giovedì 15 Gennaio 2026

Kurt Cobain, i Clash e il golpe in Venezuela

La prima volta che Kurt Cobain ascoltò un disco dei Clash rimase quantomeno sconcertato. Era il 1981: il futuro leader dei Nirvana aveva appena 14 anni e cercava, con scarso successo, di capire qualcosa di quel genere musicale che da qualche tempo andava per la maggiore in Inghilterra: il punk. Conosceva di fama i Sex Pistols tramite gli articoli che leggeva sulle riviste, ma non aveva ancora ascoltato praticamente nulla. Il problema era che, nell’era pre-internet, l’unica fonte a disposizione per sentire qualcosa di nuovo era la radio cittadina. Ma ad Aberdeen, il paese di boscaioli dove era nato, i DJ non erano esattamente in sintonia con le ultime novità.

«Avevamo solo una stazione che trasmetteva soft rock – raccontò tempo dopo – era praticamente impossibile ascoltare il punk inglese». Un giorno, però, il giovane Kurt entra in un negozio di dischi e si imbatte in una copia di Sandinista!, l’ultimo album dei Clash. Lo compra, lo porta a casa e lo mette nello stereo. Provate ora a immaginare la faccia di un adolescente che ha fantasticato per mesi su un suono fatto di chitarre veloci e rabbia, di Anarchy in the U.K. urlata in faccia al mondo, e si ritrova invece ad ascoltare una base rap con un grazioso basso saltellante nel brano di apertura: The Magnificent Seven. Non certo l’urlo secco e distruttivo che si aspettava. Non a caso, anni dopo, commenterà con ironia: «Sandinista! non era proprio la migliore introduzione possibile al punk rock».

In effetti il quarto disco dei Clash di punk aveva ben poco, almeno nei suoni. Dopo il grande successo di London Calling, la band inglese aveva deciso di allargare drasticamente i propri orizzonti: reggae, dub, funk, gospel e il primo rap che arrivava dagli Stati Uniti, tutti condensati in un triplo album dall’ambizione quasi enciclopedica, tanto affascinante quanto dispersivo.

«Avevamo appena fatto un tour molto lungo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – racconta Joe Strummer – e invece di crollare esausti e partire per gli angoli opposti del mondo, eravamo così entusiasti che siamo andati direttamente in studio. Il fatto che sia stato buttato giù tutto in una volta e poi pubblicato in quel modo lo rende doppiamente scandaloso, triplicatamente scandaloso».

Se sul piano musicale i Clash sperimentano nuove direzioni, su quello politico non hanno mai avuto incertezze. Sandinista! (che da ora in poi chiameremo amichevolmente Sandinista) non è soltanto un laboratorio sonoro ambizioso, ma anche uno degli album più esplicitamente ideologici del suo tempo. Il gruppo continua a interrogarsi su imperialismo, lotta di classe, razzismo, violenza di Stato e rivoluzioni tradite, ampliando però lo sguardo oltre i confini britannici. L’Inghilterra thatcheriana resta sullo sfondo, mentre il centro del discorso si sposta verso l’America Latina, l’Africa e i ghetti statunitensi.

Il tutto senza rinunciare a un po’ di sana provocazione tipicamente punk: il titolo del disco si fa palesemente beffe del tentativo del governo inglese di proibire l’uso della parola “Sandinista” dopo la rivoluzione in Nicaragua. Quella parola diventa anzi un grido di lotta nella canzone che la rivista Rolling Stone giudicherà il vero cuore del disco: Washington Bullets. Qui i Clash, tra suoni di marimba e atmosfere da spiaggia, ripercorrono le ingerenze statunitensi in America Latina nel Novecento, seguendo la traiettoria simbolica di un proiettile che dal Cile passa per Cuba fino ad arrivare al Nicaragua. Da Salvador Allende alla Baia dei Porci, fino alla rivoluzione sandinista che ha destituito Anastasio Somoza, ultimo anello di una dinastia sostenuta per decenni dagli Stati Uniti: «The people fought the leader and up he flew / With no Washington bullets what else could he do?», canta Joe Strummer.

Riascoltarla oggi rende difficile non pensare agli eventi recenti in Venezuela. Eppure, di fronte all’ennesimo golpe orchestrato dagli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”, molti hanno parlato di un fatto eccezionale, senza precedenti, sostenendo che con l’attacco a Caracas e il rapimento di Nicolás Maduro si segni l’inizio di una nuova era caratterizzata da un nuovo equilibrio mondiale, in cui gli Stati Uniti fanno valere la legge del più forte.

Un’affermazione che tradisce una sorprendente amnesia storica: la politica estera degli Stati Uniti è da sempre segnata da pratiche di dominio e prevaricazione, soprattutto nei confronti dell’America Latina. 

A volte serve ricordarlo. La musica dei Clash, sicuramente, non lo dimentica.

Avatar photo

Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria