verificabile fino in fondo. La Norvegia non prefigura una guerra imminente, ma introduce un modello di governo fondato sull’emergenza continua, in cui il conflitto viene interiorizzato come orizzonte permanente, diventando prima una condizione mentale e solo in seguito, forse, un fatto storico.




