venerdì 9 Gennaio 2026

La controriforma permanente della scuola tra mercato e guerra (un libro di Luca Cangemi)

Negli ultimi decenni la scuola è stata raccontata come un sistema inefficiente da riformare, un apparato da rendere competitivo, misurabile, performante. Raramente, però, è stata descritta per ciò che realmente è: un settore oggetto di scontro, tra conflitti politici, economici e ideologici. La controriforma permanente, saggio pubblicato di recente dall’editore MarxVentuno, rovescia questa prospettiva e legge le riforme scolastiche non come risposte neutre a problemi tecnici, ma come atti coerenti di una trasformazione strutturale che ha ridisegnato il senso stesso dell’istruzione pubblica.

Il volume, curato da Luca Cangemi, è un’opera collettiva che si colloca deliberatamente fuori dai confini della classica manualistica accademica e delle analisi istituzionali. Non nasce per offrire un bilancio delle riforme scolastiche, ma per leggerle come un processo storico coerente, lungo e stratificato, che ha progressivamente ridefinito il ruolo della scuola pubblica nella società italiana. Gli autori non parlano da una posizione neutra né omogenea: provengono dal mondo della scuola, della ricerca, del giornalismo, dell’attivismo culturale e sindacale, e condividono un punto di vista critico maturato dentro l’esperienza concreta dei conflitti educativi. Una pluralità di voci che cerca di restituire la complessità della scuola come spazio politico reale, attraversato da interessi divergenti, trasformazioni imposte e resistenze spesso invisibili.

È lo stesso Luca Cangemi, insegnante e saggista, ad aprire il libro con un contributo che rilegge gli avvenimenti degli ultimi anni alla luce di un disegno portato avanti sia dalla destra che dalla sinistra, descritta come complice o incapace di contrastare la deriva che sta impoverendo la base culturale su cui si regge un Paese, che dovrebbe formare i cittadini di domani. Secondo Cangemi tutto ha origine con i governi Amato prima e Ciampi poi, che iniziano ad operare tagli lineari alle risorse, a imporre una nuova gerarchizzazione e a creare le basi per quella che Cangemi descrive come «autonomia scolastica interpretata in senso manageriale». Provvedimenti che si concretizzeranno due anni più tardi con l’Ulivo e il ministro Luigi Berlinguer e vedono la realizzazione dell’autonomia scolastica, della legge di parità scolastica e la nascita dell’INVALSI, che diventeranno punti fermi del ministro successivo, la Moratti con il governo Berlusconi, che con la sua attività decreterà l’attacco al tempo scuola, il largo spazio ai poteri delle regioni, un’accentuazione del potere regolamentare del governo (che sarà ampiamente usato in seguito); in più, sottolinea l’autore, «viene dato largo spazio all’ideologia dell’impresa, e per la prima volta viene eliminato, in riferimento al termine “istruzione”, l’aggettivo “pubblica”». Il tutto in un’azione di continuità con la ministra Gelmini che, secondo Cangemi, porterà al «più grande ridimensionamento nella storia del sistema dell’istruzione in Italia: un brutale downsizing neoliberista applicato a una struttura che ogni mattina incrocia la vita di milioni di persone». Altro colpo da non sottovalutare è stato quello della riforma Renzi, passata alla storia come “Buona scuola”, però solo nel titolo. Se il M5S si limita ad abrogare alcune parti di questa legge, il problema odierno, con il ministro Valditara, è che «da un lato è un fedele continuatore della pluridecennale controriforma, dall’altro prova a trasformare il MIM nel vero centro ideologico della destra al potere». Tanto che, secondo Cangemi, «l’anticomunismo diventa ideologia ufficiale, con essa, chiaramente, si punta a sostituire l’antifascismo, rovesciando l’orizzonte storico della Repubblica, ma anche (ed esplicitamente) a sostanziare ideologicamente la lotta occidentale contro la Repubblica popolare Cinese». L’ultima riflessione è dedicata al momento attuale, al tentativo sempre più frequente di portare nelle scuole la retorica bellicista e militarista che si inserisce perfettamente nella narrazione dominante, quella che afferma che il riarmo è l’unico modo per ottenere la pace.

Gli altri contributi compongono un quadro corale che indaga la trasformazione della scuola italiana come processo politico di lunga durata.

Ferdinando Dubla affronta il nodo teorico del rapporto tra marxismo e pedagogia, opponendo alla scuola delle competenze una pedagogia fondata sull’emancipazione. La didattica formale e burocratica viene letta come strumento di selezione di classe, funzionale alla formazione di lavoro precario e flessibile. Riprendendo Gramsci e Freire, Dubla ricorda che «educare è giocare a ricostruirsi: ma è una ricostruzione che porta l’insieme a contribuire alla trasformazione sociale», e che l’educazione resta un terreno centrale del conflitto sociale. Lucia Capuana ricostruisce invece il lungo assedio neoliberista alla scuola pubblica, mostrando la continuità delle riforme dagli anni Ottanta a oggi. Autonomia, valutazione e aziendalizzazione non sono deviazioni occasionali, ma strumenti coerenti di uno svuotamento progressivo della funzione costituzionale dell’istruzione, sempre più subordinata al mercato e sempre meno orientata all’uguaglianza.

Rossella Latempa smonta il mito dell’oggettività dei test INVALSI, analizzandoli come dispositivi di governo. La standardizzazione della valutazione sottrae centralità al giudizio collegiale dei docenti e costruisce gerarchie tra studenti e scuole, alimentando una cultura della competizione e della punizione più che della conoscenza. Marina Boscaino concentra invece l’attenzione sull’autonomia differenziata, definendola una minaccia diretta al principio di uguaglianza. La frammentazione regionale del sistema scolastico rischia di istituzionalizzare diseguaglianze territoriali già profonde, colpendo in particolare il Mezzogiorno.

Antonio Mazzeo documenta l’avanzata del militarismo nella scuola italiana: PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento), protocolli con le forze armate, presenza capillare dell’apparato militare. La scuola diventa così uno spazio strategico di normalizzazione della guerra e di costruzione del consenso. Francesco Cori analizza il precariato come elemento strutturale del sistema: non un’anomalia, ma un dispositivo che produce ricattabilità, frammentazione del corpo docente e indebolimento collettivo. Chiude il volume Pina La Villa, con una riflessione storico-culturale che mette sotto accusa l’idea stessa di istruzione prodotta dalle riforme recenti: una scuola sempre meno critica, che ha smarrito la propria funzione umanistica.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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